Rodolfo Siviero, 007 dell’arte,
e i recuperi dei capolavori rubati

Le avventure del più grande agente segreto cacciatore dei tesori trafugati
dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale e la caccia ancora
aperta del nucleo speciale TPC dei Carabinieri per far tornare ai legittimi
proprietari le opere d’arte ancora “prigioniere di guerra”. La terza
puntata dell’interessante tesi di laurea della milanese Camilla Angelino
illumina le ricerche certosine e i meriti dei “recuperanti”

ARTI & CULTURE, I SALVATORI DELL’ARTE

testo di Camilla Angelino per Giannella Channel
condensato dalla tesi “Crimini contro il patrimonio culturale” (3)

Rodolfo Siviero (1911-1983), passato alla storia come il più importante monument man italiano, ha recuperato moltissimi capolavori trafugati dall’Italia durante l’ultimo conflitto mondiale. Nato a Guardistallo, nel Pisano, dove suo padre Giovanni, sottufficiale dei Carabinieri, comanda la locale stazione dell’Arma, si trasferisce a Firenze e studia all’università con l’obiettivo di diventare critico d’arte. Negli anni Trenta viene arruolato come agente segreto dal SIM, il Servizio Informazioni Militare fascista. Nel 1937, con la copertura di una borsa di studio in Storia dell’Arte, si reca a Erfurt e Berlino per raccogliere informazioni sui nazisti, ma dopo l’8 settembre 1943 aderisce agli ideali antifascisti e inizia a monitorare il Kunstschutz, il corpo militare della Wermacht creato dal Führer per proteggere il patrimonio culturale dai danni della guerra, ma che in realtà ha il compito di trafugare dall’Italia verso Berlino o l’Austria il maggior numero possibile di capolavori.

Dall’abitazione dello storico dell’arte ebreo Giorgio Castelfranco sul lungarno Serristori di Firenze, oggi trasformata in museo e nota come Casa Siviero (link), coordina alcune attività partigiane di intelligence. Viene anche catturato e torturato dalla milizia dello squadrista Mario Carità, che lo rinchiude a Villa Triste, in via Bolognese, da cui si salva solo per l’intervento di alcuni ufficiali repubblichini in realtà collaboratori degli americani.

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Il Museo casa Rodolfo Siviero o più comunemente Casa Siviero si trova sul lungarno Serristori, nel quartiere di Oltrarno a Firenze.

Prima della fine della guerra il contributo di Siviero è determinante per salvaguardare l’incredibile scrigno d’arte conservato a Firenze e in tutta la Toscana. In quanto ex spia, lui ha gli strumenti strategici e politici per assicurare questa protezione. Crea un gruppo agguerrito di 007 dell’arte, animati dallo stesso spirito: tutti hanno capito che, in quel momento storico di totale caos, le opere d’arte non sono un problema marginale bensì la vera identità del Paese che verrà ricostruito dopo la guerra. Siviero arruola nel suo eccentrico team storici dell’arte, il pittore Bruno Becchi poi ucciso durante una missione, un partigiano e addirittura un barista che trasmette le informazioni con un strano codice fatto di cappuccini e caffè. Altro personaggio centrale è Giovanni Poggi, soprintendente ai Monumenti della Toscana per la Repubblica di Salò e direttore degli Uffizi, che in segreto collabora con lui, permettendogli di compiere interventi diretti e mirati, come – all’inizio del 1944 – il salvataggio della Annunciazione di San Giovanni Valdarno del Beato Angelico, conservato nel monastero francescano di Montecarlo (Arezzo), portato in gran fretta da due frati nel convento di piazza Savonarola a Firenze il giorno prima dell’arrivo dei soldati mandati a prelevare l’opera da Hermann Göring, numero due del Terzo Reich e amante dell’arte.

Sempre nel 1944 mette in salvo in un rifugio segreto, facendoli prelevare con uno stratagemma da alcuni finti ufficiali di polizia nella Villa San Domenico del pittore a Fiesole, tutti i quadri di Giorgio De Chirico costretto alla macchia con la moglie Isabella Pakszwer, ebrea russa, per sottrarsi ai rastrellamenti nazisti.

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Giorgio De Chirico, “Autoritratto”.

Per mesi Siviero rischia la vita (la pena tedesca per chi fa il doppio gioco è la decapitazione), organizzando salvataggi rocamboleschi e tessendo una formidabile rete di contatti che travalicava i confini delle nazioni coinvolte nella seconda guerra mondiale. Numeroso e sorprendente è l’elenco dei capolavori da lui recuperati, anche grazie alla collaborazione – tra gli altri – di Pasquale Rotondi, storico dell’arte e sovrintendente alle Belle Arti in Urbino dal 1939, al quale si deve l’Operazione Salvataggio (questo il suo nome in codice) condotta su incarico del ministro Bottai (Dal 1939 al 1944 riuscì a portare in salvo ben 6.509 capolavori italiani: la più grande raccolta di beni culturali mai realizzata nella storia dell’umanità); del cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI; di Palma Bucarelli, direttrice e sovrintendente dal 1942 al 1975 della Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma; e di Rose Valland, nume tutelare della Galleria nazionale del Jeau de Paume di Parigi.

Nel 1946, grazie ai meriti acquisiti durante la Resistenza, Siviero viene nominato ministro plenipotenziario dal governo di Alcide De Gasperi e diventa capo di una missione accreditata presso i comandi alleati per il recupero delle opere d’arte. Con quella carica può ispezionare il Collection Point di Monaco di Baviera, dove sono state riunite le opere rinvenute nelle cave di sale di Altaussee, vicino a Salisburgo, molte delle quali provenienti dalla collezione privata di Göring: si tratta di 6.755 dipinti e sculture, centinaia di tappeti e arazzi più un centinaio di armadi contenenti la biblioteca personale di Adolf Hitler.

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Rodolfo Siviero davanti alla Danae di Tiziano, trafugata da Cassino nell’ottobre 1943, recuperata nel 1947.

Nel 1947 Siviero ottiene la restituzione dei capolavori napoletani che i nazisti hanno trafugato nel ’43 dall’Abbazia di Montecassino. Tra questi la Danae di Tiziano del Museo di Capodimonte, regalata a Göring per il cinquantunesimo compleanno il 12 gennaio 1944.

Una delle opere più note salvate da Siviero è forse il cosiddetto Discobolo Lancellotti, copia dell’originale greco di Mirone, già di proprietà dei principi Massimo Lancellotti e venduta ai tempi dei Giochi Olimpici di Berlino per una cifra ridicola (5 milioni di lire) da Benito Mussolini a Hitler, in quel momento affascinato dalle rappresentazioni classiche. A far da tramite tra i due è Filippo d’Assia, marito di Mafalda di Savoia, che all’epoca s’è cucito addosso il ruolo di agente di acquisto e pressione per conto del Führer. Il Discobolo viene rimpatriato il 16 novembre 1948 assieme ad altri 38 capolavori portati illegalmente in Germania tra il 1937 e il 1943 con la complicità del regime fascista, tra cui la Leda del Tintoretto e il Ritratto di Giovanni Carlo Doria a cavallo di Pieter Paul Rubens.

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Il Discobolo Lancellotti.

Negli anni Cinquanta, terminato il periodo del controllo militare alleato in Germania, Siviero si trova a trattare il problema delle restituzioni con i rappresentanti del nuovo governo federale. Per il cancelliere Konrad Adenauer la restituzione delle opere d’arte è un’operazione simbolica della volontà politica della nuova Germania democratica di tagliare i ponti con il passato nazista. Il 27 febbraio 1953 lui e De Gasperi firmano un accordo che prevede la riconsegna alla Germania delle biblioteche tedesche in Italia e l’istituzione di due delegazioni che trovino l’accordo sulle opere da restituire all’Italia. Siviero è nominato capo della delegazione italiana e Friedrich Jantz, segretario generale della Cancelleria, capo di quella tedesca. In una serie di incontri a Bonn nel dicembre 1953, a Perugia nel gennaio 1954 e a Monaco di Baviera e Baden Baden nel marzo e settembre dello stesso anno, Siviero e Jantz si accordano sulla restituzione all’Italia di quasi tutte le opere ancora nel Collecting point di Monaco.

Ma l’azione dello 007 pisano prosegue senza sosta: nel 1963 recupera a Los Angeles due tavolette raffiguranti le Fatiche di Ercole di Antonio del Pollaiolo, che non erano con gli altri capolavori degli Uffizi portati dai nazisti in Alto Adige, perché alcuni soldati tedeschi le avevano nascoste e poi trafugate negli Stati Uniti.

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L’Efebo di Selinunte, statua di efebo risalente alla fase della colonizzazione greca della storia della Sicilia, custodito presso il Museo Civico Selinuntino di Castelvetrano. È alto circa 85 cm ed è stato realizzato in bronzo nel periodo che va dal 480 al 460 a.C.

Tra le opere recuperate dal team di Siviero la cui scomparsa non è legata agli eventi del secondo conflitto mondiale vanno ricordati i mosaici della basilica di Giunio Basso a Roma e l’Efebo di Selinunte, rubato dal municipio di Castelvetrano (Trapani) da una banda di ladri nel 1962 e dopo varie peripezie ritrovato alla fine di uno scontro a fuoco a Foligno sei anni più tardi, con Siviero che si finge un ricettatore interessato all’acquisto per fare uscire allo scoperto i colpevoli.

Tra incarichi, ufficiali e non, Siviero ha sempre svolto le missioni di intelligence senza risparmiare energie, fisiche e mentali, a volte assumendo anche toni critici nei confronti delle istituzioni, fino alla morte, avvenuta nel 1983.

Ha scritto nel 2014 l’ambasciatore Sergio Romano: «Grazie a lui tornarono in Italia molti capolavori. Ma non tutti: come nel caso di altri Paesi occupati dai tedeschi, il recupero fu spesso meno facile di quanto sarebbe stato lecito immaginare. Non sempre il titolo di proprietà era indiscutibile e non sempre lo Stato che chiedeva la restituzione era in grado di fornire la documentazione del materiale perduto. Accadde poi molto spesso quello che era accaduto al materiale artistico che i francesi avevano restituito allo Stato Pontificio dopo la fine dell’era napoleonica. Come il cardinale Ercole Consalvi aveva deciso di trattenere a Roma molte delle opere provenienti dall’Umbria, così molte burocrazie nazionali, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, decisero di trattenere al centro ciò che proveniva dalla periferia o dai privati». Particolarmente penalizzati furono i collezionisti ebrei: il proprietario era spesso morto o emigrato, le opere erano andate disperse, altre persone sostenevano di averle comperate in buona fede. (Dopo l’elezione di François Hollande alla presidenza della Repubblica nel maggio 2012, il ministro transalpino della Cultura, Aurélie Filippetti, ha annunciato che i musei francesi si sarebbero adoperati, senza attendere le richieste degli interessati, per ritrovare i legittimi proprietari delle opere di origine privata ancora custodite nei loro magazzini).

È stato grazie al contributo decisivo di singole virtuose personalità come quella di Rodolfo Siviero, sospinte unicamente dalla necessità del momento e da un amore incondizionato per l’arte, che ha avuto inizio il salvataggio di opere che altrimenti sarebbero andate perdute (come, purtroppo, accadde per tante altre) sotto le macerie delle guerre e le razzie dei primi banditi d’arte, e che si iniziò a comprendere come forse fosse utile cominciare ad annotare per iscritto quanto mancava all’appello e a raccogliere le notizie pervenute. Proprio quello che ha fatto Siviero con la sua “lista” di capolavori scomparsi, divisi per regione e corredati dalla descrizione dell’opera (tipologia, materiale, dimensione, datazione, attribuzione a un autore) e addirittura del momento e del luogo e in cui si trovava al momento della sottrazione.

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Veduta del Torrione seicentesco di Cascina Casale a Cassina de’ Pecchi, ora sede del MAiO, Museo dell’Arte in Ostaggio, ideato dal giornalista e scrittore Salvatore Giannella.

Da quella “lista” hanno poi avuto origine (insieme al poetico e suggestivo MAIO, Museo dell’arte in ostaggio, a Cassina de’ Pecchi, alle porte di Milano) i più moderni sistemi di catalogazione, non solo per la raccolta dei beni dispersi, ma anche veri e propri censimenti delle opere d’arte in chiave informativa e preventiva. Sfociati, poi, nella “Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti”, detta anche Banca Dati Leonardo, curata dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale (TPC), la più grande al mondo per mole di immagini e dati informatizzati: 5,7 milioni di informazioni descrittive di oggetti e 560 mila immagini.

Per comprendere appieno l’azione di tutela del TPC vale la pena ricostruire un caso emblematico: la storia del recente e rocambolesco “salvataggio” di un dipinto del Trecento, la Dormitio Virginis (la formula latina indica l’episodio biblico della morte della Vergine Maria, che secondo la tradizione non morì, ma si addormentò e successivamente ascese al Cielo) attribuito al maestro senese Andrea di Bartolo (1360-1428). Razziato nel 1944 in Toscana dalle Waffen-SS, è stato recuperato esattamente settant’anni dopo all’aeroporto di Malpensa grazie al lavoro del Nucleo TPC di Monza diretto dal capitano Francesco Provenza.

L’opera, una tempera su tavola di 82,8 x 63,3 cm, era il fiore all’occhiello della collezione privata allestita dal critico d’arte statunitense Frederick Mason Perkins a Villa Sassoforte, la sua casa di Lastra a Signa (Firenze). Neppure la nazionalità tedesca della moglie, Irene Vavasour Elder, riuscì a evitare le mille peripezie del dipinto, iniziate con le leggi razziali fasciste del 1938. Dopo il regio decreto n. 1728 del 17 novembre di quell’anno, che obbligava – tra l’altro – gli ebrei stranieri a lasciare l’Italia, il ministero dell’Educazione emanò il 4 marzo 1939 una circolare a difesa del patrimonio artistico nazionale nella disponibilità degli ebrei. Negli stessi giorni veniva istituito l’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare (EGELI) con il compito di acquisire, gestire e rivendere i beni sottratti agli ebrei.

L’Italia entrò in guerra e qui iniziarono i guai per la Dormitio Virginis: con la legge n. 1994, del 19 dicembre 1940, l’EGELI estese le proprie facoltà ai sequestri dei beni di tutti gli stranieri di nazionalità nemica. (Istituito con il r.d. n. 126 del 9 febbraio 1939. Dopo l’8 settembre 1943 l’EGELI viene trasferito al Nord, a San Pellegrino Terme, nel Bergamasco, dove assume anche la gestione delle aziende industriali e commerciali dichiarate nemiche, mentre la Repubblica di Salò inasprisce le misure contro gli ebrei, stabilendo la confisca totale delle loro proprietà con i dd. l. n. 1 e 2 del 4 gennaio 1944, Ndr). .In ottemperanza a queste nuove disposizioni, il 3 febbraio 1943 – sette mesi prima dell’Armistizio – il regio prefetto di Firenze ordinò il sequestro della collezione Perkins. Ma non successe nulla sino alle 21.30 del 20 luglio 1944 – dieci mesi dopo l’Armistizio – allorché le truppe naziste fecero irruzione nella villa toscana del critico, saccheggiando 24 opere d’arte appese ai muri.

Al termine del conflitto, i “cacciatori d’arte” guidati da Rodolfo Siviero, si misero sulle tracce dei capolavori della collezione, riuscendo a recuperarne quattro, ma non la Dormitio Virginis, svanita nel nulla fino al 2006.

Racconta il capitano Provenza: «Quell’anno il lavoro investigativo ci ha portato finalmente a individuare il quadro attraverso una delle attività preventive che poi diventano investigative in senso stretto: il controllo dei siti del commercio elettronico. In pratica, ci accorgiamo che è stato acquistato a Londra da un cittadino verosimilmente inglese, ma non noto». Dapprima, negli anni Cinquanta, era finito in Canada e poi di nuovo in Inghilterra, dove una importante casa d’aste la sta commercializzando per 164.800 sterline.

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La locandina del film “Monuments Men”, (scritto e diretto da George Clooney, 2014) che racconta la missione di un gruppo di esperti d’arte americani sbarcati in Europa per salvare i capolavori artistici occidentali dalla distruzione e dai trafugamenti dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Con una certosina serie di accertamenti e un’attività coordinata dalla Procura di Milano, gli investigatori dell’Arma seguono una sorta di filo di Arianna e quando il 16 maggio 2014 la Dormitio arriva a Malpensa dopo la transazione tra collezionista e galleria, viene posta sotto sequestro. Quattro giorni dopo, nel suo servizio per il Tg1, l’inviata della Rai Lucia Duranti così dà la notizia: «Una guerra nella guerra: quella combattuta da un gruppo di esperti d’arte americani sbarcati in Europa per salvare i capolavori artistici occidentali dalla distruzione e dai trafugamenti dei nazisti durante la seconda guerra mondiale. Una storia vera, raccontata nell’ultimo film con George Clooney Monuments Men. Una guerra non ancora vinta, settant’anni dopo: anche senza Clooney, Matt Damon, Cate Blanchett e Bill Murray la ricerca delle opere d’arte scomparse va avanti. A dimostrarlo questo dipinto del valore di 300-400 mila euro ritrovato a Milano dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Monza, Dormitio Virginis, quindicesimo secolo, autore Andrea Di Bartolo, rubato dalle SS naziste nella casa di un collezionista americano, Frederick Mason Perkins, in provincia di Firenze. Era il 1944. Sei in tutto i capolavori della collezione Mason Perkins ritrovati: quattro grazie al monument man italiano Rodolfo Siviero, due grazie ai Carabinieri. Erano in tutto 24. La caccia continua”».

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La “Dormitio virginis”, di Andrea Di Bartolo, XV secolo, rubato dalle SS naziste nella casa di un collezionista americano, Frederick Mason Perkins, a Lastra a Signa (Firenze) e recuperato dai Carabinieri del Nucleo di Protezione artistica, sezione Lombardia, guidati dal capitano Francesco Provenza (primo a sinistra).

Per un po’ la Dormitio Virginis viene conservata in un caveau climatizzato all’interno della Pinacoteca di Brera, in attesa di essere restituita alla Curia vescovile di Assisi (foto in basso), come stabilito nel 1971 dal lascito testamentario dalla vedova del collezionista americano depredato dai nazisti. Di religione protestante, Frederick Mason Perkins si era trasferito negli ultimi anni della sua vita nella città di San Francesco, dov’è morto il 12 ottobre 1955, dopo essersi convertito al cattolicesimo ed essere addirittura entrato a far parte del Terzo Ordine Francescano. Commenterà al proposito il critico d’arte Federico Zeri intervistato il 2 giugno 1988 da Susanna Nirenstein per Repubblica: «Da quando divenne così religioso (si fece battezzare nel dopoguerra nella basilica di San Francesco) si privava di tutto. Faceva persino la doccia con l’acqua gelata. Boh! Del resto anche Bernard Berenson ebbe una crisi mistica e si fece battezzare a Monte Uliveto. Si innamoravano dell’Italia e poi anche della nostra storia mistica. Così Perkins smise anche di occuparsi della raccolta d’arte».

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Il Museo San Rufino di Assisi che oggi ospita la Domitio Virginis.

Il 28 febbraio 2015 il quadro attribuito ad Andrea di Bartolo è stato sistemato nel Museo Diocesano della cattedrale di San Rufino di Assisi dove arricchisce la collezione di capolavori del critico d’arte già presenti nella cosiddetta “Sala Perkins”: una statuetta lignea e 57 dipinti, tra cui un San Francesco del Beato Angelico, la Madonna che adora il Bambino del Garofalo, due tavole di Giovanni di Paolo e tre di Pietro Lorenzetti, più il San Sebastiano dell’Ortolano, il San Cristoforo del Sassetta e un trittico di Gentile da Fabriano.

La nascita, i compiti e l’importanza a livello mondiale del Nucleo TPC dei Carabinieri saranno il tema della prossima puntata.

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3. Continua. Link alle puntate precedenti.

* Fonte: condensato dalla tesi di laurea della milanese Camilla Angelino, 27 anni, dal titolo Crimini contro il patrimonio culturale: analisi empirica e strategie investigative, discussa alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano il 18 ottobre 2016, relatore il professor Gabrio Forti, correlatrice la dottoressa Arianna Visconti. I capitoli della tesi: 1) Il patrimonio culturale: definizione e quadro normativo; 2) Analisi criminologica, con statistiche criminali, il “mercato grigio dell’arte” e i protagonisti del fenomeno; 3) Le indagini e il ruolo del Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, un modello tutto italiano, e la Commissione Fiorilli per il recupero delle opere d’arte fino all’istituzione dei Caschi Blu della Cultura; 4) Conclusioni e bibliografia.

Author: admin

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