Leonardi, la rivoluzione
comincia con un Nastro

Nel 1957 a Modena un giovane di talento,
destinato a diventare un famoso designer
e fotografo, architetto paesaggista e pittore,
creava una sedia che ha lasciato il segno. E,
a seguire, il Dondolo, altra forma cult in vetroresina.
Che gli rafforzò una convinzione: “Noi
italiani siamo più bravi degli artigiani americani”

ARTI & CULTURE, GLI OGGETTI DEL DESIDERIO

testo di Pierluigi Masini* / Il Resto del Carlino

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Otto anni fa l’Indipendent ha chiesto a Ron Arad qual era la sedia perfetta. E lui, archi-designer di fama mondiale, ha risposto senza esitazioni:

Ribbon Chair, Cesare Leonardi. È la sedia che tutti notano quando vengono a casa mia e mi fanno i complimenti. In realtà è l’unico pezzo che non ho disegnato io. Quando c’è un’idea così forte, un nastro continuo, è il design che è al servizio dell’idea e non il contrario.

Cesare Leonardi è un designer che ha sempre vissuto a Modena e per anni ha sempre lavorato in coppia con Franca Stagi. Designer ma anche fotografo, architetto paesaggista, pittore: ha compiuto 81 anni da pochi giorni ed è uno straordinario e sconosciuto esempio di creativo italiano che Ron Arad celebra nel mondo mentre in Italia pochi conoscono. Da qualche anno un’associazione (archivioleonardi.it) sta mettendo ordine nel suo immenso lavoro, con molta buona volontà e pochi spiccioli, mentre le sue sedie sono nei musei tra i più importanti al mondo: il MoMa di New York, il Centre Georges Pompidou di Parigi, il Victoria and Albert Museum di Londra e il Kunstgewerbemuseum di Berlino.

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Il giovane Cesare Leonardi nell’atto di piegare la materia per dargli la forma della Nastro. Il designer è nato nella città emiliana il 3 giugno 1935. Si è laureato nel 1970 in Architettura a Firenze, dove ha frequentato i corsi di Leonardo Savioli, Ludovico Quaroni, Leonardo Ricci e Adalberto Libera. Ha pubblicato: L’Architettura degli alberi, Mazzotta, 1982, strumento insuperato di classificazione arborea; Il Duomo di Modena. Atlante fotografico, Panini, 1985; La struttura reticolare A-centrata (all’interno della rivista “L’arredo della città”, 1988) e Solidi / Solids 1983-1993, Logos, 1995.

La sedia Nastro è stata disegnata nel ’57, messa in produzione nel ’61, brevettata nel ’66. Come nasce l’idea?

“Ero studente di Architettura a Firenze, con Savioli e Libera. La Nastro nasce al secondo anno, ho 22 anni e il professore parlava della ‘resistenza per forma’, cioè quanto resistono le forme alle sollecitazioni. E mentre lui parlava io pensavo alla Nastro che non c’entrava niente con quello che lui diceva. La feci con un foglio di carta (mentre parla fa vedere come si piega, Ndr). Nasce così, semplicemente”.

Il ’57 è l’anno della Superleggera di Giò Ponti, della Digamma di Ignazio Gardella, della Pigreco di Tobia Scarpa. E lei disegna la Nastro, un altro pianeta…

“Infatti la Nastro rimane ferma per un po’ di tempo. Vado a Milano, alla Knoll con un modello di cartone, erano interessati a produrla. ‘Ci piace, ma come si costruisce?’, mi dicono. Il bello è che non lo sapevo neanche io. Poi un giorno incontro per caso a Modena un artigiano, in un’officina qua dietro, che mi dice ‘la facciamo in vetroresina’. Comprammo un foglio sottile uno-due millimetri con dentro una rete metallica. Tagliammo i pezzi, li piegammo, li curvammo secondo il modello in legno. Ci si poteva sedere. Poi l’abbiamo portata a spessore rivestendola di resina. Aveva un operaio bravissimo, pieno di fantasia. Una tavola in piano, una inclinata, il modello era fatto: abbiamo provato a sederci e quando avevamo raggiunto l’inclinazione giusta questo operaio ha fatto lo stampo: ha fatto quello che gli americani non erano mai riusciti a fare”.

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Design, innovazione tecnologica e sostenibilità in un padiglione modulare, realizzato a Palazzo Clerici in materiale riciclato, che rende omaggio a Cesare Leonardi durante la Milano Design Week del 2016.

Gli americani?

“Sì, erano venuti da me quelli di Macy’s di New York. La sedia era semplice ma il problema era che lo stampo aveva il maschio e la femmina e loro non sapevano come chiuderli insieme, la resina si induriva, bisognava mettere una dentro l’altra le due parti e girarle insieme, così ci si riusciva, lo stampo dritto non passava”.

E la sedia piace?

“Sì, ne facciamo una alla settimana. Finisce sulle riviste, una anche su Domus. Ma mi danno poco spazio, non ero del giro milanese io: trasmissioni tv, feste, interviste, io non c’entravo niente con quel mondo lì”.

E dopo la Nastro nasce il Dondolo, sempre in vetroresina.

“Sì, avevo fatto degli schizzi e poi il Dondolo era stato presentato all’ottavo Salone del mobile italiano del ’68. Avevo cambiato il profilo per dargli più resistenza, funzionava. Del Dondolo i primi due-tre pezzi li abbiamo fatti a Modena, poi da Bellato a Scorzé (Venezia). Ma anche di questo hanno prodotto pochi esemplari, una decina. Costava molto, allora lo vendevano a 130 mila lire…”.

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Il Dondolo (di Leonardi-Stagi, come la sedia Nastro e il libro L’Architettura degli alberi)
è stato presentato al Salone del mobile italiano del ’68.

Ma va a Londra…

“Sì, ci fu una mostra del design italiano lì, c’era Joe Colombo che si riteneva il dio in terra. Era bravo, certo, ma al centro dell’attenzione c’ero io. In un ambiente largo, su un piano inclinato, c’era il tricolore e sopra il mio Dondolo, solo quello. Capisce che roba? Tutti i giornalisti venivano da me, un successo. Ma subito dopo succede l’imprevedibile…”.

Cosa?

“Arriva l’Austerity nel ’73. Prima la vetroresina costava niente ma dopo i materiali derivati dal petrolio da cento lire balzarono a mille, e chi s’è visto s’è visto. Non le produceva più nessuno le mie sedie: era andato tutto alle stelle. Nastro e Dondolo, addio”.

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Contatto:

Associazione – Archivio Cesare Leonardi

* Pierluigi Masini è giornalista del Resto del Carlino e QN, direttore Progetti e iniziative editoriali. Laureato in storia dell’arte, membro del Comitato scientifico del The Design Prize, da anni studia e intervista i protagonisti del mondo del design, da Lapo Binazzi e Adolfo Natalini a D’Urbino-Lomazzi, a Cini Boeri, Gabriella Crespi, Sergio Asti e altri. Una serie che, se fossi un editore curioso, raccoglierei in un intrigante volume.

A PROPOSITO/ testo e foto di MANUELA CUOGHI

Un giorno dentro il mondo

riflesso negli occhi di un Maestro

Cesare Leonardi accetta di incontrarci, grazie alla mediazione dell’architetto Gabriella Lungo (esperta di bioarchitettura e riqualificazione di edifici e aree industriali in cerca di nuove identità) e capiamo che questa visita è un privilegio. Lui riceve raramente perché i suoi 81 anni gli fanno preferire spazi di solitudine riflessiva e il riordino di opere e di memoria che nel lungo tempo della sua vita sono diventate patrimonio collettivo.

Protetta dai rami di una vegetazione anarchica, la casa di viale Emilio Po a Modena mescola i suoi profili con le linee in continuo divenire delle piante. La luce grigia della strada diventa ombra. Pochi passi in questa breve strettoia ed eccoci dentro al creativo, ordinato caos del suo studio.

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Cesare Leonardi nel suo studio-archivio di Modena con Salvatore Giannella.

Come ballerine in attesa della musica, una schiera di sedie dotate di piccole rotelle si offrono a chi, una volta seduto, seguirà la loro danza: sono eleganti, capricciose, severe, leggere, improbabili, accoglienti e spigolose. Una vera popolazione di figlie nate dalla stessa madre, tavole gialle di legno usate nei cantieri sulle quali, con il rigore di una disegnatrice di cartamodelli, Leonardi ha tracciato segni e definito superfici senza sprecare un centimetro quadrato di tavola: “Mia madre era sarta e mio nonno falegname”, ci ricorda.

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Un angolo dello studio-archivio Leonardi.

Anche lo spazio dello studio risponde alla stessa logica. I fogli dei progetti arrotolati e allineati sono protetti nel vuoto dell’alzata dei gradini di una scala che porta al soppalco. Una sorta di loggione teatrale, affollato di altre sedie, una sull’altra. Una folla che cerca di vedere oltre il parapetto o di farsi vedere. Una folla che però si dirada in vicinanza di Lei, la Signora delle sedie: la Nastro, sessant’anni e non li dimostra.

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La sedia Nastro, progettata nel 1957.

Lo studio di Leonardi, visto dall’alto, è un set teatrale, un’opera effimera in continuo divenire. Un luogo dove il tempo prende la forma delle ombre e si lascia guardare in una sequenza di scatti fotografici.

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Le ombre fermano lo scorrere del tempo.

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Un grande pannello fotografico ricorda il libro di Leonardi L’Architettura degli alberi, Mazzotta, 1982, strumento insuperato di classificazione arborea.

Un luogo dove lo spazio è racchiuso dentro grandi bauli verticali che si aprono e diventano spazi privati dove vivere.

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Arredi per la casa ideale di Leonardi.

È un luogo dove la luce del colore fa crescere e maturare sulle tele grossi frutti che, in caduta come meteore, si sovrappongono e si sommano nella loro decomposizione per ritornare a essere materia di vita.

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Una delle opere pittoriche di Cesare Leonardi.

È un luogo che vive della presenza del Maestro Leonardi, mediatore tra l’osservatore e il bisogno senza tempo di pensare e di tornare a farsi domande.

Registrare e trasmettere questo laboratorio della mente è un dovere, un modo per trasmettere alle future generazioni lo sguardo alto sulla vita che si incontra guardandolo negli occhi. Grazie, Maestro!

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* Manuela Cuoghi ha insegnato per 35 anni educazione artistica nelle scuole italiane. Alla passione per l’arte associa quella dei viaggi.

Author: admin

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