Sergio Bardotti, mio padre, colonna sonora dei nostri ricordi

Il mio eroe | Storia della musica

testo di Michela Bardotti per Giannella Channel

Sergio Bardotti, mio padre, colonna sonora dei nostri ricordi

Il mio eroe | Storia della musica

testo di Michela Bardotti per Giannella Channel

Tra i tanti premi che hanno arricchito la serata finale del Festival di Sanremo 2022 c’è stato anche quello per il Miglior Testo, intitolato al grande paroliere Sergio Bardotti (foto) e consegnato da Amadeus in qualità di presidente della Commissione Musicale. Il riconoscimento è stato introdotto nel 2013 per premiare il miglior testo in assoluto, senza distinzione tra Big e Giovani. Per molti dei nostri giovani internauti il nome di Bardotti dirà poco: e invece è stato un paroliere e un cantautore tra i maggiori protagonisti nel mondo della musica leggera negli anni Sessanta e oltre.
 
Io ho avuto la fortuna di incontrare la figlia, Michela Bardotti, a una festa di compleanno al 32mo piano di un grattacielo della lontana Hong Kong. Lei è una manager che, dopo aver lavorato per anni con il gruppo Coin, era all’epoca di stanza nella porta d’Oriente nel settore della moda, prima di rientrare in Italia (in Alba, Cuneo) come dirigente del Gruppo Miroglio Fashion. Formatasi in Lingue e letteratura cinesi all’Università Ca’ Foscari di Venezia, porta nel cuore, oltre che l’Italia e il Made in Italy, un uomo in particolare: suo padre, Sergio Bardotti. Che così, quella sera, me lo raccontò. (s.g.)
Mio padre è stato un grande uomo di cultura; di mestiere scriveva canzoni che ancora oggi la gente canta innamorandosi ed emozionandosi. Ma è stato anche il regista che sta dietro ogni minimo suono prodotto in uno studio di registrazione, il produttore e il creatore di successi discografici incredibili e indimenticabili, cantati, solo per citare alcuni interpreti, da Lucio Dalla, Gianni Morandi, Sergio Endrigo, Patty Pravo, Ornella Vanoni, i New Trolls, Vinicius de Moraes, Toquinho e Chico Buarque… Ha dedicato importanti anni della sua vita alla televisione scrivendo sigle, scoprendo talenti, insegnando a cantare a chi di talento non ne aveva proprio. Diventando poi il produttore artistico dei programmi di maggior successo della rete nazionale, ha saputo dare un tocco speciale a quello che milioni d’italiani vedevano e ascoltavano in Tv.
 
Ha lavorato con i più grandi musicisti della terra, frequentato intellettuali, poeti, artisti e capi di Stato. Aveva anche conosciuto Papa Wojtyla. Il quotidiano Repubblica lo ha definito “uno degli uomini più importanti nella storia della musica leggera italiana” e in America Latina una sua opera è sulle scene di non so più quanti teatri da quasi 30 anni! E io sono cresciuta con tutto questo.

In stretto contatto con i grandi poeti

La nostra casa non era fatta di mattoni, ma c’erano muri di libri e di dischi da cima a terra, sapientemente suddivisi e catalogati, perché in tutto quello che faceva papà c’era un senso e un ordine. E quando si trattava di libri e di musica, lui era maniaco fino all’inverosimile! Erano il suo tesoro, la sua ispirazione e la sua ricchezza! E d’altronde era un uomo di lettere tra i più colti che abbia mai conosciuto, un uomo che non ha mai smesso di studiare in tutta la sua vita. Aveva capito che le parole – messe sapientemente una dietro l’altra – potevano fare la fortuna o la miseria, potevano fare la differenza!
 
Per lui scrivere canzoni era un fatto serio, un qualcosa che sapevi fare oppure no! Laureato a pieni voti in Lettere all’Università di Pavia, era stato indicato dal suo professore alla casa discografica della RCA, che cercava giovani laureati per curare una collana di poesie recitate dagli stessi autori: Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini e Alfonso Gatto. E il prescelto – fresco di università – fu proprio mio padre… Scrivere canzoni non era dunque inanellare sciocchezze ma fare poesia, perché con i più grandi poeti lui aveva cominciato!
 
Tant’è che dizionari e vocabolari di ogni genere erano gli strumenti che lui maneggiava quando si trattava di scrivere… Il dizionario dei sinonimi, quello dei contrari, il rimario, quello francese, inglese, italiano, spagnolo, portoghese, tedesco, quello degli slang, dei dialetti e delle parolacce… Dio mio: eravamo circondati in casa da miliardi di parole, girate e rigirate in tutte le salse!

Sergio Bardotti (Pavia, 14 febbraio 1939 – Roma, 11 aprile 2007) è stato un paroliere e cantautore fra i maggiori autori di canzoni di musica leggera degli anni Sessanta. È stato vincitore nel 1983 del Premio Tenco. Sue sono, fra le altre, le canzoni Datemi un martello (cantata da Rita Pavone), Te lo leggo negli occhi (Dino), Canzone per te (Sergio Endrigo, vincitore del Festival di Sanremo 1968, secondo l’anno dopo con Se perdo te), Ti lascerò (altro primo posto a Sanremo con il duo Anna Oxa - Fausto Leali), Se perdo te (Patty Pravo), Occhi di ragazza (Gianni Morandi), Piazza Grande, La casa in riva al mare e Itaca (Lucio Dalla). Un libro-intervista da segnalare è quello di Ermanno Labianca, “Canzone per te” (Arcana, 2007). Nel 2010 è stato pubblicato il libro a più mani: Occhi di ragazzo. Sergio Bardotti: un artista che non ha mai smesso di sognare, curato da Nini Giacomelli (editore Rugginenti). La discografia completa è a questo link.

Eppure, nonostante tutti quei libri, ogni tanto, la parola giusta proprio non gli veniva! Allora apriva la porta dello studio, da dove lui usciva a passo nervoso seguito dalla nuvola di fumo delle sue sigarette, cominciando a braccare tutti in casa e chiedendo a destra e a manca: “Come diresti tu…”, “Se ti dico questo… a te cosa viene in mente?”. Lo chiedeva a tutti. Prima a mia madre, poi ai suoi colleghi e amici che si trovavano lì, poi a noi bambini e pure a Marina, la tata colombiana, e Armida la donna di servizio marchigiana, che di italiano ne masticavano ben poco. E, se non contento, anche a Nunzio, il contadino che ci portava la frutta e la verdura fresca. Con il piccolo ma importante particolare che a Marina, Armida e Nunzio lui dava sempre del “Lei”, per estrema, timorosa e rispettosa forma di cortesia.
 
Finché qualcuno – finalmente! – non diceva la parola “magica”, quella che lui aveva in testa, ma che non sapeva come materializzare sul foglio! Allora erano urla di pura gioia e di piacere: “Siiii, bravo! Lei è un geniooooo!!!” e la parola andava a incastrarsi perfettamente nella canzone che poi sarebbe entrata nelle hit parade! E al contadino, o alla donna di servizio, lui era riconoscente come fossero Leopardi o Manzoni, perché loro – la gente vera – gli avevano risolto un problema mica da ridere!
 
La sua era tecnica poetica che metteva a disposizione di note, ritmi e melodie; lui che aveva studiato i grandi della letteratura e della musica di tutto il mondo e di tutti i secoli. Lui semplicemente sapeva cosa stava facendo.

Sergio Endrigo nell'interpretazione di Canzone per te, brano che vinse il Festival di Sanremo 1968.

“Papà, perché fai tutti quei rumori”

Il nostro era un rapporto e un legame intenso, emotivo ed emozionale, e man mano che crescevo e imparavo a scuola le cose che papà già sapeva, s’instaurava tra di noi anche quella complicità intellettuale del piacere di condividere opinioni e punti di vista. Eppure, il valore della parola me l’ha insegnato solo lui, partendo da quello che gli piaceva fare per vivere: scrivere canzoni.
 
Ricordo che da bambina passavo ore con lui nel suo studio, seduta sotto il suo tavolo enorme bianco pieno di carta e di penne colorate, e stavo lì a osservare le gambe e i piedi di mio padre che andavano a ritmo di musica, mentre lui ascoltava e riascoltava un brano su cui avrebbe dovuto mettere le sue parole. Da sotto il tavolo, sentivo la sua voce dire delle cose senza senso, tipo “ta daaa ta ta ta ta ta daaaaa”… E un giorno, alzandomi da sotto quel tavolo con la mia bambola favorita in mano, gli ho chiesto: “Papà, perché fai tutti quei rumori?”. E lui, cingendomi affettuoso la vita con un braccio, mi ha fatto vedere un foglio di carta su cui aveva scritto cose assolutamente insensate, segni che assomigliavano più a un alfabeto morse (linea punto punto linea punto…) che ad altro! Di parole vere e proprie non c’era assolutamente traccia, dopo tutto quel tempo passato a scrivere!

Sto suddividendo la frase musicale, per capirne gli accenti e la lunghezza, così poi metto le parole che abbiano gli stessi accenti e la stessa lunghezza. Mica posso scrivere come mi pare! È la frase musicale che mi suggerisce la lunghezza delle parole.

Nel 1966 Sergio Bardotti diventa direttore artistico della sotto-etichetta ARC, specializzata nello scoprire e lanciare nuovi talenti: fra essi Lucio Dalla (foto), The Rokes, Mal & The Primitives, Dino (che incise come secondo disco la sua Te lo leggo negli occhi), Ricky Shayne e molti altri.

Fece poi partire la base su cui stava lavorando e cominciò a battere con la mano il tempo sulla mia pancia, per farmi capire cos’era una “frase musicale” e come lui la stava traducendo con tutte quelle linee e quei punti che rappresentavano semplicemente le sillabe e gli accenti che la parola avrebbe poi dovuto avere! Occhi di figlia totalmente persi negli occhi del padre: cominciò allora la lezione più importante che abbia mai avuto in italiano, quella sulla suddivisione delle parole in monosillabiche e polisillabiche, sugli accenti, sulle tronche, sulle piane e – soprattutto – sulle sdrucciole, che a una bambina di meno di otto anni lui ha semplicemente spiegato “come la tua ‘bàmbola’, facile!” Sì, facile!
 
Riusciva veramente ad arrivare a tutti con le sue parole, e a spiegare anche le cose più difficili ai bambini di ogni età! E a tanta maestria e tecnica dello scrivere, lui aggiungeva alle sue canzoni quel cuore e quell’anima di chi la vita la sa raccontare, di chi sa guardare la vita anche attraverso gli occhi degli altri.
 
Sentire uno stadio stracolmo come l’Olimpico, una domenica di campionato, cantare spontaneamente e all’unisono le sue canzoni, ecco, mi ha dato veramente l’idea della potenza profonda delle sue parole. Ti aspetti che il pubblico canti le canzoni a un concerto di un artista famoso, se queste fanno parte del repertorio della serata; ma che gli spettatori di uno stadio intero, riuniti per vedere una partita di calcio, si alzino all’improvviso per intonare “È l’amico è”, questo vuol dire che tutte quelle tronche che formano la canzone sono ben più di parole corte, brevi e accentate! Vuol dire che tutte quelle sue parole semplici, pulite e genuine che ha cercato nei dizionari e nella testa come un forsennato per raccontare l’amicizia hanno dato l’idea precisa, sono arrivate al cuore della gente tanto da far cantare assieme un intero stadio! Che era semplicemente quello che lui voleva!
 
Era amato e stimato da tutti, non solo per la sua “grandezza” ma anche per la delicatezza e l’attenzione che dimostrava in ogni occasione. Ermanno Labianca, nel suo libro-intervista a papà “Canzone per te” scrive di lui: “Sergio era una persona limpida e generosa, un uomo di grande valore, che sapeva maneggiare l’arte, e per questo i più grandi artisti si sono consegnati a lui…”
 
E d’altra parte, uno che riesce a scrivere:
 

L’acqua di una lacrima d’addio,

sarà l’ultimo regalo

che da voi riceverò

 
Non può che essere un grande poeta.
Mio padre.

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Michela Bardotti, manager nel settore della moda, è stata presidente dell’Associazione donne italiane a Hong Kong, operante nella porta d’Oriente dal 1996 con obiettivi di beneficenza. Tornata in Italia nell’ottobre 2020, dopo 25 anni ad Hong Kong, ora vive nella turrita e profumata Alba (nelle Langhe piemontesi) dove collabora con Miroglio Fashion spa, come Head of Buying e Sourcing delle collezioni donna del gruppo. Dice: “Hong Kong è stata casa mia per tanti anni, e sogno di tornare non appena sarà possibile viaggiare con più libertà”.

A PROPOSITO / La storia del premio Bardotti

Da nove anni a Sanremo

queste le parole premiate

Fabrizio Moro, vincitore del Premio Sergio Bardotti nel Festival di Sanremo 2022. Nel testo della sua canzone Sei tu Moro ha scritto: “Sei tu che hai visto i miei sbagli ma non l’hai giudicata / e sei tu quel confine fra il giorno e la notte, dove io mi nascondo con le mie mani rotte”.

Il premio a Sanremo “Sergio Bardotti” per il Miglior Testo ha esordito nel 2013. Il primo vincitore è stato il cantautore toscano Il Cile con la canzone “Le parole non servono più”. L’anno successivo, nel 2014, a trionfare fu un grande autore come Cristiano De André con il brano “Invisibili”. Nell’elenco dei vincitori spiccano anche artisti semi-sconosciuti. Questo è il caso di Kaligola che vinse nel 2015 con “Oltre il giardino”. Invece l’anno successivo Francesco Gabbani fece incetta di premi e fece suo anche questo con “Amen”.
 
Tra i vincitori ci sono grandi interpreti della musica italiana, come Fiorella Mannoia che nel 2017 ha vinto con “Che sia benedetta”. L’anno dopo il riconoscimento è stato assegnato a Mirkoeilcane per la canzone “Stiamo tutti bene”.
 
Tra i vincitori del Bardotti anche Daniele Silvestri che nel 2019 si distinse col brano “Argentovivo”, con una strofa del rapper Rancore, che vinse l’anno successivo tale premio con “Eden”. L’anno scorso a vincere è stata Madame col brano “Voce”.

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Premio Sergio Bardotti per il Miglior testo: i brani premiati. Per scorrere la lista, usare il comando in alto a destra.

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