Lo sguardo negato di Věra,
ginnasta di Praga
in dissenso contro l’Urss

Era l’atleta olimpica della Cecoslovacchia più vincente
di tutti i tempi, ricordata per le medaglie d’oro e per
la protesta (foto) contro l’Unione Sovietica ai Giochi
del 1968.
Comincia con lei un viaggio attraverso le donne che,
con la loro vita, hanno cercato di cambiare il mondo.
Ci farà da bussola l’incitazione della pedagogista
Maria Montessori: “Donne tutte: sorgete!” (1906).
In coda: il Manifesto delle 2000 parole che causò
la crisi tra Praga e Mosca

“DONNE TUTTE: SORGETE!” | STORIE DI VITE NON COMUNI (1)

testo di Carmen Pellegrino con Salvatore Giannella

Nel comune in cui vivo, Cassina de’ Pecchi alle porte di Milano, non esiste una via dedicata a una donna. Lo scopro, con triste sorpresa, leggendo un articolo ben fatto di un regista teatrale e poeta, Giuseppe Caccamo, sulla Gazzetta della Martesana. Il testo è dedicato a una grande cassinese, Antonia Frigerio (Cassina 1904 – lager di Ravensbruck 1945) che, conoscitrice dei protagonisti della Resistenza milanese, una volta arrestata non rivelò neanche sotto tortura i suoi segreti, finendo uccisa in un campo di concentramento nazista (una pietra d’inciampo oggi la ricorda davanti alla casa milanese dove abitava, in via Santa Eufemia 19).

Approfondendo la ricerca, scopro che questa assurda realtà toponomastica è comune a tutt’Italia. Dalle Alpi alla Sardegna le vie intitolate alle donne sono, in media, 8 su 100. Ce lo ricorda la professoressa Maria Pia Ercolini, fondatrice del gruppo “Toponomastica al femminile”, gruppo vincitore a dicembre scorso del primo premio dell’Unione Europea destinato alla società civile. “Più nomi di donne meritevoli a vie e piazze”, è stato l’auspicio della cerimonia svolta a Bruxelles. E Giannella Channel parte con un viaggio tra le vite di donne non comuni, non solo italiane, con l’augurio che gli amministratori da queste storie colgano l’occasione per dare visibilià a donne che hanno agito spesso nell’ombra e per consegnare alla memoria dei cittadini di oggi e di domani grandi donne che hanno scritto la storia delle comunità. (s.g.)

Nome Vera
Cognome Caslavska
Data di nascita 3 maggio 1942
Luogo di nascita Praga
Data di morte 30 agosto 2016
Nazionalità Repubblica Ceca
Segni particolari Campionessa di ginnastica artistica
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1968: basta solo nominarlo quell’anno per far venire in mente i giovani in piazza, la contestazione, i grandi movimenti della società, la richiesta di un mondo migliore fatto di eguaglianza e di pace. Quell’anno il mondo è diviso in due blocchi geopolitici: il Patto Atlantico, legato alle posizioni liberal capitalistiche degli Stati Uniti d’America, e il Patto di Varsavia vicino alla dottrina comunista dell’Unione Sovietica.

Nella Cecoslovacchia dell’epoca, inserita nel Patto di Varsavia, diventa primo ministro Alexander Dubcek. Inizia così un processo di cambiamento, un nuovo socialismo “dal volto umano” che si allontana dal cosiddetto “socialismo reale”, affermazione portata avanti dai sovietici con a capo Leonid Breznev convinti di essere gli unici a proporre una corretta visione degli ideali comunisti, in contrasto con il revisionismo marxista sempre più dilagante.

Questo nuovo processo di cambiamento culmina con il “Manifesto delle 2000 parole” di Ludvik Vaculik, breve testo di dissenso verso il partito, un ammonimento contro il declino umano impresso dal regime e una serie di richieste per l’avanzata della democrazia nel Paese.

Numerose personalità dello sport e della società aderiscono al Manifesto e tra i firmatari c’è anche lei, Vera Caslavska, la sportiva cecoslovacca più decorata della storia (sette ori e quattro argenti la rendono la quattordicesima atleta più medagliata ai Giochi olimpici e la ginnasta con più vittorie a livello individuale. Senza contare quattro titoli mondiali e undici titoli europei).

La reazione dell’Unione Sovietica è durissima: il Manifesto delle duemila parole risveglia il pugno duro della “dottrina Breznev”. Il 20 e il 21 agosto 1968 i carri armati sovietici invadono il territorio cecoslovacco, vengono cancellati otto mesi di riforme della Primavera di Praga e viene data la caccia ai firmatari del Manifesto.

Vera fugge, teme per la sua vita. Mancano solo due mesi all’inizio delle Olimpiadi di Città del Messico. Si saprà poi che Vera termina la sua preparazione atletica nella regione della Moravia, aggrappandosi agli alberi facendo del bosco la sua palestra, alzando sacchi di patate.

Nessuno sa dove sia ma le viene concessa l’autorizzazione per le Olimpiadi. Vera si presenta direttamente in aeroporto, sa che in un luogo pubblico e affollato non le può accadere nulla. È stanca e fuori allenamento, sarà dura competere con le atlete russe, autentiche macchine da guerra.

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Vince l’oro al volteggio e alle parallele, alla trave arriva seconda senza però non poche polemiche. Ma Vera sta per entrare nella storia dalla porta principale!

Nell’esercizio del corpo libero, Vera (alta 1 metro e 60 , peso 58 chili, numeri impensabili per una ginnasta di adesso) si esibisce sulle note del “ballo del Sombrero”, una canzone popolare messicana, attirando su di sé l’amore di tutto il pubblico locale. È senza ombra di dubbio medaglia d’oro.

Dietro le pressioni di un delegato russo, però, la giuria prende una decisione inspiegabile e aumenta il voto delle qualificazioni della ginnasta russa Larissa Petrik, che si trova quindi a dividere la prima posizione ex aequo con Vera.

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Ecco, fermiamoci un attimo.
È il 23 ottobre 1968, Vera Caslavska e Larissa Petrik sono pronte per ricevere la medaglia d’oro ex aequo dal delegato del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). La prima a salire è Larissa, volto sorridente, felice. È poi il turno di Vera. Occhi grandi, capelli biondi ancor più risaltati dalla tuta blu con la quale si è esibita poco prima. C’è qualcosa però che la turba. Lo sguardo non è sereno, abbozza un sorriso, il suo volto contrasta con l’evidente soddisfazione della sua collega russa. È il momento dell’inno.

Quando risuonano le note dell’inno sovietico Vera fa un gesto semplice, spontaneo, elegantissimo. China la testa verso destra, con dolorosa grazia, occhi bassi. Non lo vuole ascoltare quell’inno. Rifiuta di guardare quella bandiera con falce e martello che rappresenta gli invasori del suo Paese. Lo aveva già fatto durante la premiazione della Natalia Kuchinshaya, vincitrice della trave, quando aveva occupato il secondo gradino del podio. Ma adesso è diverso. Tutto il mondo la guarda. Quello sguardo negato è la rappresentazione del dissenso, una scena muta che vale più di tanti proclami. Come i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos in quella stessa Olimpiade hanno alzato i pugni sul podio dei vincitori sui 200 metri piani per rappresentare al mondo la segregazione di cui i neri sono vittime in America, così Vera gira il viso e non onora la bandiera del paese che schiaccia il suo popolo.

Vera è consapevole della forza dirompente di quel gesto, sa che potrebbe rappresentare la sua morte sportiva. Tornata in patria, infatti, viene messa sotto indagine per “influenza scorretta” diventando “persona non gradita”, eppure ha il divieto di espatriare, deve rimanere a Praga. Il nuovo governo filosovietico le chiede di ritrattare tutto, di togliere la sua firma al Manifesto delle duemila parole a cui aveva aderito. Vera non lo fa. Il regime la costringe quindi a una vita di stenti, a lavorare facendo le pulizie. Si ribellerà anni dopo. Un giorno va al ministero dello Sport in tuta da ginnastica e dichiara che non andrà via di lì senza un lavoro. Avrà un ruolo in federazione, ma soltanto come consulente.

Il regime, non potendo cancellare la Caslavska sportiva, la cancellerà come persona.

Viene riabilitata dopo la caduta del Muro di Berlino diventando presidente del comitato olimpico della Cecoslovacchia.

Vera Caslavska e Josef Odlozil

Nella sua vita tormentata, però, ci saranno altri dolori come la morte del proprio marito Josef Odlozil (connazionale e mezzofondista, sposato in una cerimonia glamour seguita da una grande folla, cui accorrono molti messicani diventati tifosi di un’atleta al culmine della sua gloria). Vera l’aveva sposato proprio durante le Olimpiadi di Città del Messico: Josef viene ucciso nel 1993 dal loro figlio Martin, al culmine di una lite.

È troppo. Vera, la donna affascinante definita dai giornali “seconda donna più popolare al mondo dopo Jacqueline Kennedy”, cade in depressione e sceglie di scomparire evitando ogni apparizione pubblica.

Viene eletta membro del CIO e consigliera del presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Havel (1993-2002), ma Vera è stanca, il suo volto, quegli occhi grandi, bellissimi sono segnati da una vita faticosa. Negli ultimi anni si è schierata contro la xenofobia e a favore della protezione dei profughi.

Muore il 30 agosto 2016 all’età di 74 anni per un tumore al pancreas.

La sua storia è diventata un docu-film intitolato Vera 68. Il suo paese l’ha nominata seconda atleta più importante del secolo scorso, dopo il maratoneta Emile Zatopek, ed è entrata a pieno titolo nell’Olimpo delle celebrità della ginnastica mondiale.

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Perché Vera

vera-caslavskaQuando le chiesero perché non abbia mai ritrattato la sua scelta di aderire a quel Manifesto, Vera rispose:

Se avessi rinnegato quel Manifesto e quella speranza, la gente che credeva nella libertà avrebbe perduto fiducia e coraggio. Volevo che conservassero almeno la speranza.

Vera rappresenta non il dissenso puro e semplice. Il gesto di Vera vale di più, è più profondo. È uno schiaffo alla nostra assuefazione a all’indifferenza per ciò che accade intorno a noi e a lasciare che qualcun altro combatta le nostre battaglie. Quel gesto semplice è diretto a noi tutti che permettiamo che la nostra anima si atrofizzi davanti ai nostri falsi privilegi. Quel gesto, infine, è una esortazione a riacquistare la nostra dignità sociale, ad abbassare lo sguardo solo davanti agli orrori, non come rassegnazione ma bensì per rialzare gli occhi e raccogliere le nostre forze, più forti di prima, più forti che mai, per combattere e per lottare per un futuro migliore, senza il timore di dover percorrere quella strada, sicuramente tortuosa, certamente piena di insidie, ma l’unica strada possibile che ci conduce alla libertà. (1. Continua)

Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog che vuole essere una bussola verso nuovi orizzonti per il futuro, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “Guida ai paesi dipinti di Lombardia”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo” e, a quattro mani con Maria Rita Parsi, “Manifesto contro il potere distruttivo”, Chiarelettere, 2019), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

A PROPOSITO/ UN DOCUMENTO STORICO*

Il “Manifesto delle 2000 parole” (giugno 1968).

Questo scritto causò la crisi fra Mosca e Praga

Ludvik-Vaculik

Ludvík Vaculík (Brumov, 1926 – Praga, 2015) è stato lo scrittore e giornalista ceco che nel 1968 prese parte alla Primavera di Praga scrivendo il Manifesto delle 2000 Parole. Esordì nel 1967 con il romanzo La scure; Il regime sovietico gli impedì poi la pubblicazione di Cavie nel 1970 (Vaculík fu costretto a pubblicarlo nel 1973). Nel 1981 pubblicò Il libro dei sogni boemi, seguito nel 1993 da Come si fa un ragazzo. Nel 2001 scrisse la sua autobiografia, Con i cavalli in Moravia. Libro acquistabile con il Bonus Cultura e con il Bonus Carta del Docente quando venduto e spedito direttamente da Amazon.

In principio l’esistenza del nostro popolo fu minacciata dalla guerra. Poi seguì un triste periodo i cui avvenimenti misero in pericolo la sua esistenza spirituale e il suo carattere. La maggioranza della popolazione aveva accettato con speranza il programma socialista. Ma la direzione dello Stato pervenne nelle mani di uomini inadatti. Il fatto che non avessero sufficiente esperienza negli affari di Stato né conoscenze scientifiche e preparazione filosofica non avrebbe avuto troppo peso se essi avessero posseduto una maggiore dose di comune buonsenso e di decoro, se avessero ascoltato il parere degli altri e lasciato gradualmente il posto ai più capaci.

Il partito comunista, che dopo la guerra godeva della grande fiducia del popolo, la sostituì gradualmente con la burocrazia e ben presto non gli restò altro. Possiamo ben dirlo, perché tra noi comunisti la delusione per i risultati è grande quanto la delusione degli altri.

Una linea di direzione sbagliata trasformò il partito da associazione ideologica in organizzazione di forza, che offriva grandi occasioni a chiunque fosse assetato di potere, al tornaconto dei codardi e delle coscienze poco pulite. Il loro esempio influiva sul comportamento del partito, la cui struttura non permetteva agli individui onesti di far sentire la loro voce senza incorrere in conseguenze, né di contribuire alla sua trasformazione e di adeguarlo al mondo contemporaneo. Numerosi comunisti si batterono contro questo stato di cose, ma non riuscirono a cambiare niente.

LA FUSIONE TRA IL PARTITO COMUNISTA E LO STATO

La situazione all’interno del partito comunista serviva da modello per un’analoga situazione nello Stato. La fusione tra il partito e lo Stato fece perdere al partito la capacità di ritirarsi dalle responsabilità esecutive. Non era ammesso criticare l’operato delle organizzazioni statali ed economiche. Il Parlamento dimenticò le sue procedure, il governo dimenticò in qual modo si governa, i direttori dimenticarono come si dirige. Le elezioni non avevano alcun significato, le leggi non contavano. Non potevamo aver fiducia nei nostri rappresentanti né in alcun corpo rappresentativo; se la avevamo, essi non erano in grado di fare alcunché per noi. Ma la cosa peggiore era che ormai non potevamo fidarci l’uno dell’altro. Era in declino l’onore personale e collettivo. L’onestà non portava in nessun posto ed era inutile elogiare la capacità. La maggioranza della popolazione aveva perduto ogni interesse per la cosa pubblica e si occupava solo dei fatti propri. I rapporti umani si erano deformati e il popolo aveva cessato di trovare soddisfazione nel lavoro; in altri termini, si era inaugurato un periodo che minacciava l’integrità spirituale e il carattere del popolo.

Dall’inizio di quest’anno stiamo attraversando un processo di rinnovamento e di democratizzazione. Esso è cominciato all’interno del partito comunista. Bisogna dirlo, sebbene tra di noi lo sappiano anche i non comunisti che finora non si attendevano niente di buono. Bisogna aggiungere soprattutto che tale processo non avrebbe potuto essere iniziato altrove. Perché in tutto questo ventennio soltanto i comunisti hanno avuto modo di vivere una qualche vita politica, soltanto la critica comunista era presente nelle cose che si facevano, soltanto l’opposizione nel partito comunista aveva il privilegio di essere in contatto con l’avversario.

Ecco perché l’iniziativa e gli sforzi dei comunisti democratici rappresentano una parte del debito che tutto il partito deve ai non comunisti per averli tenuti in una posizione di inferiorità. Perciò al partito comunista non è dovuto alcun ringraziamento, anche se bisogna riconoscere che si sta onestamente sforzando di approfittare degli ultimi avvenimenti per salvaguardare il rispetto suo e del popolo.

Il processo di rinnovamento non apporta niente di particolarmente nuovo. Avanza proposte e idee che in gran parte sono più vecchie degli errori del nostro socialismo, e alcune altre emergono da sotto la superficie di quel che è visibile. Avrebbero dovuto essere espresse da molto tempo. Ora, non illudiamoci che per il trionfo di queste idee sia stata determinante solo la forza della giustizia. Determinante per la loro vittoria è stata la debolezza del vecchio sistema di direzione.

UNA SPERANZA ANCORA SERIAMENTE MINACCIATA

Ci rivolgiamo a voi con una speranza che ancora oggi è minacciata. Sono dovuti trascorrere alcuni mesi perché molti di noi si convincessero che possono cominciare a parlare, ma molti altri ancora dubitano che ciò sia possibile. Tuttavia abbiamo cominciato a parlare, scoprendo che se vogliamo sviluppare i nostri pensieri non ci rimane che umanizzare questo regime. Altrimenti la vendetta delle vecchie forze sarebbe crudele. Ci rivolgiamo principalmente a coloro che finora hanno atteso. I giorni che arrivano saranno determinanti per molto tempo.

Si avvicina l’estate con le vacanze, durante le quali, secondo le vecchie abitudini, vorremmo dimenticar tutto. Possiamo essere certi che i nostri cari avversari non si concederanno alcuna vacanza, e mobiliteranno tutte le loro forze per trascorrere poi in pace il Natale! Attenzione dunque a quanto accadrà, cerchiamo di comprendere e di agire conseguentemente. Rinunciamo all’impossibile pretesa che ci sia sempre qualcuno in alto pronto a fornire delle cose una sola interpretazione e una soluzione semplice e unica. Ognuno deve trovare la soluzione per conto suo e assumersene la responsabilità. Soluzioni comuni e concordi possono scaturire soltanto dalla discussione basata sull’indispensabile libertà di parola, che in effetti è certo l’unica nostra possibilità democratica per il presente.

Nei prossimi giorni dovremo dimostrare spirito autonomo di iniziativa e di decisione.

In questi ultimi tempi la gente è inquieta perché il processo di democratizzazione si è arenato. Questa sensazione riflette in parte la stanchezza per i molti giorni di eccitazione e in parte corrisponde allo stato delle cose. Quello trascorso è stato un periodo di sorprendenti rivelazioni, di dimissioni di personalità e di appassionanti dibattiti d’insolita audacia. Ma la lotta tra le varie forze è ancora sotterranea, adesso si combatte per il contenuto e per l’applicazione delle leggi, per la portata delle misure pratiche. Inoltre, ai nuovi ministri, procuratori, presidenti e segretari dobbiamo lasciare del tempo perché possano lavorare. Essi ne hanno diritto per poter giustificare o smentire la fiducia riposta in loro. Oltretutto non ci si può attendere miracoli dagli organi politici centrali. Anche se a malincuore, si sono dimostrati meravigliosamente saggi.

SE NE VANNO COLORO CHE HANNO AGITO DA TIRANNI

Se in questo momento non è possibile attendersi di più dagli organi politici centrali, bisogna ottenere di più nei circondari e nei distretti, specialmente per quanto riguarda i comunisti. Esigiamo che se ne vadano coloro che hanno abusato del loro potere, dilapidato il patrimonio pubblico e agito non da uomini onesti ma da tiranni. Bisogna solo trovare il modo di farli andar via. Ad esempio: con la critica pubblica, con le risoluzioni, con le dimostrazioni, con lo sciopero, con il boicottaggio delle loro iniziative. Ma bisogna rinunciare all’uso di metodi illegali, sconvenienti e grossolani, che essi potrebbero denunciare ad Alexander Dubcek, per tentare d’influenzarlo. La nostra avversione per l’invio di lettere insolenti dev’essere tale che essi, ogni volta che ricevono una lettera, devono poterla considerare come se l’avessero scritta loro stessi. Rilanciamo l’attività del Fronte Nazionale. Esigiamo che le riunioni dei comitati nazionali siano pubbliche. Formiamo speciali comitati di cittadini e commissioni per discutere i problemi volutamente ignorati dai dirigenti. La cosa è semplice: alcune persone si riuniscono, eleggono un presidente, stendono dei verbali, rendono note le loro decisioni, ne chiedono l’attuazione e non permettono di venire messi a tacere. Trasformiamo la stampa distrettuale e locale, degenerata in portavoce dell’apparato, in una libera tribuna di tutte le forze politiche; esigiamo che nei collegi redazionali ci siano rappresentanti del Fronte Nazionale, oppure fondiamo altri giornali. Istituiamo dei comitati per la difesa della libertà di espressione. Organizziamo presso tutte le nostre assemblee un servizio d’ordine. Quando sentiamo strani comunicati, verifichiamoli con l’invio di delegazioni presso le autorità competenti e rendiamo pubbliche le risposte ottenute. Appoggiamo i servizi di sicurezza quando agiscono per la repressione della criminalità; la nostra aspirazione non è il caos né l’incertezza generale. Sottraiamoci agli attaccabrighe, non perdiamo la testa per le questioni politiche. Smascheriamo i confidenti e gli spioni.

RESISTERE ALLE INTERFERENZE DI POTENZE STRANIERE

In questi ultimi tempi si nota una grande inquietudine per la possibilità che potenze straniere interferiscano nel nostro sviluppo. Di fronte alle superpotenze l’unica nostra alternativa è tener duro,senza assumere iniziative. Possiamo garantire ogni sostegno al nostro governo, se occorre anche con le armi, se esso realizzerà il mandato che gli affideremo; e assicureremo i nostri alleati che terremo fede ai trattati di alleanza, amicizia e commercio.

La trascorsa primavera ci ha nuovamente ridato, come dopo la guerra, una grande occasione. Abbiamo di nuovo la possibilità di riprendere in mano la nostra causa comune, che in ogni caso chiamiamo «socialismo», e darle il volto che meglio corrisponda alla buona opinione che un tempo avevamo di noi stessi. La primavera è appena finita e non tornerà mai più. Il prossimo inverno ci chiarirà tutto.

Concludiamo così il nostro proclama agli operai, ai contadini, agli impiegati, agli artisti, agli scienziati, ai tecnici e a tutti gli altri. Le firme che seguono non rappresentano tutte le adesioni ma solo diversi gruppi di cittadini, a seconda di chi siamo riusciti ad avvicinare.

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* Fonte: criticasociale.net, portale della rivista Critica sociale (n. 11/ 2008), rivista storica del socialismo fondata da Filippo Turati nel 1891.

Author: admin

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