“Al Sud, al Sud!”, ma senza sapere dove:
il drammatico esodo
di friulani e veneti in Puglia e oltre,
dopo la disfatta di Caporetto

testo di Salvatore Giannella per Oggi / La nostra Grande Guerra*

Dopo il disastro di Caporetto dell’ottobre 1917, una tragedia nella tragedia fu quella dei profughi civili: una vicenda studiata solo di recente, da storici di levatura nazionale (Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto, Laterza) e regionale (Eugenio Campana, Il profugato di San Nazario nella guerra 1915-18, edito dal Comitato per la storia di San Nazario). Ben 600 mila tra donne, vecchi e bambini, provenienti prevalentemente da città come Udine, Treviso e Venezia e, dal novembre 1917, dall’Altopiano di Asiago e dalla Valle del Brenta, furono costretti ad abbandonare improvvisamente il territorio invaso o minacciato da vicino dall’esercito austro-ungarico, dando vita alla più grande tragedia collettiva che interessò la popolazione durante la Grande Guerra. Anche l’Italia conobbe così, come gli altri paesi coinvolti nel conflitto, il fenomeno (purtroppo oggi di attualità, con la nostra penisola questa volta méta dei fuggitivi dall’Africa in fiamme) dei profughi di guerra, divisi dal dilemma se fuggire di fronte al nemico o subirne l’occupazione.

Tra le conseguenze più pesanti della cosiddetta “disfatta di Caporetto” c’è l’odissea dei profughi civili, donne, vecchi, bambini, che nell’ottobre del ’17 furono costretti ad abbandonare Udine, Treviso, Venezia e tante altre località minori.

L’esodo fu poco programmato e aiutato: i comandi militari imposero di dare priorità alle truppe e ai mezzi militari, con requisizioni di mezzi civili e divieto di uso delle strade principali che portavano alla pianura padana. Molti di questi esuli in patria, abbandonate le case, perirono durante questa fuga di massa, per esempio a causa della piena dei fiumi che si trovarono ad attraversare lungo strade secondarie. Solo 270 mila riuscirono a porsi in salvo, gli altri ne furono impediti o dalla distruzione dei ponti o dal fatto che furono intercettati dai soldati dell’esercito austro-ungarico. Eugenio Campana, 72 anni, figlio di uno di quei profughi, ha lavorato per 36 anni nel municipio di San Nazario, poco meno di duemila abitanti, sede dell’Unione montana Valbrenta, in provincia di Vicenza. In un cassetto ha trovato i documenti che gli hanno permesso di ricostruire il dramma di una minuscola comunità che riflette quello più generale vissuto dalle popolazioni friulane e venete. Campana ricostruisce:

Il periodo che precedette l’autunno del 1917 era stato uno dei più difficili nella storia del nostro Comune. Il rientro dall’estero di un migliaio di nostri emigranti, privi di mezzi per vivere. La partenza di tanti giovani per il fronte. Le notizie dei primi caduti. Un’epidemia di febbri tifoidi, con molti morti. Il transito continuo di militari. La presenza di diversi ospedali: tutte queste circostanze avevano già reso pieni di sofferenza i primi anni di guerra. Assieme alle donne, furono i bambini a subire le maggiori conseguenze: si calcola che il 30% dei profughi fu composto da bambini sotto i 15 anni che, in molti casi, persero il contatto con il loro nucleo famigliare di origine. Centinaia di fanciulli, per esempio, invasero le strade di Milano e vennero ospitati presso orfanotrofi e istituti religiosi.
Il 6 novembre 1917, due settimane dopo Caporetto, con l’avvicinarsi del fronte ai monti Grappa e al nostro Asolone, uno scarno comunicato del Comando del presidio militare di Cismon del Grappa ingiungeva al nostro sindaco di sgomberare.

L’avviso stabiliva alcune prescrizioni cui la popolazione doveva attenersi, con al primo capoverso: «Ogni individuo potrà portare con sé in treno gli oggetti strettamente necessari e non eccedenti il peso di Kg. 50». E all’ultimo rigo: «Raccomando ordine, silenzio, disciplina».

Il 7 e 8 novembre 60 carri bestiame furono riempiti di uomini, donne e bambini sotto una pioggia torrenziale. Il treno s’avviò verso una destinazione ignota. I profughi avrebbero conosciuto la destinazione strada facendo. Il primo approdo fu l’estremo lembo meridionale dell’Italia: la Sicilia. Gli altri furono sparsi tra Campania, Calabria e Puglia. Nel paese di chi vi scrive (Trinitapoli, nel Tavoliere pugliese) decine di profughi furono accolti nell’edificio scolastico, dopo un viaggio di 767 chilometri. Vi prese residenza anche il parroco di San Nazario, don Pietro Dal Maso, 40 anni. Il sacerdote ritornerà in Puglia, anche dopo il ritorno dei profughi in Veneto avvenuto due anni dopo, per morirvi. Una targa apposta su una via centrale di Trinitapoli ricorda, dal 23 maggio 2015, la calda accoglienza offerta a questi esuli in patria.

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

oggi-grande-guerra* Battaglie, eroi e lettere nello speciale di Oggi sulla Grande Guerra. In occasione del centenario dell’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale il settimanale Oggi presenta lo speciale La nostra Grande Guerra. Ed ecco nel volume, battaglie, mappe, eroi, film e il ruolo delle Poste nella corrispondenza fra i soldati e le famiglie: ben quattro miliardi di lettere e cartoline in tre anni e mezzo. “A cent’anni dal fatidico 24 maggio le più toccanti e drammatiche lettere dal fronte dei soldati italiani”: già nel sottotitolo è evidenziata la particolarità di questo Speciale di 124 pagine, arricchito da foto incredibili, mappe geografiche, cartografie degli schieramenti in battaglia, cronologia degli eventi. Lo Speciale, aperto da un colloquio con Aldo Cazzullo, autore del fortunatissimo libro La guerra dei nostri nonni, contiene anche scritti di grandi firme quali Silvio Bertoldi e Sergio Zavoli, oltre a una testimonianza del regista Ermanno Olmi, autore del recente film sulla Prima Guerra Mondiale Torneranno i prati. Salvatore Giannella è presente con più servizi: sui profughi, sul Milite Ignoto e sulle lettere da e al fronte.

A PROPOSITO

Trinitapoli, nel Tavoliere pugliese,

dedica una via ai profughi

di San Nazario che accolse un secolo fa

testo dello storico Pietro Di Biase per Giannella Channel

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La celebrazione per l’intitolata Via dei Profughi di San Nazario, a Trinitapoli (BT).

Nel luglio del 1999 vedeva la luce il volume di Eugenio Campana dal titolo Il profugato di San Nazario nella guerra 1915-18, nel quale si ricostruiva la drammatica vicenda vissuta da quella comunità durante la prima guerra mondiale, quando – era il 24 ottobre 1917 – con il crollo improvviso del fronte dell’Isonzo e con la disfatta di Caporetto San Nazario e altri comuni della Valbrenta si trovarono a ridosso della prima linea ed esposti alle azioni di guerra. Ed ecco che il 6 novembre 1917 fu dato l’ordine di evacuare le frazioni di San Marino, Rivalta e Carpanè, portando con sé lo stretto necessario. Il centro di San Nazario invece fu abbandonato il 13 dicembre. “Nessuno può descrivere la scena della partenza, già attesa con trepidazione, ma dolorosissima allo stesso tempo, pianti, affanni…”, così si legge nella cronistoria parrocchiale. L’intero paese, quindi, si trovò sfollato e ramingo per l’Italia, per vivere oltre un anno e mezzo di sofferenze.

Su treni composti in genere da carri bestiame i cittadini di San Nazario furono destinati in gran parte al sud, dalla Puglia alla Sicilia, che fu raggiunta in non meno di dieci giorni. Più fortunato il contingente di profughi destinati a Foggia, per i quali il viaggio durò “solo” due giorni e due notti. Il Comune di San Nazario pose la sua sede provvisoria proprio a Foggia, mentre a Trinitapoli, dove era ospitato il maggior numero di profughi, prese sede la Parrocchia, con il parroco don Pietro Dal Maso e con buona parte dei registri parrocchiali. Nella nostra provincia avevano trovato precario alloggio circa 140 famiglie, distribuite tra Foggia, Manfredonia, Trinitapoli e San Ferdinando di Puglia.

Non facile la vita per i profughi, come constatò il commissario prefettizio Gaetano Benacchio, che visitò quelli sistemati a Trinitapoli e a San Ferdinando. A causa delle cattive condizioni igieniche e ambientali, dovevano sopportare disagi e sofferenze di ogni genere e molti avevano contratto la malaria.

Finita la guerra nel novembre 1918, non fu immediato il rientro dei sannazzaresi in patria, dal momento che il loro paese era ridotto a un cumulo di macerie. Bisognerà aspettare la Pasqua del 1919 per vedere il primo nucleo di profughi, provenienti dalla Puglia, mettere piede nella terra d’origine. Don Pietro Dal Maso, tornato con i suoi da Trinitapoli, ben presto se ne ritornò in Puglia e per circa un anno fece il parroco (soprannominato “il profugo”) a Margherita di Savoia, dove morì l’anno dopo a soli 42 anni.

Tutto questo ci racconta Eugenio Campana nel suo volume. Grazie al quale abbiamo recuperato alla nostra memoria collettiva una pagina di storia cittadina, legata alla permanenza a Trinitapoli dei profughi di S. Nazario, di cui era venuto meno ogni ricordo. Una pagina di storia cittadina in cui la vicenda dei profughi si intreccia con quella del nuovo Edifizio scolastico appena realizzato, dove i bambini sannazzaresi cominciarono a frequentare la scuola oppure dove erano alloggiati con le loro famiglie.

Al riguardo una vera e propria miniera di informazioni si è rivelato il “Registro delle iscrizioni” dell’anno scolastico 1917-18, dal momento che dei bambini iscritti si riporta la data e la città di nascita, il nome dei genitori, l’attività del papà, quando hanno iniziato a frequentare e dove abitano. Si ha così una mappa del profugato a Trinitapoli, almeno in relazione a quelle famiglie che avevano bambini da mandare a scuola.

Sono 67 i bambini “profughi” iscritti e che frequentano in gran parte la prima e la seconda elementare; solo due di essi sono in terza e altri due in quarta, mentre una sola, di undici anni, frequenta la prima elementare serale. Le famiglie di provenienza sono 40, annoverando alcune di esse più di un figlio iscritto.

Il fatto nuovo che emerge da queste carte è che i profughi non vengono solo da San Nazario, ma da varie località del Veneto e del Friuli. Comunque la comunità sannazzarese è la più numerosa, dal momento che comprende 17 famiglie. Segue il borgo di Croce di Piave, riportato nel registro ora come provincia di Udine, ora di Venezia: di lì sono giunte 9 famiglie. Tre nuclei famigliari sono originari di Solagna (Vicenza) e Torre di Mosto (Venezia); seguono, con una famiglia a testa, Venezia, Valstagna (Vicenza), Bosco Montello (Treviso), Susegana (Treviso), Stoccaredo (Vicenza), Monastier (Treviso), Musile di Piave (Venezia), Percoto (Udine).

Il primo ad arrivare, da Venezia, sarà stato Giovanni Capogrosso, dal momento che il figlio Francesco comincia a frequentare la scuola il 9 novembre 1917. A precedere l’intera famiglia è stata la figlia undicenne Fortunata, che risulta iscritta alla quarta elementare il 6 ottobre 1917 e abita in Via Marsala 19, mentre i suoi risiederanno in Via Roma 118.

Un caso simile è quello di Erminia Mazzenia, di dieci anni, iscritta alla terza dal 14 dicembre 1917, con dimora in Via 1° Franco 58; la famiglia arriverà nel gennaio del 1918 e alloggerà nell’edificio scolastico.

Se i paesi di origine sono stati sgomberati nel dicembre del 1917, va detto che è nel gennaio del 1918 che si concentrano le iscrizioni dei bambini a scuola, tra l’11 e il 25 di quel mese; due soli casi portano la data del 16 febbraio e uno del 25 marzo. Ma per molti non è indicata alcuna data.

Per quanto riguarda il mestiere del capofamiglia, al di là del ferroviere Giovanni Capogrosso, del negoziante Antonio Birri, dello scrivano Giovanni Mocellin, del legnaio Francesco Dalla Zuanna, dei carbonai Pietro e Giuseppe Bonato, tutti gli altri risultano essere contadini.

Dove furono alloggiate tutte queste famiglie? L’intero paese sembra mobilitato, ma la parte del leone la fa l’edifico scolastico, dove trovano riparo 18 famiglie. Tre nuclei vengono accolti presso il convento dei Cappuccini e altri tre si sistemano nel “Vaticano”, un palazzo a ridosso del centro storico del paese, che, per le sue dimensioni, veniva comunemente appellato in quel modo. Undici famiglie abitano in Via San Giuseppe, in locali utilizzati in passato come aule scolastiche; un’altra in Via Roma e un’altra ancora in Via Messina. Delle rimanenti non è riferita l’abitazione.

La comunità trinitapolese, che già di per sé viveva in un ambiente naturale ostile, a causa dell’endemia malarica, non poté che condividere le sofferenze e gli stenti dei profughi, offrendo il grembo della propria terra per i resti di chi non riuscì a sopravvivere a tale drammatica esperienza.

Questa, comunque, è stata «un’altra pagina della costruzione dell’unità nazionale. Non più militari in divisa, baionette e gavette, ma uomini che scoprono di essere italiani attraverso una delle più massicce migrazioni interne nella storia del Paese. Contadini che non avevano mai lasciato i loro paesi sull’altopiano di Asiago, nelle campagne di Treviso o sui colli di Padova, sono caricati in tutta fretta su treni speciali e in tanti destinati al Sud. È il secondo incontro fra nordest e sud, dopo quello sui campi di battaglia. Ed è proprio in questo incontro tra mondi diversi che si sviluppano le radici di un sentire comune, un senso di appartenenza a qualcosa di grande che sta prendendo corpo: l’idea di nazione» (Massimiliano Melilli).
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La storia del profugato di S. Nazario è stata ricordata a Trinitapoli il 23 maggio 2015, nell’ambito della commemorazione della Prima guerra mondiale e, alla presenza anche di Ermando Bombieri, sindaco di San Nazario., con una cerimonia di intitolazione di «Via Profughi di San Nazario». Ora si prepara il gemellaggio.

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Pietro di Biase (Trinitapoli, 1946) si è laureato in Lettere a Bari e in Storia a Bologna. Si interessa di istituzioni ecclesiastiche del Sud, tema su cui ha relazionato in convegni anche internazionali. Sua ultima fatica: Vescovi, clero e popolo. Lineamenti di storia dell’arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie (2013). Già vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia, è Cavaliere “al merito della Repubblica”. Molti i suoi volumi di storia locale.

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