Tonino Guerra 100:
stop agli eventi
ma non ai ricordi:
7) il giorno in cui
mi ricordò che
un paese ci vuole

Si stava laureando a Bologna
e la tentazione di restare
in città era forte. Ma l’incontro
con Tonino le fece cambiare idea
e ora insegna nella sua Valmarecchia

LA MANUTENZIONE DELLA MEMORIA | ARTI & CULTURE

testo di Valentina Galli* per Giannella Channel

Appare a volte rarefatto e fuggitivo e non lo puoi afferrare se non per un brevissimo istante, a volte non ti lascia nemmeno giunta l’ora di coricarsi, ti segue inconsapevole e, quando meno te lo aspetti, emerge e ti avvolge per tenerti compagnia, non è materiale o quantificabile eppure è la cosa più preziosa che abbiamo perché non importa cosa avviene intorno, appartiene soltanto a noi: il ricordo. Oggi, che con l’emergenza sanitaria di incontri non possiamo più farne, ricerco anch’io nella memoria l’incontro più significativo con Tonino Guerra. Eppure, se ci penso, non c’è una vera e propria prima conoscenza con il poeta; per chi, come me, è nato a Pennabilli sul finire degli anni Ottanta, l’incontro con Tonino è inconsapevole, quasi naturale; egli era nelle parole appese alle mura delle case antiche, negli angoli delle vie a ricordare chi, prima di noi, ha varcato certe soglie, nelle lettere sparse che riecheggiano i nomi dei frutti antichi ormai dimenticati.

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(Qui e in apertura) Tonino Guerra con Valentina Galli.

Abbiamo respirato le sue parole e la sua poesia nelle opere che ha realizzato a Pennabilli, prima fra tutte l’orto dei frutti dimenticati, luogo della nostra infanzia. Quante battaglie attorno al grande ciliegio, protagonista incontrastato delle nostre avventure, si stagliava al centro del giardino e con i suoi possenti rami ci indicava i luoghi in cui nasconderci, ci sorreggeva nelle nostre acrobazie e scandiva il passare del tempo quando l’ombra scendeva a sfiorare la fontana e ci diceva che poteva bastare così, almeno per quel giorno, ma, quello seguente tornavamo a rincorrerci tra i biricoccoli e il melo cotogno, ci appendevamo alle zanne di un enorme elefante in ferro avvolto dall’edera dentro cui ci rintanavamo nascondendoci dalle urla di Gianni Giannini che ci rincorreva ricordandoci ardentemente che ci trovavamo in un museo e non in un parco giochi; ma noi lo sapevamo che era un museo, ma un museo della fantasia dove tutto era possibile, dove tra i frutti antichi c’erano foglie in legno che diventavano fontana, dove le ombre di due colombe di ferro a una certa ora proiettavano magicamente i volti di Federico Fellini e di Giulietta Masina per un incontro eterno sul palcoscenico della meridiana e ci perdevamo tra le colonne in cemento del bosco incantato con la lumaca in ferro che ci raccontava storie in silenzio. Scendendo più in basso, nel vecchio lavatoio le tavole dei dodici mesi** ci aspettavano per fare a gara giocando con le parole che erano nell’aria. Erano nell’aria e in quell’aria c’era anche Tonino Guerra.

E così ci hanno accompagnato “i luoghi dell’anima”, fiorivano a Pennabilli e noi, nella nostra giovinezza, guardavamo con occhi sempre nuovi il nostro paese che cambiava: il santuario dei pensieri, la strada delle meridiane e poi l’Associazione e museo dedicato al Maestro con gli incontri e i personaggi illustri che ospitava.

Pennabilli innevata

Pennabilli, trenta chilometri da Rimini, il borgo dove sbarcò il poeta dopo l’esperienza romana.
Qui è nata anche l’autrice del nostro testo, Valentina Galli.

Durante gli studi universitari era raro per me tornare in paese, mi capitava di tanto in tanto quando gli esami mi lasciavano un po’ di tempo per rientrare a casa, in una di quelle occasioni, nel 2010, Lora, moglie di Tonino Guerra, invitò me e mia mamma Caterina nella casa dei mandorli (che è anche il titolo di un libro della Minerva, curato da Rita Giannini). Ci accomodammo nello studio dove Tonino ci aspettava, aveva appena ricevuto una telefonata dal medico, già stava poco bene. Non sapevo come ci si dovesse rivolgere a un Poeta, ma non ci fu bisogno di parole da parte mia: finita la chiamata mi chiese come stavo e come stessero andando gli studi, voleva gli raccontassi un po’ di me. Dopo aver ascoltato con attenzione, con fare gentile mi chiese poi se dopo l’università mi sarebbe piaciuto rimanere in città o se avrei scelto di tornare a Pennabilli e in quel caso cosa avrei potuto fare per il mio paese. Le sue domande mi colpirono molto, non seppi dare una risposta sicura, ero nel pieno degli studi ed ero concentrata sul presente, prima ancora che sul futuro. Dissi che ci avrei pensato, che al momento mi piaceva molto stare in città perché avevo trovato la mia dimensione e conquistato anche un maggior senso di libertà. Tonino mi disse di pensarci, che avrei potuto girare tutto il mondo ma che avrei dovuto tenere bene a mente da dove venivo e non dimenticare mai il mio paese. Ci salutammo e prima di andare via, sulla soglia, si raccomandò nuovamente di riflettere sulle sue domande.

Entrai di nuovo nella casa dei mandorli solo dopo che Tonino era “passato da una camera all’altra” e poi, quasi per caso, dopo la laurea per collaborare con l’Associazione, con Lora e Andrea Guerra, in quegli anni ho avuto così l’occasione di approfondire l’opera di Tonino.

Oggi, che sono adulta penso ai ricordi con occhi diversi, è stato davvero uno solo l’incontro significativo con Tonino Guerra? Mi rendo conto che in realtà l’ho sempre incontrato, era proprio in quelle mie corse di bambina all’orto dei frutti dimenticati ed erano già lì le domande di quel giorno a casa sua, le sento tuttora, riecheggiano nella mia memoria e capisco che forse non esiste una soluzione e che Tonino me le abbia poste affinché rimanessero tali. Domande senza risposta, domande sospese per tutti coloro disposti ad ascoltarle, come segnali di una via da percorrere, per non perdere mai di vista il filo conduttore di noi stessi: il nostro paese, le nostre radici, la nostra memoria e la nostra infanzia. Per dirla con un poeta che Tonino prediligeva, Cesare Pavese:

un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

(“La luna e i falò”)

Penso che, oggi come allora, gli incontri con Tonino siano stati e possano essere infiniti, nei nostri pensieri, o nei ricordi delle giornate di infanzia in cui già ci indicava la via, come il ciliegio oggi maestoso ancora al centro dell’orto dei frutti dimenticati a cui un tempo per gioco ci aggrappavamo con tutta la nostra forza per non cadere.

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A PROPOSITO

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Pennabilli: l’Arco delle favole che introduce nell’Orto dei frutti dimenticati, il primo dei luoghi dell’anima creati da Tonino Guerra nella Valmarecchia i cui paesaggi fecero da sfondo ai dipinti di Piero della Francesca, Leonardo da Vinci e Raffaello.

** Nell’orto dei frutti dimenticati il vecchio lavatoio, un tempo luogo di ritrovo e di lavoro per le donne del paese, oggi ospita, alle pareti, le dodici targhe in ceramica con “Le parole dei mesi” di Tonino. Eccole:

GENNAIO coi rumori che lasciano impronte sulla neve
FEBBRAIO i colori dei vestiti che ballano
MARZO i fiori dei mandorli per le api affamate
APRILE con tutta la fantasia che ha sonno
MAGGIO i petali di rosa che ridono
GIUGNO coi piedi scalzi a toccare l’acqua
LUGLIO il sole rovente caduto a terra
AGOSTO col mare dentro agli occhi
SETTEMBRE la musica della pioggia negli orecchi
OTTOBRE i tappeti di foglie secche sotto i piedi
NOVEMBRE con le sciarpe di nebbia attorno al collo
DICEMBRE con le parole delle favole sul fuoco.

Valentina-Galli* Valentina Galli (1987) vive a Pennabilli. Laureata in lettere e filosofia presso Alma Mater Studiorum Università di Bologna, dopo aver conseguito il master in Gestione delle Risorse Umane alla Bologna Business School ha lavorato in Regione Emilia-Romagna e con l’Associazione Tonino Guerra ed ora è docente presso l’Istituto comprensivo “Ponte sul Marecchia” di Verucchio.

Da “Tonino Guerra 100: stop agli eventi ma non ai ricordi”:

  1. Edoardo Turci e l’infanzia del poeta. Uno storico locale di Sant’Angelo di Gatteo (da dove proveniva la madre di Tonino) rievoca i primi anni della grande firma del cinema in coincidenza con il centenario della sua nascita. È il primo dei contributi che leggerete su Giannella Channel. A seguire: un testo ritrovato di Sepulveda, al quale auguriamo una completa guarigione
  2. La scintilla poetica scoccata nel lager. La prigionia in Germania vede Tonino farsi Omero per i suoi compagni di sventura che con lui condividono il dialetto romagnolo. Per fortuna un medico ravennate, Gioacchino Strocchi, scriverà un diario dettagliato di quei giorni insieme, annotando i testi poetici che Antonio crea e recita ai compagni. Al ritorno in Romagna quei testi diventano un libro e la poesia resta in lui un nutrimento per l’anima
  3. Il giorno che disse grazie, dopo 66 anni, a un angelo di Verona. Nella Giornata della poesia, dieci anni fa, fui testimone di una storia degna di un film di Tonino e Fellini. Dalle fila di un teatro veronese si concretizzò a sorpresa la figura di una pasticcera che, a suo rischio, aveva portato dolciumi e sapone a Tonino prigioniero dei nazifascisti in quella città veneta, in attesa di essere trasferito via treno nel lager
  4. Il giorno in cui mi presentò Eliseo, il Socrate della Valmarecchia. Un noto fotoreporter accompagna il cantore della valle all’incontro con il saggio curatore di un orto. E le ore si riempirono di poesia e di ironia in questa quarta puntata del viaggio per il centenario di Tonino Guerra (testo e foto di Vittorio Giannella per Giannella Channel)
  5. Il giorno in cui accese il fuoco del teatro alle porte di Milano. Il fondatore e direttore di Emisfero Destro Teatro risponde al nostro appello rievocando il festival e l’incontro a Cassina de’ Pecchi che illuminò il futuro artistico suo e di tanti altri giovani di quel borgo lombardo
  6. Il giorno in cui donò, a me regista, la neve sul fuoco. Marco Tullio Giordana doveva girare, nel film “La domenica specialmente”, l’episodio più poetico, tra fascino della sensualità e tristezza della solitudine. Ma quel titolo era appesantito da un mattone. Un viaggio a Pennabilli e da Tonino nasce un’idea e un incontro con due donne straordinarie: Maddalena Fellini, sorella di Federico il Grande, e per il provino, Monica Bellucci
  7. Il giorno in cui mi ricordò che un paese ci vuole. Valentina Galli si stava laureando a Bologna e la tentazione di restare in città era forte. Ma l’incontro con Tonino le fece cambiare idea e ora insegna nella sua Valmarecchia
  8. Il giorno in cui il poeta si mise a dare i numeri. Il direttore del Museo del calcolo Renzo Baldoni rievoca l’inaugurazione delle stanze dedicate al far di conto. Con un rammarico: non aver potuto dirgli che le zone del cervello stimolate da un poeta o da un matematico, sono le stesse

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Author: admin

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1 Comment

  1. Caro Salvatore, trovo bellissimo il racconto di Valentina Galli, valido a confermare la “necessità” di avere un paese. Leggendolo si scoprono le meraviglie botaniche e fantasiose che soltanto un uomo creativo come Tonino Guerra poteva inventare e lasciare quale preziosa eredità.

    Vi è poesia in tutto quello che ha pensato e realizzato con amore e focosa passione. Tu e io sappiamo quanto ci stia a cuore il paese, il nostro paese nel Tavoliere pugliese, soprattutto per quanto di arcaico e arcano ci comunica.

    Tu incapace di dimenticarlo; io incapace di allontanarmene.

    Ecco in proposito una mia poesia del 2014 tratta dal libro Canti dell’ulivo, Levante 2015, pp. 82 – 83.

    Un paese o una città

    Per ciascuno di noi

    ci vuole un paese o una città?

    Un paese è necessario.

    È fonte di ricordi e di nostalgia.

    Ti rimane nel cuore

    anche quando vai lontano.

    Il mio paese è il Casale,

    dove fiorì la mia fanciullezza,

    dove ballai il primo tango,

    vissi il primo amore,

    assaporai i primi baci;

    dove imparai ad amare

    gli ulivi e le viti,

    le messi dorate e gli orti ubertosi

    con la noria in mille giri

    mossi dal mulo bendato.

    Il paese ove giocai nel vento

    sotto un cielo di rondini,

    dove ho amato il suono delle campane

    come la casa in cui

    mi partorì mia madre.

    Un paese della piana

    con intorno l’azzurro all’orizzonte

    da sempre guardato con stupore.

    Un paese a cui fanno da corona

    quasi in cerchio

    oranti ulivi.

    Mi porto nel cuore

    la voce del banditore,

    il grido del fornaio,

    il bussare sommesso del lattaio,

    lo struscio della festa patronale,

    l’odore forte del mosto

    e dell’olio appena spremuto,

    la madia con le orecchiette,

    la malia dei cibi semplici

    come l’amore della mamma.

    Grazia Stella Elia - Un paese o una città
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