E Benedetta Mazzini
mi indicò la sua eroina:
“Mia madre Mina,
di professione cantante”

Le feste per gli 80 anni della
“tigre di Cremona” mi fanno
ricordare le parole con cui
la figlia illuminò l’altra faccia
del suo personaggio di riferimento
(e la storia di un fiume scomparso
che insegna molto agli uomini)

Il mio Eroe

testo di Salvatore Giannella per Sette*

Mina mercoledì 25 marzo ha festeggiato un compleanno speciale: 80 anni e le giornate si sono meritatamente riempite di servizi speciali in tv e sui giornali per la “regina della canzone” che non compare in pubblico, per sua scelta, dal lontano 1978. E a me, che curo la manutenzione della memoria, ha fatto affiorare dal pozzo della memoria il colloquio che ebbi con Benedetta, figlia di Mina, nel febbraio 2015 per la rubrica “Il mio eroe” che curavo per Sette, lo storico magazine del Corriere della Sera, allora diretto da Pier Luigi Vercesi. Riecco quel dialogo.

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Benedetta Mazzini Crocco (Milano, 1971), dopo esperienze di attrice e conduttrice tv, ha varato due compagnie di viaggi: wildplacessafaris.com (specializzata sull’Africa) e ultimateplaces.com (sul mondo).

(CREDIT Giacomo Giannella / Streamcolors da foto Sgura e Balletti)

Cara Benedetta, la so di ritorno da un safari nell’Africa più profonda: il Botswana, dove c’è il fiume Savuti che ogni tanto scompare. Ha messo da parte le ambizioni da attrice?

“Sì, ho fatto diventare lavoro una mia passione. Ho creato due agenzie di viaggi. E in Africa ho visto il Savuti sia nel suo scorrere vitale, sia quando è scomparso. Vedere l’equilibrio della vita animale sconvolto nel letto asciutto, e vedere poi la vitatornare normale con il ritorno delle piogge, è stata un’emozione rara”

Quel fiume insegna qualcosa all’uomo: una risorsa, l’acqua, scarseggia e l’aggressività aumenta. Lì avviene per un fenomeno naturale. La scarsità di risorse nella società degli uomini è invece quasi sempre un fenomeno innestato dal malgoverno: sono le guerre, la corruzione, la tirannide che privano le società civili delle risorse che consentirebbero loro di avere un comportamento ‘umano’. Torniamo a lei: ha cambiato pagina nella sua vita, anche il suo personaggio di riferimento?

“No, quello è sempre lo stesso: mia madre Mina. In realtà di eroiche Mina ne conosco due: una è mia madre, l’altra è la cantante. Tutte e due mi insegnano qualcosa giorno dopo giorno, tutte e due sono unite da valori che continuano a sorprendermi: oltre a serietà e discrezione, la coerenza. Oggi la coerenza costa tanto, a lei no. Lei è una che quando dice che una cosa è quella, quella rimane. Sulle sue decisioni è coerente. Non parlo della decisione di non apparire in pubblico. Lei l’ha fatto solo perché stava meglio così. È una mamma che ha messo prima di se stessa, la famiglia e i figli”.

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Mina è il nome d’arte di Mina Anna Maria Mazzini (Busto Arsizio, 1940):

“Sono cresciuta in una città di provincia, Cremona. È là che
si è formato il mio carattere, è là che mi sono fatta
le mie convinzioni sulla vita”
.

Icona del costume italiano tra canzone e TV, ha interpretato 1.500 canzoni.
(CREDIT Giacomo Giannella / Streamcolors da foto Sgura e Balletti)

‘Mina ha paura dell’aereo, non vola più’, ‘Mina non va più in tournée’, dicevano.

“Mina in realtà non vola più perché mio padre, Virgilio, è morto investito da un’auto negli Stati Uniti quando io avevo due anni. Lei poi con Corrado Pani non era sposata, se le succedeva qualcosa rimanevamo da soli. Questa è la verità. E Mina non esce solo perché aveva voglia di stare con la sua famiglia. Con me, con mio fratello Massimiliano e anche con Axel (oggi, 2015, ha 25 anni, lavora a Parigi) ed Edoardo, 10 anni, due suoi nipoti che sono copia di Corrado. È impressionante la sua velocità di pensiero e di azione. Come madre e come professionista ha fatto valere i suoi valori personali, pagando il prezzo che c’era da pagare. È l’unica al mondo alla quale chiedo consiglio, e faccio anche attenzione perché so che poi le parole che mi dirà pesano molto. È l’unica persona di cui mi fido. È una persona speciale, rara, a me sembra che venga da un altro pianeta. Auguro a tutti di avere una madre così”.

Grazie, Benedetta, per averci fatto conoscere un’altra faccia di Mina.

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A PROPOSITO

Parole di Mina che sono

vitamine per la mente

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Mina, pseudonimo di Mina Anna Maria Mazzini (Busto Arsizio, 25 marzo 1940).

Essere immortale non mi interessa. Mi piace invecchiare.
La dolcezza è poesia. La montagna vista da lontano è poesia. Gli occhi che si chiudono dal sonno sono poesia. Puccini è poesia. Gadda è poesia. I rari rumori della notte sono poesia. La finestra che adesso apro per andare in terrazza a guardare il lago è poesia. Insomma la poesia è dappertutto, ma sarà vero che solo pochi la vedono? Io non ci voglio credere. Anche la persona più fredda e disincantata, più malvagia e sgradevole, più perversa e scellerata in un angolino del suo animo deve avere un ricordo, un rimpianto. E il rimpianto è già poesia.
Dio non canta. Forse non ha mai cantato. Si vede che non gli serviva. Ha dato il canto a tutti gli elementi che popolano questo mondo e che si danno da fare per tenerlo vivo. Il rumore dell’esistenza è canto. Canta l’acqua, il vento, cantano le fronde degli alberi, le pietre, cantano gli animali, canta l’uomo. Il canto è un grido, un ululato a gola aperta. Sfiora e urta e sfonda e spacca e libera e imprigiona.
La musica… la musica. La amo, la adoro, la idolatro, la venero. Quella che medica. Quella che ti estorce le lacrime. Quella che sembra essere l’unica entità che ti possa capire. Quella che ti persuade. Quella che conferma la tua solitudine. Quella che ti fa muovere. Quella che hai in gola e butti fuori e quella che hai in gola e tieni dentro. Quella che ti convince, anche se solo per un attimo, che siamo degli esseri umani degni di lei. Quella che ti fa trattenere il fiato come davanti al crollo di una diga. Quella che è l’unico, vero, potente stupefacente. Quella che ha fatto dire a Shakespeare: “Nulla vi è di così insensibile, brutale o scatenato dalla rabbia che la musica, finché se ne prolunghi l’eco, non trasformi nella sua stessa natura. Colui che non può contare su alcuna musica dentro di sé, e non si lascia intenerire dall’armonia concorde di suoni dolcemente modulati, è pronto al tradimento, agli inganni e alla rapina: i moti dell’animo suo sono oscuri come la notte, e i suoi affetti tenebrosi come l’Erebo. Nessuno si fidi mai di un uomo simile”.
La musica, bella o brutta, seria o ignorante, santa o puttana, è lunga. E non ti abbandona. È il rumore dell’anima. E ti si attacca alla pelle e al cuore per non lasciarti più.
Il nemico più grande della donna è la donna stessa. Non riusciamo a sfilarci da sotto il calcagno dello schiavismo del maschio. Stiamo facendo la caricatura della femmina per cercare di andare insensatamente incontro ai supposti desideri della controparte. Tira qui, molla là, botulini, filler, acidi ialuronici, plastiche additive e delizie di questo tipo. Si vedono in giro donne con la faccia di Fantomas e il seno della Saraghina. Più oggetto di così si muore.
Sto fatto che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna mi sembra una gran cretinata. È la solita storia che puzza di mancia, di gratifica natalizia, di carità, di “bel gesto” nei confronti di noi donne, esseri inferiori. Io mi sono rotta leggermente le palle. E dietro una grande donna c’è sempre chi o che cosa? Solo se stessa, temo.
Forse è colpa nostra. Forse abbiamo esagerato, noi della musica leggera. Abbiamo imbottito le nostre canzoni di “ti amo”. Ne abbiamo abusato e il senso reale si è un po’ perso. Magari uno, pur amando disperatamente, non ha voglia di pronunciare quelle due parole stregate col timore di suonare un po’ finto, un po’ fumettistico. Comunque non sono le parole, ma i fatti che contano. Io ci ho messo una vita a imparare a non ascoltare con le orecchie, ma col cervello, col cuore.
Il pettegolezzo non ha mai niente di positivo. Da quello “giornalistico” a quello praticato nei “salotti”, da quello serpeggiante per via orale a quello fatto di ammiccamenti allusivi. È una distorsione del racconto di uomini e fatti, è la trasformazione della verità a uso della pruderie e della morbosità di una società in cui farsi i cazzi propri non è più un valore.
Essere buoni oggi, e anche ieri, significa non essere umani, evidentemente. Perché noi uomini stiamo mettendocela tutta per dimostrare di essere delle belve sanguinarie, prevaricatrici, senza rispetto, senza amore, senza comprensione, senza compassione. Non so se i “buoni” esistono e dove. Qui, forse, si possono trovare i troppo buoni. Diffiderei anche di loro.
Il buonismo è l’altra faccia dell’indifferenza. È un modo per non esporsi e soprattutto per evitare di andare al centro delle questioni.
Fa male che la tv rappresenti così abbondantemente la violenza. Come se fosse l’unica manifestazione dell’uomo interessante da mostrare. Specialmente in questo periodo è facile assistere a telegiornali che su undici o dodici servizi ne trasmettono almeno otto riguardanti morte. Senza voler fare lo struzzo, mi rifiuto di pensare che siano i più importanti.
La costruzione della notizia è un procedimento mortifero che mi fa inorridire. La corsa al sensazionalismo, la violenta banalità dei titoli, la logica pettegolistica da mercato rionale, la deliberata manipolazione della verità, il solleticamento delle facoltà più basse del pubblico sono tutti meccanismi esiziali che sembrano essere diventati la norma della comunicazione.
Rimettiamo in discussione il ruolo di “Sua Maestà la televisione”. Lei, l’imperatrice delle nostre case sempre più vuote di pensieri e parole e sempre più inzuppate di rumori. Lei, appollaiata sul trono delle nostre serate, lei divoratrice dei nostri attimi più privati, così ingorda di scandali, di pochezze e di immagini virtuali, con i suoi flash abbaglianti e le sue sequenze accelerate che inghiottono lo spazio e soffocano il tempo. Lei che non lascia via di scampo.
Sogno un mondo in cui l’omosessualità non sia equiparata a immoralità, indecenza, oscenità, corruzione, vergognosa offesa alla morale comune o addirittura a pedofilia. Questa è una orrenda china che non ci porterà niente di buono.
Ci si associa da sempre. Per andare a caccia, per attraversare i mari alla ricerca di nuove terre. E senza associarsi non si vede come i mastri scalpellini delle Alpi Apuane avrebbero potuto scavare il marmo da consegnare a Michelangelo o come le splendide individualità tecniche di un Rossi, Conti o Cabrini, avrebbero potuto esplodere nella corale vittoria di un Mondiale senza paragoni. Ci si associa perché l’uomo è “animale sociale”.

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