Quei 1.653 tesori rubati da Hitler
e ancora prigionieri di guerra

I SALVATORI DELL’ARTE

testo di Salvatore Giannella

 

(2018.10) Un aggiornamento: gli eredi del collezionista ebreo Simon Bauer riavranno indietro il quadro del pittore impressionista Camille Pissarro “La cueillette des pois”. Lo ha deciso agli inizi di ottobre 2018 il giudice della Corte d’Appello di Parigi ai quali si erano rivolti i familiari di Bauer, proprietario di una collezione trafugata dal regime filonazista di Vichy nel 1943 che comprendeva un centinaio di capolavori della scuola impressionista. Il giudice ha ordinato alla coppia di collezionisti americani che lo avevano attualmente in custodia di restituirlo.

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Camille Pissarro, “La cueillette des pois”.

La notizia riporta alla mente il giallo sollevato dal mio libro e sottolineato dallo storico dell’arte Tomaso Montanari. Il capitolo sui capolavori scomparsi. E, da Michelangelo a Canaletto, da Raffaello a Tiziano e a Stradivari, il museo virtuale con le opere rubate dai nazisti: la prima puntata della serie completa, regione per regione, autore per autore. Una iniziativa speciale di Giannella Channel che rivolge un appello: “Chi li ha visti?”

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Tomaso Montanari

Dopo Sette (link), altri periodici come Oggi e la TV (la Rai nel programma Il Giro prima del Giro, TgCom24 e Chi l’ha visto?) hanno accolto e presentato con risalto il mio nuovo libro Operazione Salvataggio (Chiarelettere), dedicato alle storie degli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre. Ma devo a un quotidiano (Il Fatto del lunedì, 9 giugno, curato dal giovane e bravo Ferruccio Sansa) e a un recensore eccellente (Tomaso Montanari, 43 anni, fiorentino trapiantato a Napoli dove insegna Storia dell’Arte Moderna all’Università ‘Federico II’) la sottolineatura di un giallo che presento nelle pagine iniziali del mio libro.

Scrive Montanari:

… La notizia più clamorosa contenuta nel libro Operazione Salvataggio di Salvatore Giannella è che l’Italia deve ancora recuperare 1.653 opere d’arte elencate nel famoso rapporto di Rodolfo Siviero (il più celebre cacciatore di opere d’arte trafugate durante la guerra), e con ogni probabilità ancora disseminate per la Germania e per l’Europa dell’Est. E neppure il pugno di addetti ai lavori che ne è al corrente, sa forse che da anni nessuno lavora per tentare di riportarli in patria. Il libro contiene una rarissima intervista all’avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli, che fino al suo recente pensionamento è stato a capo della commissione che si occupa del recupero delle opere d’arte esportate illegalmente dall’Italia. E se Fiorilli parla dei successi ottenuti nel contrasto ai furti d’arte recenti, egli denuncia il totale disinteresse nei confronti di quelle 1.653 opere inghiottite dalla Germania hitleriana. «Sono in difficoltà a dire queste cose, ma il mio dovere di cittadino me lo impone. I ministri che si sono succeduti alla guida dei Beni culturali non si sono assolutamente interessati di questi problemi, anzi si sono opposti a queste attività. Il neoministro Dario Franceschini si avvale della diretta collaborazione degli stessi personaggi che affiancavano i precedenti ministri. Il che mi fa essere pessimista sul futuro». In effetti i politici, ma anche i diplomatici, non hanno alcun interesse a mettere sul tavolo delle relazioni internazionali una questione potenzialmente assai imbarazzante: e così il dossier di Siviero rimane in attesa di tempi e di uomini più coraggiosi e più giusti. Uomini come quelli che, per nostra fortuna, non mancarono durante l’ultima guerra. Quello che esce dal libro con maggiore vivezza è Pasquale Rotondi, il grande amore di Salvatore Giannella, che ne ha pubblicato l’avvincente diario degli anni della guerra (L’Arca dell’Arte) e gli ha dedicato una puntata del programma Rai La Storia siamo noi

Dal mio libro “Operazione Salvataggio”. Capolavori ancora prigionieri di guerra

La guerra per l’arte continua ed è una guerra spesso combattuta nel silenzio, interrotto solo di tanto in tanto da notizie che lasciano ben sperare.

Nel giugno del 2007, in una cassaforte della Zürcher Kantonalbank di Zurigo, viene ritrovata parte della collezione di Göring. Quindici dipinti in tutto, fra cui opere di Dürer, Kokoschka, Monet, Renoir, Sisley. A depositarli era stato nel 1978 Bruno Lohse, un esperto d’arte che aveva fatto da consulente a Göring e ad altri gerarchi all’epoca della «grande razzia». Il ritrovamento si deve alla denuncia da parte di un’anziana signora, erede della famiglia ebrea Fischer, alla quale i nazisti avevano confiscato l’intero patrimonio. In seguito alla morte di Lohse, avvenuta nel 2007, alla signora era stato restituito in forma anonima un capolavoro di Pissarro facente parte della collezione di famiglia. Da lì sono partite le indagini che hanno portato al ritrovamento della cassaforte.

Nel novembre del 2013 arriva la notizia di un nuovo ritrovamento. In un appartamento di Monaco di Baviera è stato scovato un tesoro di 1500 opere d’arte, per un valore stimato di oltre un miliardo di euro, che erano state confiscate dai nazisti durante il Terzo Reich e che si credevano ormai perdute. Fra i dipinti riportati alla luce, capolavori di Chagall, Klee e Matisse accatastati in un ripostiglio, tra cassette di frutta e barattoli di fagioli, della polverosa casa dell’ormai ottantenne Cornelius Gurlitt (l’uomo del tesoro di Hitler è morto martedì 6 maggio 2014, Ndr), figlio dello storico mercante d’arte Hildebrand Gurlitt. La polizia è arrivata alla scoperta dopo che nel settembre del 2010 Cornelius era stato fermato su un treno di ritorno dalla Svizzera con 9000 euro in contanti, in una delle sue sporadiche trasferte per vendere esemplari minori della sua collezione, sempre alla luce del sole e in modo legale: una sorta di rendita del patrimonio paterno che gli aveva permesso di sopravvivere nell’ombra per decenni, senza mai un lavoro, una pensione né un numero di previdenza sociale. La casa di Monaco non era l’unico nascondiglio. In un altro appartamento di Salisburgo le autorità tedesche hanno trovato altre 60 opere della collezione, tra cui dipinti di Picasso, Renoir e Monet.

Nonostante i fortunati ritrovamenti di Zurigo, Monaco e Salisburgo e i tanti sforzi eroici di antichi e moderni Monuments men – da quelli delle forze alleate angloamericane, ai salvatori dell’arte italiani, fino agli eroi più recenti –, sono però ancora tante le opere d’arte «prigioniere di guerra» che mancano all’appello.

Restando solo ai beni trafugati in Italia durante il fascismo e la Seconda guerra mondiale, l’elenco è lunghissimo. Non sono mai tornati almeno 1.653 pezzi: 800 dipinti, decine di sculture, arazzi, tappeti, mobili, strumenti musicali, tra cui violini Stradivari, e centinaia di manoscritti.

Le opere trafugate si trovano ancora in Germania e Austria e, in parte, nella ex Unione Sovietica, dove furono portate dall’Armata rossa dopo il crollo del Terzo Reich e l’invasione dei suoi ex territori. Tra queste, capolavori di Michelangelo, del Perugino, di Marco Ricci, di Tiziano e Raffaello, Canaletto e Stradivari, oltre a sculture greche e romane e a tavole di primitivi di ottima fattura.

Per riavere queste opere, dopo il lodevole impegno del ministro plenipotenziario Rodolfo Siviero, nel dopoguerra a capo dell’Ufficio interministeriale per il recupero delle opere d’arte, al quale dobbiamo il ritorno in patria di numerosi capolavori e altri beni culturali come libri, biblioteche, documenti e archivi, è necessario un duro lavoro diplomatico e giudiziario, affiancato a quello investigativo dei carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio culturale (trecento uomini articolati in dodici nuclei presenti in tutto il territorio) e a quello dei cacciatori di tesori perduti della commissione speciale per il recupero delle opere d’arte guidata dall’avvocato di Stato Maurizio Fiorilli. Alla «squadra Fiorilli» si deve il recupero di quasi duecento preziose opere d’arte trafugate, ma il futuro del team non è luminoso: se ne teme lo smantellamento, nonostante i suoi pur faticosi successi di «diplomazia culturale».

Il problema fu ben fotografato da Antonio Paolucci, già ministro dei Beni culturali e oggi direttore dei Musei vaticani: «Fra gli anni Settanta e Ottanta, pochi, in Italia e all’estero, avevano vero interesse ad aprire un duro contenzioso sulla parte residua, più controversa e complicata, del patrimonio artistico italiano disperso per cause belliche. La situazione politica internazionale, ancora attraversata dal muro di Berlino e condizionata dalla logica dei blocchi, rendeva inopportuna, se non addirittura impossibile, l’apertura di un negoziato a tutto campo che era facile prevedere particolarmente minuzioso e contrastato. In sostanza – avrà pensato qualcuno – dal momento che l’Italia aveva già ottenuto indietro, in applicazione del trattato di pace, la parte più ragguardevole del suo patrimonio culturale illecitamente trasferito, non era il caso di turbare gli equilibri e le convenienze internazionali a tanti anni dalla fine della guerra, con atti di zelo eccessivo per il recupero della quota residua del patrimonio stesso. È molto verosimile che una riflessione del genere abbia trovato udienza nell’Italia di quegli anni, se si pensa al clima politico e, soprattutto, alla congiuntura internazionale».

Del resto Siviero moriva nel 1983 e quattro anni dopo chiudeva anche l’Ufficio recupero di via degli Astalli. La raccolta veniva quindi data in affidamento all’Archivio storico diplomatico, un ufficio dipendente dalla Farnesina. Dopo la caduta del muro di Berlino, la situazione è andata favorevolmente evolvendo. I mezzi d’informazione e il pubblico nazionale e internazionale si sono allertati e fatti più sensibili ai problemi del patrimonio artistico e culturale.

Vogliamo augurarci che questo mio libro faccia crescere quella consapevolezza, oltre che nel pubblico, anche fra i politici ai quali si deve chiedere di sviluppare le iniziative legislative e amministrative nell’unico modo davvero efficace: investigare sui capolavori «ultimi prigionieri di guerra» e, laddove possibile, recuperarli.

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo”), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

A PROPOSITO / CHI MANCA ALL’APPELLO

Il museo prigioniero di guerra

Da Michelangelo a Tiziano, da Raffaello a Canaletto e a Stradivari: ecco i dieci più significativi capolavori del museo virtuale sottratto al patrimonio artistico italiano durante la Seconda guerra mondiale e ancora da recuperare. Seguono, puntata dopo puntata, le altre opere rubate, divise per regioni e per autore: una classificazione da me ottenuta mettendo in forma i dati del rapporto originario di Rodolfo Siviero, pubblicati nel volume, ormai introvabile, L’opera da recuperare, Istituto Poligrafico dello Stato, 1995.

  • Michelangelo. La Testa di Fauno, scultura in marmo, trafugata dal castello di Poppi (Arezzo) dei conti Guidi, nella notte tra il 22 e 23 agosto dei 1944, dai soldati tedeschi della 305* divisione di fanteria. Dopo una sosta a Forlì, il 31 agosto proseguì verso il nord su autocarri della X Armata. Proveniente dal Museo nazionale del Bargello a Firenze, è ritenuta l’opera simbolo dei capolavori ancora prigionieri di guerra. Sempre di Michelangelo, Due studi per i Prigioni e Due studi per il Giudizio Universale, sanguigna e penna su carta: trafugati dai nazisti tra il settembre e l’ottobre del 1943 dalla collezione Mario D’Urso di Napoli.

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    La Testa di Fauno di Michelangelo

  • Canaletto. Campagna veneta con fabbricato rurale e alcune figure è una tela della collezione Contini Bonaccorsi, presa dalla 362* divisione fanteria tedesca. Sempre del pittore veneziano, la Veduta della Riva degli Schiavoni verso est (1735) è la tela della collezione Borbone Parma trafugata dalla 16ma divisione corazzata delle SS dalla villa di Pianore (Camaiore, Lucca) nella primavera del ’44. E’ una variante della veduta dello stesso soggetto conservata nella Collezione Albertini di Roma.

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    La Veduta della Riva degli Schiavoni verso est di Canaletto

  • Tiziano (scuola). Venere, un olio su tela trafugato dalle truppe naziste nella villa dell’avvocato Gino Pincherle, in via Giulia 55 a Trieste, nel ’43. Un Ritratto di Ludovico Ariosto, rubato dalla collezione Oriani in Villa Cardella a Casola Valsenio (Ravenna) è stato attribuito a Tiziano dal Gronau, 1933. Il Gibbons segnalava l’opera sul mercato londinese nel 1968, poi se ne sono perse le tracce.
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    La Venere di Tiziano

     

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    Il Ritratto di Ludovico Ariosto di Tiziano

  • Guido Reni. Santa Cecilia, olio su tela, 40 x 40, trafugato dalla chiesa romana di Santa Cecilia in Trastevere. E’ parte del grande dipinto di Guido Reni tuttora esistente nella chiesa sull’altare della Cappella del Bagno, raffigurante il martirio della Santa. Deposizione di Cristo, olio su tela, fu sottratto a Parma dai tedeschi nell’aprile del ’45, nella villa delle sorelle Ines ed Etta Venturi Zinzani.

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    Santa Cecilia di Guido Reni

  • Bronzino. Cristo crocifisso, olio su tavola requisito dalle truppe naziste nel deposito di Montagnana (Firenze), proveniva dalla collezione di Palazzo Pitti a Firenze. Ispirato a un disegno tardo di Michelangelo.

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    Bronzino, Cristo Crocifisso

  • Antonio Stradivari. Tre violini della collezione Strocchi a Cotignola di Ravenna (che comprendeva 20 pezzi di altri artigiani) trafugati nel gennaio ’45 dal reparto nazista contrassegnato dalla sigla Veitrz.

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    Tre violini Stradivari

  • Raffaello. Madonna con bambino e San Giovannino, matita nera e gessetto su carta giallina della collezione degli Uffizi. Preso nel ’44, dal reparto di paracadutisti tedeschi Fallschirm-Jeager, dal deposito di Barberino del Mugello.

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    Raffaello, Madonna con bambino e San Giovannino

  • Giovanni della Robbia. Madonna con bambino, terracotta invetriata della collezione della principessa Chavcavdze. Rubata dalle truppe naziste nel castello di Vincigliata, a Fiesole.

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Avvertenza: per quanto riguarda soggetti e indicazione degli artisti, mi rimetto alla tradizione e alle denunce originarie, non unificate criticamente.

Seconda avvertenza: chiunque abbia notizia di una o più di queste opere segnali alla più vicina caserma dei Carabinieri o, meglio, al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

carabinieri-tutela-patrimonio-culturaleComandante: Gen. Mariano Ignazio MOSSA. Vice Comandante: Col. Luigi CORTELLESSA, Roma, Piazza Sant’Ignazio, 152 – Tel. +39.06.6920301 – fax +39.06.69203069 – Sito web: www.carabinieri.it – E-mail: tpc@carabinieri.it.

Da “I salvatori dell’arte”:

Author: admin

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1 Comment

  1. Egregio Salvatore Giannella ho letto il suo libro Operazione Salvataggio: estremamente avvincente e coinvolgente. Se non le spiace lo porterò a far leggere a partire dal prossimo lunedì 6.10 ai miei alunni dell’atelier di letteratura / storia italiana nei pressi di Madrid. La sua cronaca sul salvataggio delle opere d’arte del Prado avrà certamente successo. La lettura del libro mi ha fatto venire la voglia di vedere coi miei occhi Sassocorvaro, Montefeltro, ecc….

    Un cordiale saluto, Ivano IOP

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