Il mio viaggio
tra i beni culturali
esposto al Sole

“Dieci domande a Salvatore Giannella” è il titolo
di un’intervista fatta da Camilla Angelino
per il blog della Business School del Sole 24 Ore,
curato da studenti che saranno futuri protagonisti
del patrimonio culturale e che oggi frequentano
il Master economia e management dell’arte e dei beni culturali

Parlano di noi

testo di Camilla Angelino*

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Salvatore Giannella – durante uno speech – con alle spalle la “Testa di fauno” di Michelangelo, simbolo delle opere d’arte ancora prigioniere di guerra. Suoi i libri: L’Arca dell’Arte (Delfi) e il recente Operazione Salvataggio (Chiarelettere), dedicato ai Monuments men italiani e non solo.

Salvatore Giannella, classe 1949, è un giornalista e scrittore pugliese trapiantato a Milano. È stato direttore del mensile Genius (1984), del settimanale L’Europeo (1985) e del più diffuso mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994). Dal 1997 è tra le principali firme del settimanale Oggi per i temi della cultura e delle scienze. Ha ideato e cura il seguitissimo blog “al positivo” Giannella Channel (604 mila visualizzazioni nel 2016, 106% in più rispetto all’anno precedente).

Come nasce la sua passione per l’arte?

Srotolando la pellicola della mia quarantennale carriera tutta vissuta nel Paese che è virtualmente la prima potenza culturale del pianeta, trovo molti fotogrammi contrassegnati dall’attenzione ai beni culturali: in primis all’Europeo (dove le mie cronache mi valsero, negli Anni Settanta, il premio Zanotti Bianco assegnato da Italia Nostra e consegnatomi da Sandro Pertini al Quirinale). Una curiosità: in quello stesso periodico, quando fui chiamato alla direzione, individuai per la rubrica d’arte un giovane narratore che avrebbe fatto strada: Vittorio Sgarbi, 350 mila lire per ogni suo intervento settimanale su Il bello e il brutto concordati in una mia visita a Ro Ferrarese, dopo un pranzo con il futuro rubrichista, sua sorella Elisabetta e i genitori Rina e Giuseppe. La mia visione di narratore attento all’arte è continuata ad Airone, con puntate personali fino in luoghi estremi (come Berenice Pancrisia e Abu Simbel, in Africa) ed è proseguita nel settimanale Oggi, dove curavo le pagine di cultura e coglievo l’occasione per puntate eccezionali come la Camera delle Ambre a San Pietroburgo, visitata con qualche giorno d’anticipo rispetto all’apertura per i potenti della Terra del G8.

Ma la mia predisposizione alle storie dell’arte è stata anche rafforzata dall’aria che si respirava, e si respira, in famiglia: mia moglie Manuela Cuoghi ha insegnato per 35 anni educazione artistica, rifornendo la biblioteca di casa di giganti della creatività; mio cognato, Ilario Cuoghi, è un apprezzato scultore che ha portato le belle forme nei gioielli; mio nipote Vanni Cuoghi è stato chiamato alla Biennale di Venezia e mio figlio Giacomo, artista digitale, ha creato a Milano la start up Streamcolors.

Una famiglia immersa nell’arte, insomma… Come e quando l’arte tocca la punta massima nella sua carriera di divulgatore?

Proseguendo nella metafora dei fotogrammi, c’è un giorno particolare, nell’estate di venti anni fa, che segna una svolta. Ero andato con il poeta e sceneggiatore Tonino Guerra a visitare la magnifica fortezza a forma di tartaruga creata da Francesco di Giorgio Martini a Sassocorvaro, nel Montefeltro marchigiano.

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La Rocca di Sassocorvaro, simbolo e cuore del borgo nel Montefeltro marchigiano. Voluta dal principe-filosofo Ottaviano Ubaldini su progetto del genio senese Francesco di Giorgio Martini, è il caso più affascinante nella storia dell’architettura fortificatoria del Rinascimento italiano.

Affacciandomi a una finestra, scorsi in un angolo a terra una targhetta, avvolta dalla ragnatela di un operoso ragno, grande quanto un bancomat con qualche riga scritta a macchina. Facendomi largo tra le maglie della ragnatela, estrassi la targhetta e lessi:

In queste stanze trovarono ricovero e salvezza

i principali capolavori dell’arte italiana

durante la Seconda guerra mondiale.

Fu la miccia per una scoperta continua di quella pagina all’epoca semisconosciuta della storia dell’arte italiana, e non solo, fino ad arrivare alle pagine di diario inedito del Soprintendente di Urbino, Pasquale Rotondi, che di quell’Operazione Salvataggio fu il principale protagonista. Trovai il diario, scritto per i nipoti, nel cassetto della figlia di Rotondi, Giovanna, all’epoca Soprintendente di Genova.

Nacque così il suo primo importante libro che è L’Arca dell’arte, 1999, basato sul quel diario che ricostruisce minuziosamente la storia del salvataggio di 8.621 tesori culturali…

Un libro splendido, 184 pagine a colori, arricchito anche dai contributi dei maggiori illustratori del tempo, che non trovò l’attenzione di nessun editore e che però mi convinceva così tanto che lo scrissi, con l’aiuto dello storico locale Pier Damiano Mandelli, e anche lo pubblicai, con l’allora piccola bottega editoriale che avevo fatto nascere, la Delfi. È stato l’avvio di una lunga serie di iniziative collaterali che hanno avuto e continueranno ad avere come palcoscenico ideale le terre del Montefeltro, con in prima fila Sassocorvaro, Carpegna e Urbino, dove ci fu la più grande concentrazione di opere d’arte mai messa insieme nella storia dell’umanità.

Si è mai chiesto il valore economico di quelle opere messe insieme?

Io no, perché per me quelle opere rappresentavano, più che un valore economico, l’anima stessa della nostra Italia. Ma il principe Francesco Maria di Carpegna, che affittò il palazzo di famiglia per accogliere parte delle opere ricoverate, ha sostenuto che il valore economico era tale “da non poter essere assicurate da tutti i Lloyd’s di Londra e del mondo messi insieme”.

A Rotondi ha dedicato anche un film-documentario per Rai Educational, La lista di Pasquale Rotondi, che ha ottenuto tante lodi; ma soprattutto il “Premio internazionale Rotondi ai salvatori dell’arte”, riconosciuto da una legge dello Stato italiano, che si assegna ogni anno nella Rocca di Sassocorvaro a protagonisti del mondo, dell’Europa, d’Italia e delle Marche. Come nasce questa manifestazione?

Lo spunto arriva dalle parole dello stesso Pasquale Rotondi, il quale si augurava che la fortezza di Sassocorvaro, imponente nella cornice di un paesaggio di rara bellezza rimasto come lo avevano dipinto geni dell’arte come Piero della Francesca e Raffaello, tornasse a essere “con premi, mostre, convegni e pubblicazioni” una dinamica Arca dell’Arte. Ci abbiamo creduto e provato vent’anni fa, ci stiamo riuscendo adesso: quest’anno gli eventi del premio sono stati spalmati in una settimana.

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Salvatore Giannella a Lindau, nella giornata di incontro con i premi Nobel nel 2008.

Lei è anche autore di Operazione Salvataggio (Chiarelettere, 2014, che ha venduto quasi 8 mila copie), in cui ci racconta le storie degli eroi “sconosciuti” che hanno salvato l’arte dalle guerre in Italia e nel mondo.

Mi è piaciuto ricostruire le vicende incredibili di questi uomini e donne che rischiando la vita hanno salvato la Bellezza del mondo. Le loro storie riguardano l’ultima guerra mondiale, ma anche la guerra civile spagnola fino ad arrivare ai conflitti più recenti, dalla ex Jugoslavia all’Afghanistan. Ne è venuto fuori un affresco emozionante e inatteso, che va ben oltre il racconto del lodevole film di George Clooney Monuments men. Ci vorrebbe un’altra pellicola per raccontare le gesta dei tanti eroi sconosciuti (italiani, svizzeri, inglesi, spagnoli, tedeschi) che con pochi mezzi e spesso in condizioni disperate sono riusciti a salvare un patrimonio che altrimenti non avremmo mai più rivisto. Ancora oggi 1.647 pezzi sottratti all’Italia quasi tutti dai nazisti sono ufficialmente “prigionieri di guerra”, nascosti chissà dove.

Quest’anno è l’anno dei piccoli musei. E proprio dalla sua idea di illuminare i tesori culturali non più rientrati è nato alle porte di Milano, a Cassina de’ Pecchi, il Maio, Museo dell’arte in ostaggio. Crede che i piccoli musei possano rappresentare davvero una scelta vincente?

Essere “piccoli” non significa valere meno: spesso proprio tra di loro, che rappresentano la grande maggioranza dei musei presenti in Italia, si trovano vere e proprie eccellenze. Essi offrono esperienze originali, in un contesto accogliente e manifestano un forte legame con il territorio e la comunità locale. Perché siano realtà vincenti servono, tuttavia, competenze specifiche per far fronte a problemi complessi, primo fra tutti la scarsità di risorse.

Il suo grande amico Tonino Guerra, “uno degli italiani da esportazione” come lo definiva Enzo Biagi, ha creato a Pennabilli, nella valle del Marecchia, tra la Romagna e le Marche, il museo diffuso chiamato I luoghi dell’anima, visitato ogni anno da oltre centomila persone. Immagino che lei lo conosca…

L’ho visto nascere e l’ho visitato molte volte. Ho anche elaborato un piano di marketing del territorio dedicato a quella valle, definita “la più bella d’Italia” da uno che se ne intende: Antonio Paolucci, storico dell’arte, ex ministro per i Beni culturali e direttore degli Uffizi prima e dei Musei Vaticani poi. Dal 1989 la mia seconda casa è stata la Romagna e la Valmarecchia, grazie all’onore ricevuto dell’amicizia di Tonino e della sua sposa russa, Lora. E dei luoghi dell’anima parlo nel libro onnicomprensivo di Tonino, La valle del Kamasutra, che ho curato per Bompiani.

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Il “Santuario dei pensieri”, uno dei sette luoghi dell’anima di Tonino Guerra.

Quello disegnato da Tonino Guerra può essere considerato un modello di creatività e rivalutazione urbanistica?

Sicuramente sì, è un modello al quale si sono ispirati anche molti architetti, qui venuti da Oltralpe guidati dallo storico dell’arte Roland Gunther, e molti dei progetti di recupero e riposizionamento del territorio nella Ruhr tedesca, passata da capitale dell’industria del carbone e dell’acciaio a pilastro culturale dell’attuale Germania e dell’Europa.

Quale pensa possa essere la via da percorrere per il futuro della valorizzazione della cultura e del nostro patrimonio culturale?

Lo dico con le parole di uno che di economia e di civiltà se ne intendeva sommamente, Carlo Azeglio Ciampi:

Investire nella cultura è una necessità per noi italiani. Se funzionano i nostri musei, se funziona il nostro cinema, il nostro teatro, la nostra musica, allora funziona meglio tutta la società italiana, e con essa l’economia.

Parole che spazzano la fesseria, purtroppo diffusa, che “con la cultura non si mangia”.

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* Camilla Angelino, 28 anni, milanese, si è laureata con una tesi dal titolo Crimini contro il patrimonio culturale: analisi empirica e strategie investigative, discussa alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano nell’ottobre 2016, relatore il professor Gabrio Forti, correlatrice la dottoressa Arianna Visconti. I principali capitoli della interessante tesi sono stati riportati su Giannella Channel (link).

Da “I salvatori dell’arte”:

Author: admin

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