Se penso a Tonino Guerra, al di là degli emozionanti momenti in cui me lo sono trovato davanti in casa dell’amico e mio maestro Salvatore Giannella, oltre ai film da lui sceneggiati e alle sue opere poetiche, non posso fare a meno di andare con la mente a quella sera in cui ho scoperto l’esilarante intervista rilasciata da Federico Fellini a una troupe televisiva tedesca nel dietro le quinte di Amarcord (1973), avendo Tonino a fianco (nella foto d’apertura mostrano un quadro del pittore santarcangiolese Giulio Turci).

Era una serata di febbraio del 2009 quando al Teatro Nebiolo di Tavazzano, nel lodigiano, all’insieme dei cinque plessi scolastici del territorio veniva assegnato il nome, voluto dal preside e cinefilo Antonio Posata, dell’Istituto Comprensivo “Federico Fellini”. Invitati a parlare del grande regista riminese, l’affascinante attrice Olimpia Carlisi, una delle protagoniste de Il Casanova di Federico Fellini (1976) e il sottoscritto, in veste di storico del cinema. Per l’occasione la cineteca Rai aveva inviato il divertente documentario Diario segreto di Amarcord (1974), realizzato con i materiali filmati durante il backstage dai suoi stretti collaboratori Maurizio Mein e Liliana Betti. Si tratta del racconto del processo ideativo di alcuni aspetti del film che hanno contribuito alla sua unicità: la colonna sonora del compositore Nino Rota, il provino a Sandra Milo per il ruolo di Gradisca (non andato in porto), la vera e propria creazione dei volti dei personaggi dal casting al trucco. Una autentica rivelazione da mandare in visibilio il folto pubblico presente. Soprattutto quando si arriva al punto della famigerata intervista sopra citata.

Tonino Guerra siede accanto al regista nei panni di improbabile traduttore. All’occhio meno addentro alle faccende di spettacolo, potrebbe sembrare la messa in scena di una barzelletta o la maldestra esibizione di guitti improvvisati. In realtà si tratta di una testimonianza in cui due delle personalità di spicco della storia universale del cinema agiscono in tutta normalità nel caotico via vai che caratterizza il casting del film. Con la stessa naturalezza di chi si trova a conversare con degli amici al bar.

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Diario segreto di Amarcord: link al documentario su RaiPlay. L’episodio che vede coinvolti Tonino Guerra,
Fellini e l’intervistatrice tedesca è al minuto 17:52.

Nella comicità di questo surreale siparietto, in cui si smaschera la millantata conoscenza della lingua tedesca da parte di Tonino Guerra, è forse racchiuso il vero segreto del loro genio espressivo, capace di far sorridere, riflettere ed emozionare il mondo intero. E se l’ineguagliabile Federico sa incantare la platea con le immagini, dietro quello scenario visivo c’è in alcuni casi la penna dell’infaticabile Tonino Guerra. Raffinato e sanguigno vate romagnolo, non solo dialettale, scrittore, pittore e impareggiabile sceneggiatore.

Poliedricità in grado di coniugare nel corso degli anni quegli ideali “luoghi dell’anima” che hanno come epicentro l’amato borgo di Pennabilli. La piccola comunità in cui, da quando il cinema si è allontanato da lui, decide di appartarsi “… per non disturbare”, riconciliandosi con la terra e la tranquillità della natura.

Guerra lo si comprende al meglio”, come scrive Paola Casella, “non ascoltando il fragore delle bombe, ma il tonfo di una pera che precipita dall’albero in conseguenza dell’esplosione in lontananza”.

Lo stesso tocco leggero, la medesima predilezione per il visibile quanto per il non palpabile, la sottile e feroce ironia, i rumori, gli odori, le atmosfere rarefatte e l’amore per la propria terra che impregnano anche le indimenticabili sceneggiature volte a rendere ancora più grandi alcune fra le opere di molti giganti della regia. Quali, per esempio, Matrimonio all’italiana (1964) di Vittorio De Sica, La decima vittima (1965) di Elio Preti, i numerosi film di Michelangelo Antonioni come Blow up (1966), con cui si aggiudica una candidatura all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, Amarcord (1973) e La nave va (1983) di Fellini, fino a Nostalghia (1983) di Andrej Tarkowskij e Il volo (1986) di Theo Anghelopoulos.

Tonino Guerra non ha mai smesso di produrre storie e di colorare il mondo di bellissime immagini vive”, mi diceva Salvatore Giannella, curatore delle ultime opere di Guerra in vita pubblicate da Bompiani. “…il suo è uno sguardo puro e incontaminato sul mondo, una boccata di ossigeno contro l’oppressione della modernità… un vero ‘presidio di bellezza’ contro l’oscurità dello spirito. Una voce che ci aiuterà a resistere agli allarmismi apocalittici del mondo della bruttezza e a muoverci nelle zone più profonde della nostra memoria”.

Come dimenticare allora l’aurea da sogno che avvolge i riminesi di Amarcord mentre accorrono a frotte lungo il litorale per ammirare da vicino il passaggio maestoso del Rex, o le parole del folle Domenico (Erland Josephson) il quale in Nostalghia, arrampicatosi sulla statua equestre di Marco Aurelio a Roma, arringa i passanti sui mali dell’universo e sulla mancanza di rispetto per la natura chiedendosi infine:

… che razza di mondo è questo se è un pazzo che vi dice che dovete vergognarvi?

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A PROPOSITO/ IL BELLO DELLA MEMORIA

Il passaggio del “Rex”

e una partita di calcio

sui monti di Matera

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Ogni volta che rivedo in Amarcord la scena del passaggio del Rex, non posso fare a meno di andare con la mente a un episodio della mia infanzia. Il tutto si era svolto al campo sportivo di Stigliano, dove per i calciatori della pianura lucana venire a giocarci era traumatico quanto per i campioni delle grandi società sudamericane andare a sfigurare all’Estadio Hernado Siles di La Paz.

Il nostro terreno di gioco, situato a una quota di 900 metri, figurava come il più alto di tutta la provincia materana. E per quanti erano abituati a vedere la nostra montagna in cartolina, correre dietro al pallone era un vero calvario. Tuttavia, al campo sportivo, dove al posto dell’erba crescevano pietre, non si applaudivano solo le vittorie della squadra, ma ci si precipitava in massa per andare sulle giostre in alcuni giorni di festa o per vedere da vicino, come quella volta, l’elicottero americano che rombante era venuto a prendere un uomo in fin di vita da trasportare all’ospedale di Napoli.

Tutto il paese si era assiepato sul costone che fiancheggiava un lato del terreno di gioco e, con gli occhi stupiti, osservava quegli uomini biondi in divisa scendere e risalire dall’insetto metallico, le cui enormi pale affettavano l’aria del mattino. Era come se l’attualità del mondo avesse fatto irruzione nel nostro universo di antichi costumi, sovrapponendovi l’aurea di un sogno. La stessa emozione provata anni dopo, quando vidi i riminesi di Amarcord accorrere a frotte lungo il litorale per ammirare da vicino il passaggio maestoso del Rex.

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¹ Giuseppe Colangelo (La Plata, Argentina, 1952 – Bussero, Milano, 7 novembre 2020) è stato un giornalista free-lance, libraio e docente di storia del cinema. È stato corrispondente per alcune agenzie di stampa latinoamericane. Ha scritto di cinema per Airone e per l’Universale Electa Gallimard. Ha curato la libreria Mondadori annessa alla multisala Arcadia di Melzo. È autore di tre romanzi che compongono la “Trilogia dell’Alto Materano”, il secondo dei quali, Creta rossa, ha ricevuto il Premio letterario nazionale Carlo Levi 2015. Opere a cui “Lo Zibaldone – Zeitschrift für italienische Kultur der Gegenwart” dell’Istituto di Italianistica dell’Università di Vienna, ha dedicato nell’ultimo numero di giugno 2020 un’ampia recensione. Di seguito la serie di romanzi, saggi e guide di successo. Qui tutti i suoi libri.
Sabato 7 novembre 2020, dopo avermi mandato questo suo testo, il caro Giuseppe è stato colto da un infarto fatale. Lunedì 9 novembre alle 16,15 a Bussero, i funerali: alla moglie Francesca e alla figlia Anita l’abbraccio affettuoso e commosso mio, di mia moglie Manuela e dei collaboratori di Giannella Channel.