È la vita affascinante e avventurosa come un romanzo di formazione di Mario Lapucci, il seme che negli anni ’60 germoglia e crea le Edizioni del Girasole, la più antica casa editrice ravennate oggi in attività.
Il fondatore della casa editrice nasce a Fiordimonte di Macerata, insegna come maestro elementare prima di vincere nel 1939 un concorso Inps alla sede di Pesaro, ma la vita lo spinge ben oltre: frequenta il corso di Allievi Ufficiali e partecipa alla campagna in Libia. L’avventura non è finita; viene nominato tenente ma poi fatto prigioniero a Sidi el Barrani, destinato a essere rinchiuso in un angusto campo di prigionia in Bangalore, nel sud dell’India e poi a Yol, a nord. Artisti si nasce, non si può diventare e quando le cose si fanno dure: egli stringe i denti e con la creatività come maestra realizza con i compagni due giornali satirici Mago Merlino e Catone che lo mettono in grado di evadere con la mente dalla prigionia; fin quando nel novembre del’46 viene rimpatriato a Ravenna. Lapucci tornerà in patria portando con sé appunti e disegni, oltre alle sue memorie, che diventeranno in seguito un vero e proprio romanzo sulla sua vita.

L’autoritratto dell’editore-artista Mauro Lapucci
Claudio Marabini - caricatura

(A sinistra) L’autoritratto dell’editore-artista Mario Lapucci (Fiordimone di Macerata, 1914 – Ravenna, 1992:
“l’editore più puro d’Italia”, lo definì Vittorio Sgarbi) e (a destra) la caricatura dell’amico giornalista
e scrittore Claudio Marabini (Faenza, 1930 – 2010).

Riprende il lavoro all’Inps e si laurea in Lettere moderne, ma la vena artistica non lo abbandona: fino ai primi anni Sessanta dirige la libreria Modernissima per poi, nel 1964, fondare le Edizioni del Girasole (al principio Edizioni della Rotonda), chiamate così appunto perché la varia si apriva a tutto tondo verso differenti generi letterari. Diviene vicepresidente al fianco di Walter Della Monica, instancabile motore del Centro Relazioni Culturali. Nel 1980 vende la Modernissima per dedicarsi non solo al Girasole, ma anche alle sue passioni: la poesia, la pittura e la grafica. Un artista poliedrico, leonardesco, animato da una vocazione pura, energetica, che convoglia nella nuova casa editrice. La sua personale sarà esposta a Ravenna nella Galleria il Patio nel 1983 e in altre postume alla sua scomparsa.

L'ingresso delle Edizioni del Girasole

L’ingresso delle Edizioni del Girasole in via Giuseppe Pasolini 45 a Ravenna (foto di Rosetta Berardi).

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1992, la casa editrice viene salvata da amici e pubblica in 56 anni la bellezza di oltre 700 titoli, di cui un centinaio già esauriti, divenendo una srl. Il romanzo autobiografico di Lapucci: India, patria segreta vide la luce solamente nel 1994 come anche Vino, china e caffè; di quell’artista così bravo a trarre caricature del suo tempo usando i rossi del sangiovese, i neri dell’inchiostro e i seppia del caffè. Claudio Marabini, scopritore della “romagnolità” letteraria, disse di lui:

Ho incontrato Mario dopo morto, questa la verità. Un rammarico, un rimpianto, quasi il senso di una colpa. Perché solo ‘dopo’ il libro sull’India? Perché solo adesso queste facce? Ci siamo dunque frequentati senza conoscerci? Come si vive la vita se questi sono i risultati? Quali errori, quali sviste, quali distrazioni hanno costruito la nostra vita, il volto degli amici? Quali e quanti segreti abbiamo lasciato volare via? Ed era per questo che Mario istintivamente inseguiva facce e le scavava, e rideva come se qualcuno lo cogliesse in fallo.

Da quel giorno a oggi al timone delle Edizioni Girasole c’è Ivan Simonini, saggista ed editore che conferma le due colonne editoriali portanti: l’archeologia, il mosaico antico (con testi specialistici di nicchia che vanno in tutto il mondo) e la civiltà romagnola.

Edizioni del Girasole Sede - Ivan Simonini con Ermanna Montanari

Ravenna, 31 agosto 2018, Festa Nazionale dell’Unità, Pala De Andrè: Ivan Simonini abbraccia Ermanna Montanari al termine della presentazione del volume I mosaici ravennati nella Divina Commedia, nel corso della quale l’attrice Montanari e il regista Marco Martinelli parteciparono come interpreti dei versi del poema dantesco. È stata la prima (e forse l’ultima) kermesse dantesca mai organizzata in un Festival azionale dell’Unità. Ideata dal professor Libero Asioli, e forte della presenza del più importante dantista italiano vivente (Enrico Malato), la kermesse, nonostante il Comune di Ravenna abbia pensato bene di non inserirla nel calendario
delle manifestazioni dantesche sul territorio, ebbe ottimo successo.

Una passione quella per i libri, ereditata dal padre Augusto, insegnante di linguistica italiana e scrittore che nel 1968 aveva dato alle stampe un famoso manuale edito da Sansoni: Storia dei movimenti estetici nella cultura italiana.

Passando attraverso gli studi di filosofia Ivan Simonini diviene assessore alla Pubblica istruzione e infine approda al Girasole divenendone il punto di riferimento.

Di rilievo nella narrativa dedicata alla civiltà romagnola troviamo: il Vocabolario Romagnolo di Libero Ercolani, i racconti e i romanzi di Francesco Serantini Il Passatore e Addio alle valli; Dante Arfelli con La luce che non illumina e don Francesco Fuschini con l’Ultimo anarchico.

La casa editrice diviene madrina di nomi e titoli importanti come: Silvia di Dacia Maraini e Delenda Dilecta di Vittorio Sgarbi nel 1995; Non fare il minimo rumore di Sylvano Bussotti nel 1997; Radiodiscorsi di Ezra Pound nel 1998, prima edizione italiana; Hayastan di Alice Tachdjian Polgrossi nel 2002; Romagna mia del cardinale Ersilio Tonini nel 2004; la prima pubblicazione integrale nel 2012 del Testamento di Francesco Barilla Pratella autore nel 1910 dei Manifesti Musicali del Futurismo.

Il Girasole si fa promotore di nuove correnti come la collana di inediti femminili Primula Rosa, le monografie sul cinema, le pubblicazioni di arte moderna come AIMC Portraits (2018), il catalogo dell’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei e di testi di psicanalisi.

Alle Edizioni del Girasole non fa paura guardare in faccia le sfide, “anche se”, dice il professor Simonini, “non si può definire una vera e propria mission”; come nel caso di Nero Ravenna di Carnoli e Cavassini, in cui si spiega che l’attentato in Piazza del Popolo a Ettore Muti non fu opera dell’anarchico di Piangipane ma di un altro potente gerarca; Trenta denari per Raul di Vincenzo Benini in cui si prova che quello di Raul Gardini non fu un suicidio; e Mari e cieli di Balbo dove si dimostra che fu proprio l’epica trasvolata atlantica del 1933 a scatenare la sorda invidia di Mussolini per “l’eroe Italo Balbo” poi non a caso ucciso a Tobruk “da fuoco amico”; Il Salone dei Mosaici sul ciclo musivo di età fascista realizzato nel 1940 dai migliori mosaicisti del tempo, e lasciato ricoperto per oltre 50 anni fino a che, per iniziativa privata proprio delle Edizioni del Girasole, venne ripulito ed esposto al pubblico nel 1994.

Edizioni del Girasole - La libreria che fu di Mario Lapucci, oggi collocata nella sede di Via Pasolini

La libreria che fu di Mario Lapucci, oggi collocata nella sede di Via Pasolini, ripresa nel corso di una delle tante mostre di Bibliomosaico (i libri d’artista in tessere musive non sono da leggere ma da guardare e sono collocati tra i libri di carta). La rassegna (ideata da Rosetta Berardi per un piccolo spazio privato) è poi stata trasferita, nell’ultima edizione di Ravenna Mosaico,
nei più spaziosi locali della Biblioteca Classense.

Lo stesso coraggio porta la casa editrice a ideare la collana Fuori dalla selva; aperta a qualunque genere, purché apporti un contributo innovativo alla conoscenza di Dante.

Nella stessa collana troviamo I mosaici ravennati nella Divina Commedia dello stesso Simonini, che sta preparando la seconda edizione.

In un futuro incerto il Girasole riesce a guardare lontano verso nuovi interessanti progetti, come la Fotostoria del Partito Comunista nel centenario della nascita e a una guida di Ravenna impostata con criteri innovativi.

Nella speranza di riuscire anche nell’impresa di promuovere il libro di Carlo Zingaretti sulla Torraccia:

A chi percorre la Via Marabina verso Lido di Dante sembra un rudere sperduto nei campi là sulla destra, eppure quel rudere a metà strada tra la città e il mare, e che un tempo era una torre per i naviganti, è l’unica fotografia che abbiamo della storia di Ravenna e del suo progressivo allontanarsi dalla costa.

Tra gli ambiziosi progetti uno studio di Alessandro Nava, L’opera senza nome, che il titolo stesso rivela essere un’antistoria del viaggio dantesco.

E sempre in nome di quel celebre fiorentino nel 2018 Simonini organizza, presso la Festa dell’Unità di Ravenna, la prima kermesse dantesca mai organizzata in un Festival Nazionale dell’Unità. Ideata dal professor Libero Asioli vide la presenza del più importante dantista italiano vivente Enrico Malato.

Ci sono molti libri che Ivan Simonini si pente di non aver pubblicato, “ma son così tanti”, confessa ironicamente, “da non poterli elencare!”

E noi gli auguriamo di continuare a promuovere la narrativa, la poesia e le arti tutte, con il coraggio e la forza di volgere sempre lo sguardo al Sole seguendo la luce della cultura.

Coltivare appunto l’uomo, aiutandolo a formare la morale, l’intelletto e di volta in volta a raccogliere i frutti delle proprie risorse; proprio come fece il Lapucci, quando provato dalle avversità in un carcere della lontana India, si afferrò con tutte le sue forze a quella creatività feconda che lo fece resistere e sperare in tempi migliori.

Grande compito quello di un editore, portare la croce di questa passione che i libri sanno accendere in noi tutti, nonostante le difficoltà e le problematiche che l’editoria italiana in questo momento storico sta vivendo, ma che non demorde, nonostante tutto.

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Info e contatti

 

SUL COMODINO DI… Salvatore Giannella

Lasciatemi rinverdire il ricordo

della donna amata da Annibale

(l’Alma Dannata che salvò Roma)

Io, l’amata di Annibale

Io, l’amata di Annibale. La donna che salvò Roma da Cartagine. Romanzo storico di Giovanna Gualdi che parla della prigioniera di Annibale che salvò Roma da Cartagine; 2002, 288 pagine.

Volgendo lo sguardo al passato della produzione intensa delle Edizioni Girasole, un titolo mi ha procurato una intensa emozione, tanto che vent’anni dopo la sua uscita ho subito chiesto di acquistarlo nuovamente, ora che sono lontano da casa: Io, l’amata di Annibale. Sottotitolo: La donna che salvò Roma da Cartagine. L’autrice è una romagnola che vive a Roma, Giovanna Gualdi, fertile scrittrice, vincitrice del prestigioso Premio Guidarello di Giornalismo a Ravenna, prima donna nella redazione del mensile Il Carabiniere, presentatrice di grandi firme per vent’anni presso la Libreria Croce di Roma.

Il motivo della mia cotta per questo libro è legato a un luogo che abita nei meandri della mia mente: un’antica palude presso la mia città nativa, sulla costa adriatica del Golfo di Manfredonia, laddove si estendono le saline più grandi d’Europa dette di Margherita di Savoia (anche se occupano una porzione maggiore di territorio della mia Trinitapoli, città figlia dell’antica Salapia). Quella ex area paludosa, poi bonificata, aveva e mantiene un misterioso nome latino: ALMADANNATA” (così lo trovo scritto, anche se si capirebbe meglio il significato di quel nome se, come preferisco, lo si divide: ALMA DANNATA).

Me ne parlò per primo uno dei maggiori archeologi preistorici italiani, Santo Tiné (1927-2010) che incontrai nei primi anni Settanta per un servizio sul settimanale L’Europeo, mentre era impegnato negli scavi sul monte di Salpi, basandosi sulle carte della fotografia aerea scattate dall’inglese John Bradford (qui i particolari).

Alla fine dell’intervista, e dopo aver posato sulla porta riportata parzialmente alla luce, quell’archeologo benemerito (poi incontrato più volte nella sua casa sulle colline di Genova, dove insegnava all’Università: ha donato le sue studiose carte al Comune di Trinitapoli) mi accompagnò verso Zapponeta parlandomi della leggendaria origine del nome Alma dannata.

La leggenda che mi ha intrigato e intriga ancora oggi riporta a un enigma che ha visto accapigliarsi gli storici di tutti i tempi: perché Annibale, grande condottiero, abilissimo stratega, dopo aver sbaragliato a Canne l’ultimo esercito di Roma, a cinque giornate di cavallo dalla distruzione dell’odiata rivale, si diresse invece verso “gli ozi di Capua”?

Ecco, Annibale, sussurra la leggenda, s’innamorò perdutamente, venendone ricambiato, di una giovane di Salapia (città alleata di Roma e a poco distanza dalla pugliese Canne) e la volle con sé come ostaggio. La leggenda spiega ciò che la ricerca storica non ha mai spiegato: in quel terribile momento fu forse un grande e tragico amore a salvare Roma dall’invasione cartaginese e a deviare il corso della storia.

E Giovanna Gualdi, che la zona delle saline pugliesi l’ha conosciuta bene in quanto figlia del direttore che modernizzò e ingrandì quelle vasche produttrici di sale, in questo suo “romanzo nella storia”, s’immedesima proprio nell’amata di Annibale (lei la chiama Ennia, Tiné se non ricordo male mi parlò di Iride). A lei qualcuno deve aver raccontato di una tradizione secondo la quale in passato i vecchi

raccomandavano di gettare, al passaggio sul ponte dell’Aloisa, una pietra con rabbia, perché qui v’era l’anima di una donna dannata, che cercava di venirne fuori; le pietre l’avrebbero ricacciata nelle acque putride. Forse questo secolare rito ci tramanda la tragica morte per lapidazione della bella amante di Annibale e il suo corpo gettato dai suoi concittadini nella palude.
Giovanna Gualdi

La scrittrice Giovanna Gualdi. Di origine romagnola, vive a Roma. Altri suoi libri: Sale rosso, Romagnolate, Ulisse va in bolina. Nel 1980 un suo articolo sulla condizione di vita dei salinari di Cervia ha ottenuto il Premio Guidarello di Giornalismo a Ravenna. Dal 1986 ha collaborato con la rivista “Il Carabiniere”, prima donna in redazione. Per 22 anni ha collaborato con la Libreria Croce di Roma presentando grandi firme della letteratura italiana e straniera.

Sgombriamo il campo dalle leggende e affidiamoci ai libri di storia. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, descrivendo le coste dell’Italia, è il solo che parla di Salapia come l’Oppidum Annibalis meretricio amore inclitum (libro 3, cap. 11). Forse ne avremmo saputo di più se ci fossero pervenuti i libri di due storici greci che seguivano Annibale, Sosilo Lacedemone (di Sparta), suo precettore, e Sileno di Kalè Alde (Sicilia occidentale). Salvatore Lopez, storico locale dell’area salinara, scomparso da poco, indica le fonti di Plinio in Marco Terenzio Varrone (116-27 a. C.) e Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), dai quali presero molti scrittori latini.

Ma perché chiamare “meretrice” la bella salapina? Dopotutto essa, con la sua totale dedizione ad Annibale, aveva reso meno gravosa l’occupazione cartaginese nel territorio di Salapia. Ma Roma colpiva così: per Busa, donna generosa di Canosa, che aveva aiutato i soldati romani scampati all’eccidio di Canne, erogando cure e cibo ai superstiti romani di Canne, tutti gli storici romani hanno tramandato il suo nome; per la bella salapina ci fu solo la damnatio memoriae, disprezzandola come una qualsiasi donna di porto. Vile, secondo il poeta Francesco Petrarca in Trionfi d’amore, cap. III:

Vil femminella in Puglia il [Annibale] prende e lega.

Nella premessa la Gualdi dice:

Quando mi sono imbattuta nella leggenda di Almadannata mi trovavo a Margherita di Savoia: la leggenda plurisecolare riguardava uno dei personaggi storici più fulgidi e ammirati, Annibale[….] La leggenda di Almadannata, legata a una desolata palude, offre una versione che nessuno storico ha mai preso in considerazione: Annibale fu fermato dall’amore. L’amore per una fanciulla di Salapia, la città allora più vicina a Canne, fu una delle passioni sconvolgenti che non di rado furono capaci di mutare il corso della storia.

La scrittrice chiama l’amata di Annibale Ennia, figlia di Arone, e traccia i due personaggi con rara conoscenza dell’animo umano, restituendo sangue e sentimenti a una delle figure storiche più amate e incisive tra gli uomini del passato. Il condottiero cartaginese aveva lasciato a Cartagine la sua sposa Himilce, andalusa, d’alto lignaggio, discendente da una famiglia di stirpe greca, dalla quale aveva avuto un figlio, morto in tenera età. (L’aveva sposata nel 220 a. C., due anni prima di partire per l’Italia e da quel momento non si videro più, Livio Italico in Puniche). E licenziò l’amata salapina nel 207 a.C., nove anni dopo la battaglia di Canne, rispedendola ai suoi genitori a Salapia. Dove, ritenuta dai suoi concittadini come una traditrice, fu condannata alla punizione disumana e spietata: la lapidazione.

La Gualdi scrive:

… Lei, giovine, pallida e tremante, quel luminoso mattino d’estate fu trascinata da una folla scomposta, avida del suo sangue, al lembo della palude che giaceva ai piedi di Salapia. Fra urla di fiere fu lapidata e gettata negli acquitrini senza alcun rispetto per il povero corpo, per la sua anima che non avrebbe trovato pace e ancor vaga.

Una fine condivisa anche da un autorevole giornalista e scrittore come Gianni Granzotto (1914-1985) che nel suo volume Annibale (Mondadori, 1980) scrive:

Annibale amava Himilce? La castità lodata da Giustino fu un tributo di fedeltà alla bella donna per così poco tempo abbracciata?… Appiano cita vagamente un altro amore di Annibale… quattro o cinque anni dalla separazione da Himilce. […] Questo riferimento corrisponderebbe a una leggenda ancora viva nelle vetuste memorie dei tempi là dove sorgeva la città di Salapia che fu effettivamente una delle residenze d’inverno di Annibale. Le delizie amorose di Annibale sarebbero state divise con una prostituta, circostanza piuttosto solita per un soldato. Ma la donna si innamorò veramente del generale e rimase incinta. Annibale la scacciò. Non voleva bastardi e non sopportava legami. La povera amante andò a rifugiarsi in solitudine verso il mare, in una zona di giacimenti salini, che si trova oggi nei pressi di Margherita di Savoia. La donna fu allora perseguitata dai suoi come traditrice che aveva votato il suo cuore al nemico. Venne addirittura lapidata. Ma il ricordo di quell’effimera avventura inorgoglì poi nel tempo le borgate pugliesi d’intorno, fino a costruire la favola pietosa ancora corrente come leggenda dell’Alma Morta [l’Alma Dannata].

“La sua memoria, qualunque fosse il nome della fanciulla amata da Annibale, colpevole soltanto di aver amato il più grande nemico di Roma, rimarrà fino a quando sarà tramandato il nome della contrada in cui vaga la sua Alma, condannata a vagare nella Salapina palus. Una leggenda che, forse, può lasciar posto alla storia”, ha lasciato scritto lo storico locale Salvatore Lopez sul periodico Ipogei dell’Istituto d’Istruzione Superiore Statale Scipione Staffa.

Avrete capito, cari lettori, perché la storia di quell’amore breve e della tragica morte di una donna condannata al vituperio della damnatio memoriae non mi ha più lasciato. Mi piace l’idea, pur leggendaria, che quella pausa amorosa di Annibale e dei suoi, seguita dagli ozi di Capua dove “le meretrici e l’ozio avevano indebolito e resi effeminati i corpi e gli animi dei Cartaginesi” (Tito Livio), in qualche modo favorì la salvezza di una Roma sguarnita e impaurita che era ad appena “cinque giornate a cavallo” dalla sconfitta disastrosa di Canne. E perché una storia d’amore non è mai condannabile, se non da chi è invidioso d’amore.

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Post scriptum: segnalo sul lodevole Progetto Salapia il testo sul mio blog Giannella Channel, grato a quegli archeologi appulo-italo-americani che, con il libro ritrovato della Gualdi, hanno risvegliato quel ricordo giovanile.


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L’albero dei gioielli

targato Girasole

Sette titoli forti della casa editrice ravennate

* Aurora Adorno (Firenze, 1978) si laurea in Scienze della Comunicazione con tesi sul processo creativo, corso di specializzazione in Marketing; più tardi frequenta il corso per sceneggiatori della scuola Immagina di Firenze. Autrice di Francesco Adorno, un filosofo a Firenze (Diogene Multimedia), tema al quale ha dedicato anche la sceneggiatura di un docu-film su cui spera che si posino occhi curiosi di un produttore. Opere precedenti: Solo per ragazze (Zella Editore), la commedia Bubble (Herald Editore), autrice del racconto La donna che non si accontentava nella raccolta Amarsi (Rudis). Scrive per la rivista online Myrrha i doni del Sud. Ha firmato vari cortometraggi.

Leggi anche:

Le puntate:

  1. V come Il Vicolo di Cesena: se lo stampatore degli artisti si siede a tavola
  2. F come Felici Editore di Pisa: libri preziosi che raccolgono l’ingegno delle università
  3. A come Armando Editore di Roma: con i nostri libri insegniamo ai maestri che insegnano
  4. P come Progedit di Bari. Un calamaio che ha messo radici e germoglia, questo è un Dato
  5. K come Kurumuny. Nel Salento vogliono far tornare protagonisti gli invisibili e la loro umanità
  6. A come AdArte: la bussola per entrare nelle città più intime e segrete, navigando nel mare delle arti
  7. C come CB Edizioni. Dalla Toscana educare nel segno di Leonardo e Michelangelo
  8. D come Edizioni Dedalo. La carica dei mille titoli: più qualità per vincere (non solo) nelle università
  9. DR come Di Renzo Editore. La signora delle stelle, Margherita Hack, fece da passaparola e fu subito un successo
  10. G come Guida Editori. In principio fu Benedetto Croce… e Napoli si fregiò di un altro vulcano, questo editoriale
  11. AE come Artistica Editrice: alla scoperta del Piemonte (e non solo)
  12. C come Cavinato Editore: nel nome del padre e di Ippocrate
  13. E come EMI, Editrice Missionaria Italiana: da Bologna libri che cambiano la Chiesa e il mondo
  14. L come Lupo Editore: dal Salento libri caldi per ragazzi ed esordienti
  15. E come Este Edition: a Ferrara una storia lunga 500 libri
  16. V come Venexia Editrice: libertà, positività, spiritualità
  17. O come Edizioni Dell’Orso: dal Piemonte libri candidati a “rimanere”
  18. G come Gattomerlino Edizioni: una bussola a colori tra poesia e scienza
  19. Editrice Rotas vivrai! A Barletta c’è una nuova Disfida
  20. E nel padiglione della Puglia da leggere si materializzarono giganti di ogni tempo
  21. P come Polistampa: la casa editrice sbocciata nel fango dell’Arno
  22. M come Minerva: nelle campagne bolognesi una bottega per libri d’autore e giovani talenti