Uno dei grandi doni che la vita mi ha fatto, nell’ultimo quarto di secolo sono stati gli incontri con Tonino Guerra. La sua generosa e intensa amicizia mi ha regalato splendidi frutti: sul piano intimamente personale le parole di Tonino sono state spesso consolazione e terapia dell’anima, poesia come pane e tantissimi momenti di felicità, da bere come acqua di fonte.

Ricordo, tra i tanti, gli incontri nella sede della sua Associazione a Pennabilli, come quelli sui “Frutti dimenticati” dei quali Tonino è stato il pionieristico e poetico profeta. I tanti incontri personali nella sua magnifica e operosa Casa dei Mandorli, da poco ammessa nella lista dell’Associazione nazionale Case della memoria (vedere riquadro in basso). Le numerose collaborazioni poetiche, ogni volta orgogliosamente condivise da parte mia, ai miei libri: copertine, dediche, prefazioni, evocazioni, testimonianze, e immaginazioni sui mangiari della sua infanzia e della mamma, la cucina della Peppa a Pennabilli, la Romagna nella sua visione sobria, poetica, gentile e civilissima; la sua prediletta e bellissima Valmarecchia e altro ancora. È stato generoso ogni volta che mi ha consentito di regalare, con la sua dedica personalizzata, decine di suoi dipinti e pastelli, a scrittori e a studiosi italiani e romagnoli, collaboratori dei miei libri.

Un giorno che affiora nella mia memoria, tra i tanti, è quello d’autunno del 2011. Grazie a un temporale pomeridiano, ci siamo riparati, felicemente isolati dal mondo, nella capannina di legno appena sopra la Casa dei Mandorli, con i gatti vicino ai piedi. La moglie russa Lora era nel contempo tranquilla nelle sue stanze perché eravamo assieme, come mi aveva sollecitato.

Cure mattutine e malattia permettendo, Tonino continuava a lavorare intensamente, in quanto, forse, sentiva con l’animo che il suo futuro diventava sempre più leggero e breve. Ricordo tra l’altro che si stava occupando della settembrina Festa dei “Frutti dimenticati”, che ogni anno prevedeva un convegno di studiosi e la presentazione di una qualche mio volume appena editato.

Nell’occasione ci dovevamo occupare d’altro: integrare e definire la sua testimonianza sul santarcangiolese Brusaporci, capitano di mare e storico divoratore di cibo (un giorno all’oste ordinò: “Non mi porti la lista, prima porti tutti i primi, poi tutti secondi, tutte le insalate, tutti i formaggi, tutti i dolci”) che Tonino aveva conosciuto lungo le contrade del suo paese natale, considerando che il fratello maggiore gli aveva fatto da autista in Africa, durante la guerra.

Un temporale, quasi provvidenzialmente, ma anche assai congeniale (come la neve) alla sua creatività, ci offrì l’ennesima e preziosa opportunità di farci compagnia, addirittura per quasi un paio d’ore, e mi consentì, ancora una volta, di godere con l’anima e il cuore, le sue affabulazioni che si rivelarono sorprendenti e inattese. Lo capìì meglio più avanti nel tempo, pochi giorni dopo la sua scomparsa, consultandomi con il comune amico Natalino Cappelli, il quale fu anch’egli confidenziale testimone di alcuni ultimi raccontini di Tonino, del tutto o quasi inediti, quasi ci fosse la volontà del Poeta di recuperare, appena in tempo, cose mai dette, per lasciarle in eredità alle persone care.

Al solito Tonino fu il regista di quell’incontro di fine estate, senza altri testimoni, e mi intrattenne in una lunga conversazione sui grandi mangiatori di Romagna di un tempo, consentendomi di intervenire mescolando le sue parole alle mie. Il tutto in funzione di un mio volume sull’argomento: I grandi mangiatori di Romagna, Panozzo editore.

Sul filo della memoria e con emozione ho ricostruito fedelmente la conversazione.

Sorpreso chiesi al Poeta: come mai, al di là del tuo contributo su Brusaporci, che a suo tempo concedesti oralmente anche allo storico e divulgatore romagnolo Alteo Dolcini, il tema sui grandi mangiatori ha generato questo tuo interesse?

Mi rispose che aveva sempre provato simpatia per quel fenomeno di costume tipicamente romagnolo, in quanto, nella sua pur lontana memoria, quei personaggi risultavano giganteschi e inconfondibili. Proprio lui che tutta la vita si era nutrito con garbata sobrietà francescana: tanto che gli bastavano o una mezza scodella di passatelli in brodo o di pasta e fagioli, oppure di una mezza porzione di tagliatelle al ragù, magari di Zaghini a Santarcangelo per essere sazio e contento. Proprio lui che in famiglia veniva umiliato dal protagonismo gastronomico del fratello maggiore e del padre, ogni qualvolta portavano in tavola i tartufi e lui, ogni volta, inorridito dall’odoraccio, scappava a trovare rifugio nel gabinetto. Proprio lui che aveva inventato le “tagliatelle immaginarie” per placare la terribile fame dei compagni di prigionia in Germania. Proprio lui che, in almeno 10 dei 30 anni romani dedicati al cinema, aveva patito la fame, a mala pena fronteggiata con le paste asciutte.

Si rallegrò che l’occasione di un libro sui grandi mangiatori di Romagna gli offrisse il destro per rimediare. Tonino disse subito che in ogni paese della Romagna di un tempo, di grandi mangiatori e bevitori ne erano esistiti almeno uno. Dalle persone comuni e semplici, che non potevano imitarli, erano ammirati, invidiati, stimati, riveriti, persino temuti, quale corale riconoscimento e omaggio alla unicità della loro stazza; per l’atletica e privilegiata prestanza a tavola, praticata tutta la vita; per l’inumana capacità di sterminare quantità abnormi di cibi e bevande; per la scioltezza e la disinvoltura nel tracannare vini; per il consumato mestiere di “sgomberare” tavole e vuotare contenitori di cibo.

A questo punto chiese a me di sgranare il rosario dei cibi annientati: vassoi, terrine, pentole, padelle, piattoni strapieni, minestre a paste asciutte, bolliti, arrosti, immense grigliate sia di carni ovine e suine, che di pesce, salumeria, formaggi, prodotti da forno, paioli di polenta maritata a soffritti di fagioli, sughi, intingoli di cacciagione o di selvaggina, ma anche di umidi composti dagli animali del cortile (dai pollai alle conigliere, allo stalletto suino), lovarie (magari nei momenti di riposo per le atletiche mascelle), caldarroste, patate al forno o fritte nello strutto, legumi, ortaggi, frutta secca, cocomeri e angurie, zuppiere e bacinelle di dolci al cucchiaio e tutto ciò che offriva il convento.

Il tutto, o gran parte di esso, veniva affrontato attraverso una quotidiana, sistematica, ininterrotta, demolizione masticatoria, inghiottendo senza limiti, né decenza e misura umana, senza mai dare segni di cedimento, stanchezza o saturazione, senza mai cedere alla sconfitta delle seguenti parole: Ora basta sono pieno!

Graziano Pozzetto

(qui e in apertura) Graziano Pozzetto (classe 1942, San Biagio d’Argenta all’incrocio delle province di Ferrara, Ravenna e Bologna) è giornalista, scrittore, gastronomo, bibliofilo, ricercatore, finalista del Premio Bancarella Cucina, con il libro: La piadina romagnola tradizionale (Panozzo, Rimini) e a lui è stato conferito il Premio Baldassarre Molossi 2011 alla carriera.
Ha firmato 34 libri e 2.300 incontri. I principali libri di Pozzetto sono acquistabili online.

Tonino li riteneva personaggi degni di Rabelais e di Botero, ma anche affini all’iconografia felliniana. A conferma si vestivano in maniera peculiare e del tutto personalizzata, con taglie abbondanti, in modo da prevedere e accogliere adeguamenti di volume della pachidermica corporatura, considerando future progressioni sino alla morte (o scoppiarne!). In proposito Tonino ha evocato un enorme e ampio cappellaccio, che dall’alto tendeva a insaccare l’enorme testa, appoggiandosi sul preminente e anch’esso sproporzionato naso. L’avvolgente e monumentale tabarro, che pure a stento rivestiva il suo smisurato corpo, dalle spalle ad armadio, all’altrettanto monumentale pancia e a un fondo schiena da elefante. E sotto, ma non sempre, una giacca di velluto a coste larghe, che ingobbita pendeva irregolarmente verso il basso; e sotto ancora, grandemente calibrato, talvolta in sostituzione alla giacca, un immenso gilet, sempre di velluto, dominato da grandi asole e grossi bottoni, e da un orgogliosamente esibito orologio a taschino corredato da una lunga e luccicante catena che attraversava orizzontalmente il medesimo gilet. Sotto, i cadenti, enormi e caricaturali pantaloni di velluto, con nella tasca, per la bisogna, un fazzoletto-lenzuolo colorato. Attorno all’inesistente collo, l’abituale fiocco nero, sovente unto e sbrodolato a significare probabilmente l’anarchico rifiuto di regole cui i comuni mortali erano costretti a soggiacere per la povertà di vita e la miseria. E sotto il fiocco l’immensa e mal nascosta gola con vari sottogola, degradanti a terrazzo, sotto il grande mento. E la bocca carnosa, rossastra e quasi scura, tanto che si poteva paragonare alla bocca del forno a legna del pane. Il tutto si prestava agevolmente alla caricatura.

Tra gli altri vizi minori Tonino ricordava il tabacco, sia quello da fiuto sia quello da masticare, ma soprattutto da fumare con la pipa “caraténa” di terracotta, pipa che in bocca diventava una sorta di biberon e tra le mani un giocattolo; non mancavano i sigari toscani portati a lungo in bocca anche spenti, la cui lunga consuetudine aveva imbiondito di nicotina sia di denti che la barba bruciacchiata intorno.

Famosi e mitizzati sia per gli effetti… tromboneschi del fondo schiena che i tonanti e proverbiali rutti, da rinoceronte.

Nell’immediato dopopranzo i mangiatori vivevano la quotidiana crisi di sonno, si addormentavano chinati sul tavolo dell’osteria, russando rumorosamente a ritmi musicali quasi regolari, intervallando aspirazioni, fischi, soffocamenti, spostamenti in alto della faccia, realizzando uno spettacolo godibile da parte di chi vi assisteva intorno.

Chiesi a Tonino quali le donne presenti nella loro vita? Quelle consuete di ogni famiglia, che li accudivano, come le mamme le sorelle, qualche zia.

Qualche mangiatore aveva fatto in tempo, da giovane, al ritorno dal militare o dalla guerra, a sposarsi, quando l’obesità era lontana dal caratterizzarsi. Più in generale, tra i mangiatori dominava, per scelta e non, il destino dello “zione”, così infatti, nelle vecchie famiglie, venivano chiamati gli zii o i famigliari scapoli.

Per rivalsa o consolazione patetica e nel contempo velleitaria i mangioni che ho conosciuto, ricordava ancora Tonino, esibivano nei loro racconti qualche lontano amorazzo e le “prodezze” giovanili nelle “case chiuse” cittadine dell’epoca.

Le donne quindi si limitavano ad ammirarle, le celebravano con le arie musicali delle opere liriche, e col cibo compensavano l’assenza nella loro vita dell’amore di una donna.

A conclusione della loro giornata, all’orario delle galline, si diceva, si ritiravano col buio, andandosi a nascondere agli uomini, e nascondendo forse il male di vivere e la malinconia.

Il destino delle “donne cannone”

Chiesi ancora a Tonino: secondo te il fenomeno dei mangiatori ha riguardato anche le donne?

Poco e in pochi casi, in quanto le grandi mangiatrici (a parte le mitiche “donne cannone” operanti in qualche circo o baraccone itinerante) erano altrimenti costrette a vita ritirata, a nascondersi come una vergogna o disgrazia di famiglia; avevo anche saputo che venivano sottoposte a varie restrizioni alimentari punitive, vissute dalle interessate come una profonda ingiustizia anche se vanamente finalizzate al dimagrimento o al contenimento della loro stazza… Le poverette soffrivano probabilmente sensi di colpa devastanti, per l’impossibilità di frequentare uomini e suscitare in loro un qualche interesse, tanto meno di pensare al matrimonio e ai figli; di trovare vestiti adeguati per partecipare talvolta alla vita paesana; usufruivano invece di un vestiario goffamente arrangiato in casa. In sintesi si trattava di donne infelici, tutta la vita, che al contrario dei colleghi maschi, non godevano dei trionfi della tavola e degli omaggi mangerecci e della tolleranza complice degli uomini.

Richiesi ancora a Tonino, ma non erano personaggi felliniani?

In parte li hanno anticipati. Tuttavia le donnone felliniane esibivano marcate e seduttive rotondità, sia del petto che del fondo schiena, quando passeggiavano per le strade del borgo, all’ora delle funzioni religiose e nei dì di festa, quando verso la metà del Novecento, passavano in bicicletta, ma anche quando facevano la sfoglia di pasta fresca nella cucina di casa ed erano ammirate dai mariti. Ai romagnoli di un tempo, proseguiva Tonino, le donne felliniane però piacevano così carrozzate, cariche di romagnolissima sensualità delle forme e dei movimenti, eccessive sì ma non tanto da essere considerate “donne cannone”.

Una preoccupazione dei mangiatori era quella di nascondere sistematicamente a tutti, dai parenti ai vicini di casa a e ai compaesani, i momenti di crisi, le malattie inesorabili legate all’obesità, sulle quali mancava ai tempi una consapevolezza culturale in relazione alle conseguenze che avrebbero prodotto. Eravamo ancora lontani dalle moderne malattie del benessere, diabetiche, cardiologiche, dell’obesità diffusa, eccetera. Tanto più che a quei tempi l’idea dominante di salute era direttamente legata alla poderosa grassezza e calibratura della persona e alla sua grande capacità (e opportunità) di consumare i cibi.

Certi problemi, quasi paradossalmente, sarebbero venuti al pettine in occasione della morte di questi personaggi, vissuta come un corale avvenimento biblico e non senza facili mitizzazioni. Veniva interrotta una straordinaria filiera di cibi vissuta come una missione di vita!

Il problema principale che si presentava ai familiari e ai paesani era quello non della cassa, ma del cassone (inteso come mobilaccio) da morto, adeguato a contenere la salma dell’«animalaccio» (detto con simpatia); e nel contempo i problemi logistici di uscita dall’abitazione e di trasporto al cimitero.

A questo punto Tonino, da consumato sceneggiatore, ha immaginato una scena felliniana: un carro agricolo trainato da un paio di buoi da lavoro, vestiti a festa con fiocchi e coperte stampate secondo la grande tradizione della Romagna. Il loro ultimo viaggio! Con la sbigottita partecipazione non solo dei paesani, ma anche di tanti curiosi da tutta l’area di prossimità.

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A PROPOSITO/ CUSTODITA DALLA MOGLIE RUSSA LORA

Pennabili, la dimora di Tonino

tra le 83 case museo d’Italia

Nella Casa dei Mandorli, ammessa a dicembre nella rete

della Memoria. riposano le ceneri del poeta

Casa Tonino Guerra
Casa Tonino Guerra
Casa Tonino Guerra
Casa Tonino Guerra
Casa Tonino Guerra
Casa Tonino Guerra
Casa Tonino Guerra
Casa Tonino Guerra
Casa Tonino Guerra

(PRATO)

La Casa dei Mandorli a Pennabilli (Rimini) entra a far parte dell’associazione nazionale Case della Memoria. È la casa in cui il poeta e sceneggiatore Tonino Guerra ha vissuto gli ultimi 23 anni della sua vita e dove, per sua volontà, riposano le sue ceneri, incastonate in un roccione nel parco. La casa, aperta al pubblico, è al centro del museo diffuso ‘I luoghi dell’Anima’ nato dalla fervida mente di Guerra, che abbraccia il territorio di Pennabilli e della Valmarecchia. Una nuova realtà dell’Emilia-Romagna va così ad aggiungersi alle 18 case museo di grandi personaggi della regione che fanno parte della rete di 83 case museo italiane, associazione che ha sede a Prato*.

Un continente, un bastimento, un luogo di memoria che permette viaggi e ricordi pur stando fermi.

Così Tonino Guerra, si ricorda, definiva la sua Casa dei Mandorli attorno alla quale aveva creato un vero e proprio museo a cielo aperto, fatto di installazioni che percorrono l’intero borgo di Pennabilli e la Valle del fiume Marecchia risvegliando l’interesse dei visitatori attraverso sottili invenzioni poetiche: dall’Orto dei frutti dimenticati, che raccoglie specie perdute di alberi da frutto appartenenti alla flora spontanea della campagna appenninica e installazioni artistiche, alla Strada delle meridiane, con le facciate dei palazzi del borgo impreziosite da 7 meridiane d’autore. Ancora: Il Giardino pietrificato a Bascio, dove alla base di una torre millenaria sono collocati sette tappeti di ceramica di Giovanni Urbinati, dedicati ad altrettanti storici personaggi, L’angelo coi baffi, unico museo con un quadro solo, di Luigi Poiaghi. E poi il Santuario dei Pensieri, nel guasto Malatestiano: sette enigmatiche sculture in pietra lì per essere “lette dall’anima”. Infine Il Rifugio delle Madonne abbandonate, collezione che raccoglie le immagini sacre che adornavano le cellette agli incroci delle strade di campagna e La Madonna del rettangolo della neve, nella frazione di Ca’ Romano: una piccola chiesa che offre riparo a una grande opera della ceramista Muky. (ANSA)

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L’Associazione ha sede nel Palazzo Datini, in via Ser Lapo Mazzi 43, 59100 Prato. Tel. 328.6938733 – 348.5274202. Mail: [email protected]. Web: casedellamemoria.it. Presidenti Adriano Rigoli e Marco Capaccioli (vice). Ufficio stampa: Lisa Ciardi, [email protected], tel. 339.7241246.

Da “Tonino Guerra 100: stop agli eventi ma non ai ricordi”:

  1. Edoardo Turci e l’infanzia del poeta. Uno storico locale di Sant’Angelo di Gatteo (da dove proveniva la madre di Tonino) rievoca i primi anni della grande firma del cinema in coincidenza con il centenario della sua nascita. È il primo dei contributi che leggerete su Giannella Channel. A seguire: un testo ritrovato di Sepulveda, al quale auguriamo una completa guarigione
  2. La scintilla poetica scoccata nel lager. La prigionia in Germania vede Tonino farsi Omero per i suoi compagni di sventura che con lui condividono il dialetto romagnolo. Per fortuna un medico ravennate, Gioacchino Strocchi, scriverà un diario dettagliato di quei giorni insieme, annotando i testi poetici che Antonio crea e recita ai compagni. Al ritorno in Romagna quei testi diventano un libro e la poesia resta in lui un nutrimento per l’anima
  3. Il giorno che disse grazie, dopo 66 anni, a un angelo di Verona. Nella Giornata della poesia, dieci anni fa, fui testimone di una storia degna di un film di Tonino e Fellini. Dalle fila di un teatro veronese si concretizzò a sorpresa la figura di una pasticcera che, a suo rischio, aveva portato dolciumi e sapone a Tonino prigioniero dei nazifascisti in quella città veneta, in attesa di essere trasferito via treno nel lager
  4. Il giorno in cui mi presentò Eliseo, il Socrate della Valmarecchia. Un noto fotoreporter accompagna il cantore della valle all’incontro con il saggio curatore di un orto. E le ore si riempirono di poesia e di ironia in questa quarta puntata del viaggio per il centenario di Tonino Guerra (testo e foto di Vittorio Giannella per Giannella Channel)
  5. Il giorno in cui accese il fuoco del teatro alle porte di Milano. Il fondatore e direttore di Emisfero Destro Teatro risponde al nostro appello rievocando il festival e l’incontro a Cassina de’ Pecchi che illuminò il futuro artistico suo e di tanti altri giovani di quel borgo lombardo
  6. Il giorno in cui donò, a me regista, la neve sul fuoco. Marco Tullio Giordana doveva girare, nel film “La domenica specialmente”, l’episodio più poetico, tra fascino della sensualità e tristezza della solitudine. Ma quel titolo era appesantito da un mattone. Un viaggio a Pennabilli e da Tonino nasce un’idea e un incontro con due donne straordinarie: Maddalena Fellini, sorella di Federico il Grande, e per il provino, Monica Bellucci
  7. Il giorno in cui mi ricordò che un paese ci vuole. Valentina Galli si stava laureando a Bologna e la tentazione di restare in città era forte. Ma l’incontro con Tonino le fece cambiare idea e ora insegna nella sua Valmarecchia
  8. Il giorno in cui il poeta si mise a dare i numeri. Il direttore del Museo del calcolo Renzo Baldoni rievoca l’inaugurazione delle stanze dedicate al far di conto. Con un rammarico: non aver potuto dirgli che le zone del cervello stimolate da un poeta o da un matematico, sono le stesse
  9. Il giorno in cui insegnò a noi tedeschi come rendere poetico il paesaggio. Roland Guenter, storico dell’arte da Eisenheim, racconta i festeggiamenti virtuali per il centenario nel parco creato sul Reno nel nome di Tonino e rievoca le lezioni di architettura poetica ricevute da lui e da altri studenti a Pennabilli, decisive per dare alla Ruhr un volto seducente per i turisti culturali
  10. Il giorno in cui mi parlò di Serafim, il santo che dava miele agli orsi. A Gianfranco Angelucci, scrittore e sceneggiatore amico di Fellini, il centenario del poeta del cinema che stiamo festeggiando sul blog, ispira un emozionante video e una lettera aperta a Tonino, con una inedita rivelazione spirituale
  11. Il giorno in cui mi regalò la sua gigantesca anima. Enrica, moglie di Michelangelo Antonioni, rievoca il primo e l’ultimo giorno in cui, tra rumori sapori e ricordi, incontrò il poeta del cinema
  12. Il giorno in cui giocò con la mia Gatta Danzante. Il pittore bolognese dei giardini Antonio Saliola, con rifugio creativo nella Valmarecchia, rievoca la favola di un pomeriggio in cui, sotto i suoi occhi stupiti, il suo felino fece le fusa al poeta del cinema, volteggiando come non mai. A seguire, un singolare documento: i pizzini di Tonino a Lora, sua signora, sulla legione di gatti in casa
  13. Il giorno in cui capii come nacque l’urlo in Amarcord “Voglio una donna!”. Uno storico romagnolo, Davide Bagnaresi, rievoca un incontro con Tonino Guerra in piazza a Bologna sui retroscena del film da Oscar e svela il ritaglio di cronaca che diede vita alla scena con Ciccio Ingrassia. A seguire, i consigli di Tonino per i bravi sceneggiatori
  14. Il giorno in cui assistetti all’incontro tra due grandi italiani: Tonino Guerra ed Enzo Biagi. Rita Giannini, biografa del poeta del cinema, rievoca l’inedito faccia a faccia nello studio in Galleria, a Milano, del popolare giornalista: due emiliani romagnoli, nati entrambi nel 1920, emozionati e liberi di raccontarsi a ruota libera
  15. Il giorno in cui fece cadere la pioggia sulla riviera bollente. Un grande giornalista romagnolo, Giancarlo Mazzuca, rievoca l’incontro a Cervia con il poeta solare fino al midollo che sapeva anche essere l’uomo della pioggia. A seguire: il regalo iridato di Tonino al fotoreporter Daniele Pellegrini
  16. Il giorno in cui conquistò il cuore di medici e infermieri. Il noto pediatra Italo Farnetani rievoca le parole con cui Tonino Guerra commosse 1.200 congressisti a Rimini, richiamando da poeta del cinema l’insegnamento di Ippocrate
  17. Il giorno in cui Sergio Zavoli lo salutò con parole eterne. Del grande giornalista appena scomparso ricordiamo lo speciale addio che diede a Tonino una primavera del 2012 a Santarcangelo
  18. Il giorno in cui mi disse: “Amico poliziotto, scrivi le tue storie gigantesche”. Uno 007 dell’Antidroga, Nicola Longo, incontra il poeta che lo esorta a pubblicare le sue avventure, consegnandogli le chiavi di casa per scriverle. E lo presenta a Fellini intenzionato a girare, dopo la Dolce vita, un film sulla Mala vita
  19. Il vescovo rievoca il giorno in cui Tonino pose le sue radici in un popolo d’onore. L’arcivescovo emerito di Ferrara monsignor Paolo Rabitti, già a capo della diocesi di San Marino e Montefeltro, rievoca il legame speciale che s’instaurò con il visionario poeta del cinema giunto tra i pennesi dopo aver lasciato Roma. A seguire: Mamma Penelina e il Signore: “Lui mi capisce”
  20. Il giorno in cui la Mostra del cinema di Venezia gli renderà l’omaggio più bello. Mercoledì 9 settembre, ore 18: nella Sala Giardino la prestigiosa Biennale onora la memoria del poeta del cinema con interventi di Wim Wenders e Giuseppe Tornatore. Qui la presentazione del direttore della Mostra (testo di Alberto Barbera)
  21. Il giorno in cui Tonino confessò a Fellini di parlare (ma poco) il tedesco. Lo storico del cinema Giuseppe Colangelo, poco prima di essere colpito da un infarto mortale, ripesca dal cassetto della memoria la sera in cui in un teatro lombardo scoprì l’esilarante intervista rilasciata da Fellini, con a fianco Tonino, a una giornalista tedesca: un “dietro le quinte” di Amarcord da non perdere