L’uomo che ha combattuto
nella ex Jugoslavia
per salvare i suoi tesori d’arte

Un nuovo libro illumina la figura e le azioni di Francesco Papafava,
una figura a metà tra Sindbad, l’Ulisse d’Oriente e Gino Strada,
il medico fondatore di Emergency. Ha fatto fino all’ultimo il pendolare
tra la sua casa sulle rive dell’Arno e il Kosovo, per invocare un aiuto
(concesso) affinché possano rinascere 1.800 monasteri e affreschi stupendi

I salvatori dell’arte, Dicono di noi

Mi arriva da Forlì un libro dedicato a Francesco Papafava (Padova 1930 – Firenze 2013), un ex editore d’arte e opinionista della rivista cui sono abbonato (Una città), che avevo incontrato quando, di ritorno dai Balcani, era impegnato a far prendere coscienza agli italiani dell’importanza di un aiuto per far rinascere monasteri e stupendi affreschi del Kosovo. Un’attività che lo ha accompagnato con soddisfazione in quel tempo che viene chiamato della “pensione”, meno occupato dai pressanti impegni di lavoro e più aperto alla cura delle proprie vocazioni culturali, alle amicizie, alle proposte: quel tempo che lui chiamava “gli anni belli del tramonto”. Il libro ha per titolo “Francesco Papafava. Scritti e interviste 2000-2013” e nelle sue 248 pagine, oltre al ricordo di alcuni amici e alla prefazione della sua sposa Giovanna Dolcetti, sono raccolte alcune interviste da lui fatte per Una città e alcuni saggi pubblicati su Nuova Antologia e Belfagor. (per info e acquisto: unacitta.it).

Nella presentazione Giovanna ricorda grata quel mio incontro: “Salvatore Giannella ha raccontato la ‘scoperta’ dei Monasteri prima su Oggi nel 2001 e poi nel libro Operazione Salvataggio (Chiarelettere, 2014) dopo aver intervistato Francesco al Poderino”. Da quel mio libro riporto il brano che illumina un (ingiustamente semisconosciuto) salvatore dell’arte.

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Francesco Papafava (Padova, 1930 – Firenze 2013), introduce una delle edizioni degli Incontri del Mediterraneo di Riccione (2003).

Quelle terre martoriate dei Balcani mi furono disegnate in una gelida mattinata del gennaio 2001 da un ex editore d’arte che da due anni faceva il pendolare tra la sua lavorativa Firenze e il Kosovo impegnato in una missione che sembrava impossibile: far prendere coscienza agli italiani dell’importanza di un aiuto per far rinascere monasteri e affreschi stupendi del Kosovo. Francesco Papafava, questo era il nome dell’italiano innamorato dell’altra sponda adriatica, mi accolse nella sua casa all’Antella, una frazione del comune di Bagno a Ripoli (Firenze) e mi snocciolò fotografie emozionanti. Suggestivi monasteri ed eremi del Due-Trecento costruiti in luoghi sperduti e ancora oggi misteriosi, lontano dai grandi cammini del passato. Affreschi murali eseguiti da pittori anonimi che raccolsero l’eredità artistica di Costantinopoli e la portarono in alcuni casi a un livello mai raggiunto in tutta l’arte bizantina. Opere pittoriche che, per la plasticità delle forme, per la ricerca dello spazio, la cura del colore e l’umanità visibile in ogni dettaglio, risultano dei capolavori somiglianti a quelli che firmavano artisti loro contemporanei impegnati a Siena, Firenze o Assisi.

E poi: moschee e monumenti musulmani, religiosi e civili, dalle rigorose ed eleganti strutture in stile ottomano classico (le più importanti: la moschea Sinan Pasha a Prizren e la Imperiale a Pristina, la moschea dello Stendardo, devastata dalla guerra a Pec, come a Djakovica quella dell’Eunuco). Il tutto in grande quantità: sono almeno 1.800 gli edifici storici e le chiese cattoliche e ortodosse fitte di icone e segni d’arte. Come nel monastero di Decani dove in mille affreschi, con diecimila personaggi divisi in venti cicli, c’è tutta la storia del cristianesimo catalogata in modo quasi enciclopedico.

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La moschea kosovara Sinan Pasha a Prizren.

La bellezza e l’anima del Kosovo, (in serbo antico, “campo dei merli”), che le cronache della guerra e della miseria non ci avevano fatto conoscere, mi scorrevano sotto gli occhi in quella cascina tra gli ulivi sulle colline di Firenze. Era da lì che, a cominciare dal 1999, partiva Francesco Papafava, allora settantenne, per soggiorni sempre più lunghi e impegnativi nei tormentati Balcani. Di origine padovana, Francesco s’era trasferito negli ultimi anni, quando non guidava più, in questo borgo fiorentino. All’Antella si fermava al bar, dalle fioraie per omaggi alla sposa Giovanna e alle amiche nelle ricorrenze, dal giornalaio sempre; il verduraio gli offriva il caffè. Tutti amici che lo rimpiangono. Ferocemente umanista nel Paese e nella città più artistica del mondo, lì aveva contribuito a fondare l’International Committee of Museum (ICOM), organizzazione non governativa riconosciuta dall’UNESCO, l’ente delle Nazioni Unite specializzato nella cultura e nella scienza.

Ritrovo gli appunti di quell’incontro, così posso ricostruire la straordinaria avventura personale di uno dei poco conosciuti protagonisti italiani dell’Operazione Salvataggio in quelle terre devastate: una figura a metà tra Sindbad, l’Ulisse d’Oriente e Gino Strada, il medico chirurgo fondatore di Emergency. Mi accolse:

Ho conosciuto Belgrado e l’ex Jugoslavia quando ero editore e andavo lì per fiere e per turismo, con la famiglia. Ultimamente sono arrivato, prima a Sarajevo e poi nel Kosovo, spinto dalla curiosità culturale e anche dall’interesse umanitario, innescato in me da un sacerdote di origine veneta che a quelle terre e a quegli uomini ha dato molto, don Renzo Scapolo. Però, mano a mano che scoprivo il territorio del Kosovo e visitavo i suoi monumenti di grande valore storico e artistico, finivo con l’appassionarmi ai suoi tesori in gran parte sconosciuti, nonostante siano stati ammessi in alcuni casi nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO. Da lì a filmarli e studiarli, mapparli con le voci storiche e tecniche e indicarne il restauro possibile è stato un passo facile.

Papafava mi delineò poi il mosaico di quelle terre, un complesso puzzle di 19 nazionalità, tre lingue (serbo, albanese e turco) e tre religioni (cattolica, cristiano-ortodossa) che Tito era riuscito a tenere insieme, a riprova di come una sovrapposizione di civiltà e di culture possa creare monumenti di grande suggestione: ne forniva una splendida riprova il libro edito da Jaca Book L’arte nel Kosovo, a cura di Gojko Subotic, direttore dell’Istituto di storia dell’arte di Belgrado. I segnali si questo continuo interscambio erano ben visibili: molte moschee hanno un impianto architettonico di ispirazione bizantina con grandi cupole come le chiese ortodosse. Mentre i diversi monasteri serbo-ortodossi medievali, recintati da mura, animati da suore che allevano animali e lavorano la terra e da monaci con il caratteristico vestito e cappellino nero, continuarono a far parte di questo panorama anche in momenti terribili.

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“Operazione Salvataggio. Gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre” di Salvatore Giannella, Chiarelettere. È possibile acquistarlo, nelle versioni Ebook o cartacea, a questo link.

Le parole dell’italiano innamorato del Kosovo si concentrarono in particolare su due dei principali monasteri, vale a dire quello di Pec, sede del Patriarca di Serbia dal 1346 e centro di irradiazione della cultura ortodossa, e il monastero di Decani, a 17 chilometri da Pec, con il mausoleo del re Stefan Decanski che dà il nome al complesso. Quei due monasteri sono legati da un filo sottile all’Italia: “Per un visitatore italiano è grandissima la sorpresa nel vedere la stretta parentela tra i pittori di affresco del monastero di Decani e i loro contemporanei famosi che operavano, sempre nel Duecento-Trecento, nel Centro Italia”.

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Il monastero di Decani, con mura arricchite da molti affreschi del Trecento.

Alla periferia di Pec (in serbo significa “rupe”, è la terza città del Kosovo) il Patriarcato è costituito da un complesso di tre chiese affiancate di diverse età. Contengono un’antologia unica della pittura ortodossa, tutta anonima, tra il ‘200 e il ‘600.

Leggo ancora sul diario di quella serata fiorentina:

Nella chiesa dei santi Apostoli, costruita nel XIII secolo, troviamo un Redentore dipinto intorno al 1340 da uno sconosciuto, maestro della scuola adriatica, già per movenze e colori vicino al Quattrocento italiano. E quando si vedono le Storie di San Paolo dipinte da un greco nella chiesa del monastero di Decani, la più grande costruzione ecclesiastica della Serbia con le sue 5 navate e 35 metri di altezza, dove lavorò soprattutto un certo Vita da Cattaro, frate francescano di cultura adriatica, il pensiero corre subito al Palazzo di Siena e al viaggio di Guidoriccio da Fogliano, qui affrescato, e dunque a Simone Martini e alla sua cerchia. I castelli, il cavallo che ondeggia come le curve sulle colline, i colori…!

Con Pec e Decani, stava particolarmente a cuore a Papafava il monastero di Gracanica, dove l’umidità stava rovinando alcuni preziosi affreschi di artisti greci di Salonicco, capitanati dal grande pittore Astrapa, l’innovatore della pittura bizantina.

Nel corso dell’incontro Francesco tenne a sottolinearmi un concetto:

Il restauro in quelle terre difficili deve essere visto dall’Italia come uno degli impegni etici prioritari da assumersi… I miei interessi culturali sono per un piacere personale, sì, ma essenzialmente sono diretti a far conoscere alle nostre autorità politiche e diplomatiche l’importanza dei monasteri della Serbia, oltre che per la storia e per l’arte europee, anche come risorsa politica e diplomatica. Per questo ho incontrato più volte l’ambasciatore italiano a Belgrado, Giovanni Caracciolo, e ho scritto memorandum al nostro ministero degli Esteri, dipartimento della Cooperazione allo Sviluppo. A loro ho sottolineato come interventi di restauro promossi dall’Italia nei monasteri di Pec e Decani, presidiati da militari delle forze armate italiane sotto l’ombrello della Nato e su mandato delle Nazioni Unite, sarebbero stati particolarmente significativi, non solo per la tutela di un patrimonio dell’umanità sotto la tutela italiana, ma anche per testimoniare al popolo serbo, molto sensibile al destino dei monasteri nel Kosovo, che l’Italia (malgrado la guerra al leader serbo Milosevic) non è ostile alla Serbia.

“Italia, salva i tesori della ex Jugoslavia”, invocava Francesco. E l’Italia si è mossa, anche dopo la fine della guerra, seguendo una tradizione dall’Istituto centrale di restauro (ISCR) fin dal momento della sua fondazione (avvenuta nel 1939, su progetto di Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi, suo primo direttore).

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Giovanna Rotondi Terminiello, Soprintendente per i beni artistici e storici della Liguria.

Mi ricorda Giovanna Rotondi Terminiello, già Soprintendente per i beni artistici e storici della Liguria: “Con l’ISCR noi abbiamo dato collaborazione per la salvaguardia dei monumenti in mezzo mondo, siamo stati dei Monuments men alla rovescia: per esempio le missioni all’estero di Cesare Brandi, per i templi di Abu Simbel in Egitto nel 1959, e dei coniugi Laura e Paolo Mora dalla Mesopotamia all’Egitto di Nefertari, o lo stesso mio padre, Pasquale Rotondi, chiamato dallo Scià di Persia Reza Pahlevi per salvare i tesori del palazzo imperiale a Teheran e a Santa Sofia a Istanbul. L’Istituto aveva una tradizione che con il passare degli anni si è affinata, oggi noi da operatori siamo diventati formatori di giovani operatori locali. In fondo la lezione della ex Jugoslavia è che sono loro, i giovani formati da un italiana dell’ISCR, a recuperare i loro beni artistici”.

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Donatella Cavezzali, architetto, dirige la Scuola Alta Formazione e Studio e il Servizio Beni Architettonici dell’ISCR.

Quella italiana salvatrice e formatrice evocata da Giovanna Rotondi è da 14 anni al lavoro nei Balcani (per questo suo impegno in difesa di quel patrimonio culturale ha ricevuto nel 2013 il Premio Rotondi). Si chiama Donatella Cavezzali, è l’architetto che dirige la Scuola Alta Formazione e Studio e il Servizio Beni Architettonici dell’ISCR. La incontro appena rientrata da Washington dove ha partecipato a un simposio internazionale per presentare il restauro della Sala delle maschere, uno tra i più belli esempi della pittura di Fabullus, il famoso pittore di Nerone (info supplementari: www.domusaurea.salamaschere.beniculturali.it). La ricostruzione della Operazione Salvataggio italiana nei Balcani parte da quel gennaio 2001 in cui avevo incontrato Papafava e avevo raccolto il suo appello all’ambasciatore italiano a Belgrado e al nostro ministero degli Affari Esteri…

Ma questa è un altro capitolo che racconteremo in futuro.

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Il libro su Papafava è edito da Una città cooperativa, Forlì, che dal 1991 pubblica anche un mensile con questa mission:
 
“Crediamo all’attualità dei grandi ideali di un tempo lontano, gli ideali del socialismo umanitario: democrazia e libertarismo, giustizia sociale, cooperativismo e mutualismo, comunalismo e federalismo, europeismo e cosmopolitismo”.
 
Contatto: unacitta.it – Mail: unacitta@unacitta.org


FOTOGALLERY

Alcuni dei tesori architettonici in Kosovo

affidati alla protezione dei militari italiani

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La moschea kosovara Sinan Pasha a Prizren.

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La moschea Imperiale a Pristina.

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Il monastero di Decani, con mura arricchite da molti affreschi del Trecento.

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Un’immagine dall’alto del monastero di Decani.

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Uno degli affreschi nel monastero di Decani.

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(qui e in apertura) Il monastero di Gračanica. Appartiene alla Chiesa ortodossa serba, ed è situato nel villaggio di Gračanica nella municipalità di Pristina, in Kosovo. Fu fondato dal re serbo Stefano Milutin nel 1321.

Author: admin

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1 Comment

  1. Ho fatto alcuni viaggi, e racconto sempre agli amici, che il viaggio più bello è stato quello dell’estate del 1988, quando con mia moglie abbiamo viaggiato da Dubrovnic a Salonicco, quasi sempre per piccole strade spesso sterrate.

    Non avevamo preparato il viaggio, avevamo 30 giorni di tempo e tanti anni in meno.

    La meraviglia dei monasteri e dei tesori architettonici del Kosovo, ci hanno guidato e regalato emozioni che ci tengono ancora compagnia.

    Grazie Salvatore,

    Giuseppe Giannini, Pennabilli

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