Aldo Borgonzoni, ovvero quando i muri parlano al popolo e del popolo

Il centenario dell’artista bolognese Aldo Borgonzoni, con mostre e tavole rotonde a Medicina e in tutta l’Emilia Romagna, ci ricordano gli anni del Novecento in cui gli artisti chiedevano pareti da dipingere per dialogare con un pubblico popolare, di massa. Una tesi di Benedetta Rutigliano ricostruisce quella storia poco conosciuta

Cento anni fa nasceva a Medicina, nella bassa bolognese, Aldo Borgonzoni, uno dei maggiori esponenti della pittura realista in Europa. Il 18 febbraio 2004 i quotidiani davano, nelle pagine di cultura, una telegrafica notizia della sua scomparsa: “E’ morto a Bologna il pittore Aldo Borgonzoni. L’artista bolognese d’adozione negli anni’40 era entrato in contatto con Guttuso, Cassinari, Morlotti, Testori e negli anni aveva dipinto una serie di opere sulla strage di Marzabotto; aveva fondato la Galleria Cronache”.

Il contributo di Borgonzoni all’arte italiana, e in particolare alla pittura murale, è molto più articolato (dettagli su wikipedia, link) e bene ha fatto la Regione Emilia Romagna a varare, con il sostegno di Coop Adriatica e Granarolo, le manifestazioni per il centenario che continueranno anche nel 2014 (per informazioni: www.centenarioaldoborgonzoni.it). Intanto il Comune di Medicina ha organizzato, con l’aiuto degli eredi Borgonzoni, la mostra e la tavola rotonda su “Il lavoro e la realtà” che si inaugura sabato 9 novembre, all’ombra della più famosa pittura murale di Borgonzoni, presso la sala dell’Assemblea della Cooperativa Lavoratori della Terra, in via Saffi nel paese natale dell’artista. Tra i relatori, da Milano la giornalista e storica dell’arte Benedetta Rutigliano con un intervento dal titolo: “Il muro parla al popolo e del popolo: i dipinti murali di Borgonzoni a Medicina e Vignola”. La Rutigliano si è segnalata per la tesi di laurea presso la facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano dal titolo: “Gli artisti chiedono mura da dipingere. Per una storia della pittura murale nell’Italia degli anni Cinquanta” (tesi cui, fossi un editore curioso, darei un’occhiata).

Alla vigilia dell’appuntamento di Medicina Giannella Channel ha chiesto al relatore della tesi, professor Antonello Negri, una presentazione della tesi della Rutigliano sulla pittura murale. Ecco il suo contributo. (s.g.)

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Il Maestro Aldo Borgonzoni (Medicina, 1913 – Bologna, 2004).

L’idea di una nuova arte pubblica (i cui principali esiti erano la pittura murale e la scultura monumentale combinata all’architettura) è stata soprattutto tipica degli anni fra le due guerre, manifestandosi originariamente nel Messico rivoluzionario attraverso le principali figure di Rivera, Siqueiros, Orozco e di numerosi comprimari e diffondendosi quindi, grazie agli stessi messicani, negli Stati Uniti. Qui, negli anni della Grande Depressione, tutto il paese, dall’Atlantico al Pacifico, si riempì di interventi pubblici di artisti disoccupati, poveri, sostenuti da sovvenzioni governative: pagando lo Stato, dovevano essere tutti i cittadini a godere dell’arte prodotta, i cui ‘luoghi’ d’elezione erano uffici postali, stazioni, piazze e così via.

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MEDICINA (BOLOGNA). PARTICOLARE DELLA PITTURA MURALE DI ALDO BORGONZONI “STORIA DEL POPOLO DI MEDICINA DAL 1921 AL 1948”, MURALES CHE SI ESTENDE PER 45 METRI DI LUNGHEZZA E 1,70 DI ALTEZZA.

Nell’Italia fascista capitò qualcosa di analogo anche se per ragioni più esplicitamente politiche. Con la Triennale milanese del 1933, il progetto di un’arte come forma di comunicazione di massa, carica di significati ideologici e intenzioni politiche, prese forma concreta: ne fu primo teorico e artefice Mario Sironi, che contestava la cosiddetta ‘pittura da cavalletto’ (il quadro e quadretto da salotto, la scultura-soprammobile, borghesi e legati al passato) nel nome di una pittura e di una scultura che trasmettessero alle grandi masse le idee del regime. Testimonianze di tale tendenza, pure sostenute dallo Stato, rimangono tuttora, anche in Italia, in spazi chiusi e aperti di grande passaggio pubblico, gli stessi di quelli ricordati per gli Stati Uniti.

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La storica dell’arte Benedetta Rutigliano a Dozza (Bologna), durante la Biennale del Muro dipinto.

Dopo la guerra, la pratica della pittura murale continuò significativamente per almeno una decina d’anni, pur con un segno ideologico-politico, adesso, dichiaratamente antifascista. Gli interventi più notevoli e meglio conosciuti si possono considerare le Storie del lavoro e della guerra dipinte negli ultimi anni quaranta, con vigoroso realismo, nel salone della Camera del Lavoro di Medicina da Aldo Borgonzoni (del quale si celebra ora il centenario della nascita) e gli affreschi di Armando Pizzinato nel palazzo della Provincia di Parma, della metà degli anni Cinquanta, a ideale chiusura del percorso moderno di questo genere pittorico.

Su tali opere esiste una discreta letteratura, anche se l’arte pubblica italiana del secondo dopoguerra è stata, nel suo complesso, sostanzialmente trascurata, sino a che una giovane e intelligente studiosa dell’Università di Milano, Benedetta Rutigliano, ha dedicato alla questione la sua tesi di laurea, non solo riconsiderando i lavori di Borgonzoni e Pizzinato, ma cercando di ricostruire una sorta di atlante della pittura murale di quegli anni, individuandone protagonisti e principali centri: Firenze, per esempio, e l’area friulana-giuliana. Un lavoro utilissimo, il suo, di ricostruzione di un contesto artistico dimenticato, e di grande importanza per capire uno snodo fondamentale della nostra storia artistica.

aldo-borgonzoni-pittura-murale-Antonello-Negri* Antonello Negri è professore ordinario di Fonti, modelli e linguaggi dell’arte contemporanea all’Università degli Studi di Milano. Ha recentemente pubblicato L’arte in mostra. Una storia delle esposizioni, Milano 2011; Anni ’30. Arti in Italia oltre il fascismo, Firenze 2012; Arte moltiplicata. L’immagine del ‘900 italiano nello specchio dei rotocalchi, (con Barbara Cinelli, Flavio Fergonzi, Maria Grazia Messina), Milano 2013.

A PROPOSITO

Quando Di Vittorio venne a Medicina a inaugurare la prima Camera del Lavoro del dopoguerra

di Benedetta Rutigliano*

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GIUSEPPE DI VITTORIO (Cerignola, 1892 – Lecco, 1957) dirigente sindacale unitario. La sua vita coincide con i grandi processi di trasformazione economica e politica che hanno attraversato l’Italia nel dopoguerra e con il lungo percorso di riscatto sociale del mondo del lavoro.

“Medicina è un paesotto della Bassa Bolognese che gode fama di essere tra i più rossi d’Italia”: così definisce il paese natale di Borgonzoni, sulle pagine di “Milano-sera”, Arnaldo Frateili, volendo raccontare la commissione dell’opera “Storia del popolo di Medicina dal 1921 al 1948”, un murales di 45 metri di lunghezza e 1,70 metri di altezza.

E’ noto come l’Emilia sia stata sempre politicamente e socialmente molto attiva. La storia di Medicina, la cui popolazione era principalmente composta da mondine, braccianti agricoli, contadini, operai e artigiani, è senz’altro esemplificativa della tenacia e dell’impegno di questi lavoratori nel difendere i propri diritti.

La vicenda dei loro scioperi e della loro associazione, per avere salari più adeguati e condizioni di lavoro più agevoli, è documentata fin dal 1880, anche se gli anni più duri per la sopravvivenza di queste organizzazioni sono ovviamente quelli del fascismo.

Negli anni Venti, infatti, con l’instaurazione del regime di Benito Mussolini, le squadre fasciste e le orde delle camicie nere si rendono responsabili di azioni di violenza e di intolleranza contro qualsiasi forma di diversità, sopprimendo definitivamente le organizzazioni sindacali e politiche nel 1926. Il movimento operaio e contadino viene osteggiato in tutti i modi e le strutture cooperative, le Camere del Lavoro, le sedi di ritrovo, completamente distrutte.

Dopo la Liberazione quindi, questi lavoratori che avevano dimostrato forza e solidarietà nei continui tentativi di resistenza, si rifiutano di utilizzare gli edifici nati sotto il fascismo, preoccupandosi di ricostruire ex novo quelli abbattuti.

La Camera del Lavoro di Medicina è uno di questi e può inoltre vantare di essere la prima Camera del Lavoro edificata in Italia dopo la seconda guerra mondiale.

Per la progettazione dell’edificio, caratterizzato da un corpo scale semicilindrico, finestrato in vetrocemento e coronato da un ampio solario, viene incaricato un giovane geometra, ex partigiano, che si era formato sulle riviste d’architettura di avanguardia degli anni Trenta, Duilio Argentesi.

In realtà però sono i molti lavoratori al momento disoccupati e i numerosi prestatori di manodopera volontaria di svariate categorie (contadini, impiegati, braccianti, meccanici) che, dedicando a questa impresa anche le ore serali, il sabato e i festivi, rendono possibile la costruzione della sede sindacale in tempi alquanto brevi. Oltretutto è proprio il popolo che riesce a ottenere l’avvio di questa vicenda: viene indetta, infatti, una sottoscrizione alla quale i lavoratori aderiscono prevalentemente versando una quota equivalente a cinque giornate di retribuzione. Non passi inosservato che alle volte, all’interno di un mese, per fatti contingenti o per disoccupazione, le giornate fruttuose si riducevano a dieci in totale.

I lavori cominciano nel 1947 grazie all’impegno della Cooperativa muratori. L’edificio viene inaugurato il 19 marzo 1948, con la partecipazione di Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil, e ovviamente del popolo che per primo l’ha desiderato. Sono settemila i tesserati alle varie categorie sindacali (la metà della popolazione di Medicina) che vogliono disporre dei nuovi spazi. Dal balcone della nuova sede sindacale, Di Vittorio si trova a parlare a oltre venticinquemila persone, arrivate da tutta la provincia bolognese.

benedetta-rutigliano* Benedetta Rutigliano è giornalista pubblicista, divulgatrice di arte e cultura sul web (wakeupnews.eu, artincontro.com, stillmagazine.eu) che ha dimostrato una passione per il giornalismo e la scrittura dai tempi del liceo classico, quando collaborava con il settimanale «La Gazzetta della Martesana», edito a Cernusco sul Naviglio. Si è laureata a pieni voti in Storia e critica dell’arte presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sperimentale, da cui è tratto il brano sopra riprodotto, sulla pittura murale in edifici pubblici nell’Italia del secondo dopoguerra (gli artisti trattati, oltre a Borgonzoni, sono: Renzo Grazzini, Sineo Gemignani, Armando Pizzinato e Sabino Coloni). Ha frequentato un Master in Giornalismo e comunicazione multimediale e lavora nel campo della comunicazione e dell’organizzazione di eventi.

Author: admin

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