Nome Annalena
Cognome Tonelli
Data di nascita 2 aprile 1943
Luogo di nascita Forlì
Data di morte 5 ottobre 2003
Luogo di morte Borama (Somaliland)
Nazionalità Italiana
Segni particolari Missionaria italiana cattolica

Nella provincia romagnola di Forlì-Cesena, “maglia d’oro” nella classifica delle associazioni che raggruppano gli 1,7 milioni di italiani operanti nel volontariato, c’è un nome che brilla su tutti: Annalena Tonelli nata a Forlì il 2 aprile del 1943, secondogenita di cinque figli, dai genitori Guido (al lavoro presso il consorzio agrario di Forlì) e Teresina Bignardi, dedicata pienamente alla crescita dei figli.

Nel 1961, terminati gli studi al liceo classico Morgagni di Forlì, Annalena si iscrive alla facoltà di legge a Bologna. Sono anni particolari, di conoscenza del mondo e di consolidamento della fede e formazione sociale.

Parte con l’American Field Service per Boston, dove per un anno a Cambridge vive con la famiglia del dr. Carter: si nutre di esperienze che già manteneva e coltivava nel suo cuore. Certamente uno dei momenti in cui sentì più forte la vocazione al dono di sé e capì il senso da dare a tutta la sua vita fu l’incontro con i poveri del ghetto di Harlem a New York.

La giovane Annalena Tonelli a Forlì

La giovane Annalena Tonelli a Forlì. Spese 33 anni della sua vita come volontaria in Africa.

Al ritorno a Forlì si dedica ad assistere gli emarginati raccolti nella bidonville di una ex caserma (il Casermone) e a trovare loro una casa dignitosa; è una ragazza che coinvolge le sorelle e le amiche studentesse nel curare come vicemadri i bambini del Brefotrofio promuovendone l’adozione. Annalena aiuta a far nascere la prima casa famiglia a Forlì per “ragazze svantaggiate e rifiutate dalle loro famiglie”; promuove, con giovani universitari e laureati conferenze e dibattiti, il primo campo di raccolta stracci per finanziare progetti di sviluppo. Ispirandosi ai suoi principi nascerà poi il Comitato per la lotta contro la fame nel mondo che rimase in costante contatto con lei per tutti i suoi 35 anni di Africa.

Sono gli anni del Concilio Vaticano II, un nuovo cattolicesimo incentrato sul rinnovamento, che promuove il dialogo interreligioso, la scelta radicale per i poveri e la lotta contro la fame nel mondo. Nel 1967 Papa Paolo VI scrive l’enciclica sociale “Populorum Progressio” dedicata alla cooperazione tra popoli e al problema dei Paesi di sviluppo. Spina dorsale dell’enciclica è la critica al neocolonialismo e la denuncia dell’aggravarsi dello squilibrio tra Paesi ricchi e Paesi poveri.

Annalena non resta indifferente a queste tematiche, studia e si impegna nella FUCI, la federazione degli universitari dell’Azione cattolica.

Nel ’67 dopo un incontro a Forlì con l’Abbè Pierre (pseudonimo di Henri Antoine Grouès, il frate fondatore di un’organizzazione per i poveri e i rifugiati) il comitato sviluppa un’azione di raccolta, selezione, riciclaggio di materiali usati da inviare alle missioni di tutto il mondo. I volontari sono ricordati come i “cenciaioli” della città, proprio come Chiffoniers dei campi Emmaus organizzati dall’Abbè Pierre.

Ed è proprio all’Abbè Pierre che Annalena si ispira. Insegna, l’Abbè Pierre, che l’uomo, seppur disperato, può rendersi utile agli altri e che bisogna smetterla di avvicinarsi al dramma dei poveri con la mentalità dei ricchi, che per combattere la povertà bisogna viverla e abbracciarla sulla propria pelle.

È la svolta. Annalena fa sue queste parole e conclude che il suo scopo è arrivare a Dio attraverso l’amore del prossimo, l’amore per i più deboli e bisognosi.

Annalena decide di partire, a 25 anni nel ’69, destinazione Kenya. Comincia così l’attività di missionaria laica in una delle regioni più povere e più difficili del mondo. Annalena si stabilisce a Wajir, un villaggio nel deserto del nord-est del Kenya, di fede musulmana. La raggiungono dall’Italia alcune amiche, tra cui Maria Teresa Battistini, scomparsa l’11 gennaio scorso, “la seconda anima di Annalena Tonelli”.

Annalena Tonelli con l’amica Maria Teresa Battistini (1974)

Annalena Tonelli (a sinistra) con l’amica Maria Teresa Battistini (1974).

Annalena diventa subito un punto di riferimento per i bambini orfani, malati, disabili. Non è medico, è laureata in Legge, ma si dedica con abnegazione soprattutto alla cura della tubercolosi.

Nel 1974, grazie alla tenacia e agli studi sulla malattia, Annalena sviluppa un metodo, il DOT, che riduce di un terzo i tempi di guarigione, tanto da essere responsabile di un progetto pilota affidatole dal governo del Kenya per la cura della tubercolosi presso le popolazioni nomadi della regione. Vent’anni dopo il protocollo ideato e adottato da Annalena viene riconosciuto e applicato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Annalena resta in Kenya per dieci anni, fino al 1984, quando viene arrestata, processata e espulsa dal Paese. Annalena, infatti non ha avuto esitazioni a denunciare l’atroce mattanza che l’esercito keniota stava commettendo nei confronti di alcune minoranze somale.

Tre anni dopo Annalena torna in Africa, in Somalia, con la cooperazione italiana. Nel 1988 la Somalia è in piena guerra civile, il dittatore Mohammed Siad Barre viene deposto. Comincia una stagione di instabilità politica, di anarchia, di violenze.

Nell’agosto del 1990, Annalena è aggredita e sequestrata per tre giorni, insieme alla sua equipe medica, da una delle tre formazioni in lotta contro il governo. Portati sino al confine etiope, Annalena viene liberata dopo un feroce conflitto a fuoco tra i rapitori e l’esercito regolare somalo. Torna a malincuore in Italia ma non può rimanere a lungo lontana dalla “sua” Africa.

Nel 1991 rientra in Somalia, a Mogadiscio, dove riattiva il vecchio ospedale coloniale italiano totalmente abbandonato dal personale medico e successivamente a Marka colpita da una drammatica situazione umanitaria. Annalena riesce a combattere la carestia che imperversa in tutta la regione attuando un ingegnoso stratagemma per far giungere i soldi della raccolta fondi in Italia. Infatti, attraverso persone di fiducia, il denaro giunge ad Annalena in lettere di saluti che la mamma e le amiche inviano in Africa, bypassando così il controllo dei miliziani locali che comunque si fidano di Annalena, vista come l’unica che ha a cuore la salute dei loro bambini.

Annalena Tonelli tiene in braccio un bambino

Annalena tiene in braccio un bambino, l’immagine struggente del dramma della Somalia (sia questa che la foto di apertura, sono gentilmente concesse dal Centro Annalena Tonelli).

Nel 1992 inizia l’operazione Restore Hope, una forza multinazionale di peacekeeping che si rivelerà fallimentare: l’intera Somalia è allo sbando, abbandonata al suo destino e nel 1994 a seguito di richieste di denaro, soprusi e minacce, Annalena decide di rientrare in Italia. Nel 1996 l’OMS decide di affidare ad Annalena la direzione dell’ospedale di Borama, nel Somaliland, una regione che si è resa autonoma dalla Somalia e in cui regna una relativa tranquillità sociale. È qui che Annalena applica con dedizione e rigore scientifico il suo metodo DOT per la cura della tubercolosi. L’ospedale di Borama è una struttura vecchia, fatiscente, di appena 30 posti letto. Annalena riesce a trasformare, grazie anche agli aiuti che arrivano da Forlì, quella piccola struttura, in un ospedale da 200 posti letto.

Annalena però non si ferma, apre centri per portatori di handicap, grazie anche all’aiuto di Mohamud, il suo primo “figlio” che la raggiunge da Wajir. Mohamud ventinovenne, sordo dalla nascita, raccolto da Annalena all’età di quattro anni, allevato e fatto studiare, aiuta Annalena ad aprire scuole in cui insegna ai bambini musulmani a leggere il Corano. Inoltre Annalena organizza incontri con la comunità degli anziani e delle autorità sul problema delle mutilazioni genitali femminile, pratica disumana contro il corpo delle donne.

Nonostante ciò, la presenza di una donna, per giunta cattolica, viene vista come una minaccia da una comunità di fede musulmana, che però si sta avvicinando sempre più all’integralismo islamico. Nel 2002 Annalena è oggetto di diffamazione con lo scopo di spezzare il legame che ha con la popolazione locale. Si sparge la voce nei villaggi che Annalena abbia favorito la trasmissione dell’AIDS somministrando medicinali ritenuti poco sicuri. Si organizzano manifestazioni contro di lei, a volte anche violente. Borama non è più un luogo sicuro.

Il 25 giugno 2003 ritroviamo Annalena in Europa, a Ginevra, dove riceve dall’UNHCR, il premio Nansen per la sua attività in Africa. Tiene un incontro pubblico a Forlì, nell’auditorium della locale, attivissima Cassa dei Risparmi. Diventa il suo testamento spirituale.

Nel luglio dello stesso anno, incurante dei pericoli, torna a Borama, tra i suoi ammalati.

Il 5 ottobre 2003 due uomini armati penetrano all’interno dell’ospedale di Borama e uccidono a sangue freddo Annalena con un colpo alla nuca.

Annalena non tornerà più nella sua Forlì. Le sue ceneri sono sparse, come lei stessa aveva espressamente chiesto, nell’eremo di Wajir, “sulla sabbia del deserto più amato del mondo”.

Annalena Tonelli - Somalia

Perché Annalena

Non sono, né voglio, né posso essere un maestro. Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il vostro personale edificio… io non desidero altro che di essere gettata nelle fondamenta di qualcosa che cresce.

È una frase di Pierre Teilhard de Chardin. È il 2003, Annalena Tonelli ha appena ritirato a Ginevra il premio Nansen dall’UNHCR e prima di rientrare in Africa, tiene un incontro pubblico nella sua Forlì. Citerà appunto la frase di De Chardin proprio per spiegare il senso della sua scelta di vivere una vita solo ed esclusivamente al servizio degli altri.

Schiva, brusca, a tratti poco amante delle regole, una figura immensa quella di Annalena tanto che qualsiasi commento sembra inadeguato per questa donna che ha deciso di vivere e operare senza clamori. La sua scelta di vita radicale ci esorta a fare semplicemente il nostro dovere. Non ha mai ostentato nulla, non ne ha avuto bisogno, le sue azioni urlavano, in una terra martoriata dove dolore e violenza sono stati e sono le lingue parlate tutti i giorni.

Ed è stato forse proprio il valore del silenzio, il valore del sacrificio e perché no? il valore del sorriso, che ha consentito ad Annalena di trasmettere il valore universale di pace, nella convinzione di dover vivere la vita pienamente, senza riserve, per dare a tutti la possibilità di vivere degnamente.

Ma l’insegnamento di Annalena va oltre, è universale e si può racchiudere in una parola: carità. È una virtù teologale nella religione cattolica, è il “grande comandamento” per gli ebrei, è uno dei cinque pilastri dell’Islam e finanche il buddhismo e il confucianesimo la definiscono come virtù fondamentale, ed è per questo che in un mondo dove le divisioni sociali, religiose, economiche sono così fortemente evidenziate, la vita di Annalena Tonelli vissuta nella carità, è un abbraccio alla pace e un calcio all’odio e all’indifferenza. Più info e video: a questo link e a questo indirizzo email: [email protected]

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog che vuole essere una bussola verso nuovi orizzonti per il futuro, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “Guida ai paesi dipinti di Lombardia”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo” e, a quattro mani con Maria Rita Parsi, “Manifesto contro il potere distruttivo”, Chiarelettere, 2019), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

A PROPOSITO

Ultim’ora da Forlì, terra che vince

nella volata della solidarietà

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Nel Villaggio Mafalda di Forlì alcuni dei giovani volontari del Rotaract in azione: da sinistra, Beatrice Biserni (presidente), Giovanna che con Massimiliano (il primo a destra) è tra gli operatori del Villaggio. Al centro Giulio Orioli e, alla sua sinistra, Cecilia Ranieri.

La terra romagnola ha meritata fama di essere generosa: è grazie al volontariato (316 associazioni nell’intera provincia di Forlì-Cesena, con 53.918 soci iscritti: fonte “In viaggio con i maestri, di Salvatore Giannella, ed. Minerva) se ogni anno classifiche come quella del Sole 24 Ore la premiano. Queste le ultime novità in arrivo da quel settore da quella città.

  • I giovani del locale Rotaract club sostengono da tempo il Villaggio Mafalda di Forlì per donare dei giocattoli a tutti i bimbi che vengono ospitati e aiutati dai volontari. Il Villaggio Mafalda è un luogo di incontri e di storie di vita, dove trovano risposta i bisogni di accoglienza di neonati, bambini, adolescenti e mamme in difficoltà con i loro figli.
  • Sempre quest’anno i giovani del Rotaract hanno contribuito alle attività del Telefono Azzurro con la vendita delle Kalanchoe, piante ornamentali. L’isolamento e le privazioni a cui sono stati costretti negli ultimi mesi i minori hanno avuto effetti sulla loro salute mentale e li hanno resi più esposti e vulnerabili a pericoli e abusi. Per questo motivo i ragazzi hanno deciso di sostenere le attività di Telefono Azzurro.
  • A Pasqua 2021 il Rotaract di Forlì ha donato le uova di Pasqua della Fondazione Ant Italia ai piccoli ospiti del Villaggio della Gioia, gestito dall’associazione comunità Papa Giovanni XXIII. “Il Villaggio della Gioia è luogo speciale che ha un’importante rilevanza nel sostegno a famiglie in difficoltà, persone con disabilità. Si tratta di un progetto unico in cui i bambini e ragazzi a rischio di allontanamento dalla propria famiglia possono continuare a vivere insieme alla madre e al padre senza subire il trauma della separazione. Il Villaggio della Gioia è un vero e proprio villaggio, dove le famiglie che stanno affrontando un momento di fragilità, possono essere sostenute con interventi di tipo educativo e soprattutto vivendo momenti di vita comune per accompagnare l’intera famiglia in un percorso di recupero”.

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