Gianni, raccontaci di quando,
bambino, finisti sfollato
dal Montefeltro ghiacciato
dal mostro della guerra

Prosegue il racconto del grande amico e compagno di progetti di Tonino Guerra:
negli anni della Seconda guerra mondiale, mentre il poeta è deportato
da Santarcangelo come “schiavo di Hitler” in una fabbrica di esplosivi
a Troisdorf, in Germania, Gianni Giannini e i fratelli si lasciano alle spalle
borghi della Val Marecchia che hanno attraversato la storia e approdano
a San Marino, dove arrivano notizie delle stragi di civili a opera dei nazifascisti

Arti & Culture

testo di Valentina Galli* e Salvatore Giannella** (2)

La fine del 1939, con l’invasione della Germania nazista della Polonia, illumina l’Europa di luce livida del terremoto imminente: la Seconda guerra mondiale. Anche sulla Romagna incombe un’aria di catastrofe, per nulla mitigata dagli alberi in fiore, dalle siepi odorose e dai filari che furono del Pascoli e di Spallicci, dalla melodia che sale dalle cascatelle d’acqua dei torrenti che si buttano nel Marecchia e dai borghi sospesi fuori dal tempo per la magica atmosfera che avvolge le sue piccole case timide che chissà quante storie dal Medioevo al terzo millennio potrebbero ancora raccontare.

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Per dirla con le parole poetiche postume di Tonino Guerra, che nel ’43, a 23 anni, conoscerà il dramma dell’internamento in un campo di concentramento nazista a Troisdorf in Germania:

Le ruote dei carri

si sono fermate,

alla sera le pipe di cotto

si sono spente

durante la veglia nei pagliai,

i muri sono vecchi

le crepe scendono

come i fulmini.

Il chiodo della meridiana

è cascato.

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Gianni Gianni (Pennabilli, 1936) oggi. In apertura: il borgo sotto la coltre della neve. “Nel 1940 arrivò un inverno tra i più duri”, ricorda Gianni. “Per quattro giorni tutti noi pennesi rimanemmo bloccati in casa dal nevone”. (Foto di Vittorio Giannella)

Gianni Giannini, classe 1936, vive intanto un’infanzia serena a Pennabilli, a un’ora d’auto nell’entroterra di Rimini e di Santarcangelo, “originaria patria dell’antica e nobilissima Casa dei Malatesti… dall’aria assai grata e salubre” (fonte: “La Carpegna abbellita”).

A cinque e sei anni ricordo i giochi, i canti e le scalate al Roccione, la montagna nel cuore di Pennabilli, dove ci arrampicavamo come scoiattoli per andare a gustare i fichi e altri frutti che maturavano lassù (e anche per dare fastidio ai maschietti che portavano lì le amichette e si rannicchiavano nei nascondigli naturali per scambiarsi tenerezze). Nella piccola scuola, che era così piccina da non permettere per esempio il gioco del nascondiglio, ci divertivamo a fare la scherma con i bastoni. Era il nostro gioco favorito quasi che inconsapevolmente si esorcizzasse la paura della guerra che stava infiammando l’Europa. Io cantavo tanto e bene. Avevo l’orecchio allenato dai canti a squarciagola di mamma Flora che, mentre stendeva o raccoglieva il bucato, riempiva l’aria primaverile delle canzoni che ascoltava alla radio (la sua preferità sarà, anni dopo, Vola colomba, che vincerà il Festival di Sanremo 1952 nell’interpretazione di Nilla Pizzi)…

E ricordo l’invidia per il mio amico Bubù che sapeva infondere forza creativa nel costruire e fare le cose, come i pupazzi. Ho ancora vivo il ricordo di un Pinocchio fatto a molla di legno, con la testa e le gambe legate da un elastico e io che gli giravo la testa da tutte le parti. Un’emozione pari solo a quella che ti provoca il pupazzo a molla gigante incontrato nell’estate 2018 nella mostra milanese su Harry Potter, quel pupazzo visto nella lezione sul Molliccio tenuta dal professor Lupin in Harry Potter e il prigioniero di Azkahan.

Arrivò poi un inverno tra i più duri: conoscemmo il nevone, una grande nevicata che fece chiudere le scuole, gelò le case e bloccò tutte le famiglie (quattro giorni senza uscire di casa con il fuoco spento nel camino,) e le poche auto che animavano le strade di Pennabilli: le quattroruote le potevi contare sulle dita delle mani, due erano in dotazione ai carabinieri, una era di proprietà di mio zio Celestino Venturi, maestro spauracchio degli scolari, una del medico condotto Massimo Caroni e un’altra di chi badava alla salute degli animali, il veterinario Manlio Lucarini. L’ultima l’aveva il vescovo di San Marino e Montefeltro, che risiedeva, come i suoi successori, nel palazzo episcopale di Pennabilli: si chiamava Vittorio De Zanche, veniva da Padova, e rimase da noi nove anni, dal ’40 al ‘49.

La guerra fece presto sentire la sua lugubre colonna sonora per tutti, ricchi e poveri, grandi e piccoli, dominati dalla paura del presente, dalla penuria di cibo e dall’incertezza del futuro:

La guerra ci cadde addosso all’improvviso: ero nel mulino di mia nonna quando sentimmo le scariche delle mitragliatrici. Ci siamo scansati sotto una pianta e siamo stati raggiunti dalle schegge dell’albero. Siamo stati a un soffio dalla morte. Poco prima era capitato a un ragazzo di Pennabilli di essere rimasto ferito e ucciso da una bomba. Si chiamava Zeno Murini, un proiettile trovato a terra gli era scoppiato in mano e in faccia. E’ stata la prima volta che ho capito che cosa significa morire.

Io e mio fratello più grande, Fernando, che era seminarista, siamo sfollati dapprima a Scavolino e poi a San Marino. Lì ci raggiungevano notizie tragiche del passaggio del ‘mostro bellico’ e della Linea Gotica nel Montefeltro, con i nazisti che, in ritirata verso Nord, minavano e facevano saltare i ponti sul Marecchia e affluenti per ostacolare l’avanzata degli Alleati.

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Sassocorvaro (Pesaro Urbino). Legionari della Tagliamento sfilano davanti alla Rocca Ubaldinesca firmata da Francesco di Giorgio Martini che costituisce una meraviglia dell’architettura militare. (Da: “Gli ultimi in grigioverde” di Giorgio Pisanò – C.D.L. Edizioni, Milano 1994)

Erano tempi brutti di delazioni, spiate, denunce e tradimenti. Erano tempi di rappresaglie, esecuzioni e stragi.

Come l’eccidio di Fragheto, frazione della vicina Casteldelci (lì le truppe nazifasciste il 7 aprile 1944 trucidarono 30 abitanti e 15 partigiani fatti prigionieri) e le fucilazioni nell’estate dello stesso anno (a opera dei fascisti della Legione Tagliamento) di Antonio Balducci ‘reo di aver rifiutato l’arruolamento tra i repubblichini per più volte’ e della giovane parrucchiera Gina Longhi, che stava a Scavolino e che avevo conosciuto perché veniva sempre da mia madre Flora.

Sulle uccisioni di Balducci e della Longhi, abbiamo più in basso la ricostruzione più dettagliata dell’ex sindaco di Pennabilli, l’avvocato Lorenzo Valenti. Alla fine della guerra, le aule della scuola di Pennabilli si ritrovano con le finestre senza vetri:

E noi d’inverno andavamo a scuola nel seminario mettendo sotto i banchi verniciati di nero e imbrattati d’inchiostro, lo scaldino, la borsa di gomma che ci aveva accompagnato di notte nei letti ghiacciati. L’uso dello scaldino era stato approvato dalle maestre Clelia, con l’Elisa Brogetti (era mia zia, moglie di Celestino Venturi) e il Paioni: quegli insegnanti valorosi gestivano enormi classi con disciplina e rigore.

Nel dopoguerra, con l’avanzare degli anni e degli ormoni, Gianni e i suoi amici erano incuriositi dall’universo femminile, esperienze comuni a tantissimi coetanei. Nel paese nascono le prime contese e le prime simpatie, i primi amori:

Io avevo fortuna con le ragazze perché ero sì un po’ bruttino ma anche tanto forte, e le ragazze venivano vicino a me perché potessi difenderle: e io le difendevo. Di simpatie ne avevo per tutte quelle che mi circondavano: la Maria Perlini, la Liliana Valenti, la Renata Fucilli e poi Gabriella. Avevo 14 o 15 anni, lei era molto bella, io già sapevo suonare il clarino, ero un fenomeno a scuola di solfeggio, la musica era una nuvola che mi avviluppava in casa grazie a mia madre che cantava sempre. A Gabriella, che lavorava da una sarta, ho fatto la prima dichiarazione d’amore scritta: la prima e ultima perché mi rispose picche. ‘Sì, anch’io sento verso di te tutto quello che hai detto nei miei riguardi ma non possiamo fare l’amore perché siamo troppo piccoli…’ Il mio corteggiamento si era limitato a sguardi a Sant’Agostino. Noi ragazzetti ci appostavamo dietro l’altare della chiesa e dalle tende guardavamo le ragazze. Quando c’era l’elevazione e la benedizione, tutti erano in raccoglimento e tu guardavi la ragazza desiderata: se lei contraccambiava con lo sguardo vuol dire che c’era del tenero. Fu una donna più grande d’età che mi insegnò il bacio e mi diede le prime istruzioni in materia. All’epoca non sapevamo come si baciava, né noi né le ragazze, il bacio in bocca che si sarebbe visto al cinema o in televisione era ancora da venire. Poi, però, una volta addestrato da questa amica più grande, ho potuto a mia volta insegnare ad almeno due ragazze con la scusa ‘adesso ti insegno a baciare’. Ma a quel tempo con una ragazza non potevi andare tanto avanti. È diverso da oggi. I rapporti tra i due sessi sono andati avanti, anche nei piccoli borghi come Pennabilli. Qui resta fisso solo lo stesso tocco delle campane del Duomo, oggi come allora nel dopoguerra. Quello stesso rintocco che ritmerà la vita dei miei nipoti Gregorio, Aurora e Lucrezia.

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Fine seconda puntata. Continua.
(La prima puntata è a questo link)
* Valentina Galli (1987) vive a Pennabilli. Laureata in lettere e filosofia presso Alma Mater Studiorum Università di Bologna, dopo aver conseguito il master in Gestione delle Risorse Umane alla Bologna Business School ha lavorato in Regione Emilia-Romagna e con l’Associazione Tonino Guerra ed ora è docente presso l’Istituto comprensivo “Ponte sul Marecchia” di Verucchio.
Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

A PROPOSITO/ Un ricordo dell’ex sindaco Lorenzo Valenti

“Quella Virginia scherza

con il fuoco. Fucilatela!”

Quando i militi fascisti della Tagliamento

uccisero per futili motivi a Pennabilli

la giovane fidanzata di un partigiano

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La parrucchiera Virginia Longhi, fucilata a Pennabilli nel 1944 a opera della formazione fascista della Legione Tagliamento. “L’avevo conosciuta perché veniva sempre da mia madre Flora”, dice Gianni Giannini. (Fonte: dal libro “Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940-1945” di Sandro Severi – Società di Studi Storici per il Montefeltro, San Leo 1997).

Tra i tragici fatti dell’estate 1944 a Pennabilli, i più feroci sono state le fucilazioni di Virginia Longhi e Antonio Balducci avvenute a opera della formazione fascista Camilluccia fusa nel marzo ’44 nella Legione Tagliamento.

Questa Legione, come indicano le carte processuali del dopoguerra, era composta “da individui giovanissimi, storditi dalle loro conoscenze da un presunto e propagandato amor di patria: disciplina e terrore cui ritenevano non potersi sottrarre e che annullavano la loro volontà e li tramutavano in strumenti ciechi, agli ordini dei capi, per il compimento del delitto”.

Nel giugno ’44 la Legione Tagliamento lasciava il Piemonte per essere inviata nella provincia di Pesaro e Urbino, con sede a Sassocorvaro: qui il comando tedesco, dal quale sempre dipendeva per l’impiego, riteneva di non fidarsi dei legionari e che questo reparto fosse più utile nell’esecuzione di compiti di polizia militare e di repressione antipartigiana.

Fra le crudeli e feroci vicende nella provincia marchigiana, vi è la fucilazione di Antonio Balducci, accusato “di svolgere propaganda anti-tedesca e anti-italiana perché gli furono trovati in tasca alcuni versi in cui erano motteggiati i militi della Camilluccia. Dopo aver rifiutato l’arruolamento per più volte, fu fucilato alle 7,30 del mattino del 14 luglio alla Rupe, sito che domina la piazza di Pennabilli”.

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Sfilata di legionari nella piazza di Sassocorvaro, il borgo del Montefeltro marchigiano da dove i militi partivano per operazioni di polizia militare e rastrellamenti nelle Marche settentrionali. (Da: “Gli ultimi in grigioverde” di Giorgio Pisanò, C.D.L. Edizioni, Milano 1994)

Ma è con l’uccisione di Virginia Longhi che i legionari della Tagliamento compirono una delle peggiori nefandezze.

Virginia era nata a Pennabilli il 9 giugno 1918, figlia di Pasquale e di Assunta Mattei Gentili e al tempo dei fatti aveva 26 anni. Era una ragazza spigliata ed estroversa. Fu arrestata a Pennabilli il 27 luglio 1944.

Dal fascicolo processuale si desume che fu accusata di:

  • “aver fatto opera disfattista, di spionaggio e di aver ‘motteggiato la milizia e i suoi componenti: in particolare le testimonianze del tempo si soffermano sul fatto che, avendo udito delle dimissioni del capitano D’Agostini presentate in seguito a un alterco con il console Zuccari, comandante della Tagliamento, Virginia scherzando di fronte a quattro militi, avrebbe detto: ‘È vero che il vostro capitano è fuggito?’. E al silenzio di quelli, avrebbe continuato: ‘Ma allora perché anche voi non fate il fagottino? Non vedete che i vostri superiori scappano e vi lasciano soli?’;
  • essere la fidanzata del capitano Enzo Plazotta, già internato politico a Pennabilli, fuggito il 3 febbraio 1944 per raggiungere le bande partigiane”.

Da notare la futilità del movente che causò la fucilazione e la crudeltà con cui venne attuata la sera del 4 agosto da un plotone di esecuzione della Camilluccia, il cui comandante, dopo la scarica dei fucilieri, non ancora soddisfatto della ferocia già attuata, sparò un ulteriore colpo al viso della giovane già deceduta. Dalle ferite non sgorgò una goccia di sangue: prima dell’esecuzione Virginia aveva avuto un collasso cardiaco. I legionari fascisti avevano “quasi certamente fucilato una ragazza già morta”.

Nell’immediato dopoguerra il padre di Virginia, Pasquale Longhi, rieletto sindaco, si rivolse alle autorità giudiziarie per ottenere giustizia per la figlia e per Antonio Balducci. Il Tribunale militare di Firenze, nel 1950, assolse “per insufficienza di prove i militi imputati perché essi hanno agito in stato di necessità”.

Dove non è giunta giustizia, possa almeno arrivare la storia a garantire la memoria e a dare voce, senso e valore a personaggi, soprattutto donne, che permisero di riconquistare la libertà dal nazifascismo.

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Sui legionari della Tagliamento parleranno venerdì sera 14 settembre 2018, in una conferenza multimediale all’interno della magnifica Rocca di Sassocorvaro (Pesaro Urbino), gli storici Sonia Residori e Silvano Tiberi (al quale va il nostro ringraziamento per la collaborazione prestata).

Author: admin

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3 Comments

  1. Buongiorno Salvatore,

    ho letto l’interessante seconda puntata della biografia su Gianni Giannini e ho visto anche l’ampio risalto che hai riservato alla locandina dell’incontro sulla Tagliamento che faremo alla Rocca.

    Purtroppo, per una momentanea indisponibilità della storica Sonia Residori, la serata è stata cancellata e rinviata a data da stabilire.

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  2. Caro Salvatore,
    da sempre amo leggere le biografie, perché mi danno l’opportunità di conoscere l’anima delle persone attraverso il racconto della loro vita.

    Trovo questa biografia di Gianni Giannini (un nome musicale per le due “gi” iniziali) così fresca, così spontanea, così illuminata di poetica verità, che mi offre un particolare gusto della lettura.

    Il racconto scorre con eventi di un passato povero, ma ricco di valori, nonostante il terrore della guerra.
    I fatti emergono chiari dal fondo di scene variegate, mentre la natura non cessa di rispondere al proprio ruolo di splendida cornice.

    Tanta ammirazione, dunque, all’amico – collaboratore di un grande uomo quale è stato e rimane Tonino Guerra!
    Rimango in attesa della prossima puntata e ti saluto con il calore della nostra terra

    Grazia

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  3. Ho letto la prima parte:”Gianni, raccontaci di quando,…
    Gianni Giannini, classe 1936, vive intanto un’infanzia serena a Pennabilli, ….
    A cinque e sei anni ricordo i giochi,….(continua)i Avevo l’orecchio allenato dai canti a squarciagola di mamma Flora che, mentre stendeva o raccoglieva il bucato, riempiva l’aria primaverile di Vola colomba…”
    Siamo negli anni 1941-42, ma la canzone Vola Colomba non è un brano musicale composto da Bixio Cherubini e da Carlo Concina, vincitore del Festival di Sanremo 1952 nell’interpretazione di Nilla Pizzi? Ben 10 anni dopo che la cantasse mamma Flora?

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