Caro Enzo Biagi,
come vorremmo averti qui…

Undici anni fa l’Italia perdeva uno dei giornalisti più popolari
del Novecento. E io un maestro e amico, che mi piace ricordare
in giorni che vedono la sua nativa e amata Emilia Romagna
promossa dall’Unione europea per l’ambiente

Anniversari

introduzione di Salvatore Giannella

 

Undici anni fa, in un triste 6 novembre 2007, cessava di battere il cuore generoso e la mente creativa di Enzo Biagi, uno dei giornalisti più popolari del Novecento. Accompagnai quel maestro e amico nel suo ultimo viaggio a Pianaccio, nella nativa e amata Emilia Romagna. Ripenso a quella giornata mentre sul porto canale leonardesco di Cesenatico leggo un recente rapporto stilato dall’Unione europea: dalle acque reflue (è l’unica regione italiana esclusa dalla procedura di infrazione sulla depurazione delle acque reflue urbane in tutti i centri abitati con oltre 2 mila abitanti) ai rifiuti, alle bonifiche dei siti industriali, l’Europa promuove l’Emilia Romagna per l’ambiente (sulle 17 infrazioni Ue in campo ambientale contro l’Italia, resta la qualità dell’aria da migliorare, problema che va oltre i confini regionali). Così mi affiora un ricordo affidatomi da quel maestro del giornalismo e confluito nel libro Consigli per un paese normale (Rizzoli, 2010), uscito postumo a mia cura con la serie di interviste, aggiornate, per il settimanale Oggi dopo che Berlusconi lo censurò e gli tolse lo spazio televisivo.

In alcune di quelle pagine l’emiliano Biagi prende lo spunto da un’indagine da cui risulta che la maggioranza degli italiani vorrebbe vivere in Emilia Romagna. Sono parole che meritano di essere riprese in questi giorni confusi per la politica e per l’editoria. Caro Enzo, come vorremmo averti qui, in questi giorni difficili… (S.G.)

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Le principali intervista fatte da Salvatore Giannella con Enzo Biagi: Consigli per un Paese normale, Rizzoli, 2010.

Mi fa molto piacere: da una indagine su scala nazionale fatta dai ricercatori dell’Unicab e dell’associazione Nuovo Welfare, risulta che la maggioranza degli italiani vorrebbe vivere in Emilia Romagna (per i più curiosi, seguono Lombardia e Toscana a pari merito, agli ultimi posti Sicilia, Abruzzo, Sardegna e Campania) e quelli che già ci sono in Emilia Romagna si dichiarano soddisfatti.

Ho un amico colto, che è nato a Modena e ha sposato una bolognese. Ha scoperto nelle enciclopedie che un terzo degli italiani illustri sono nati in Emilia Romagna. Dice, ma forse un po’ esagera, che noi siamo «il vero cervello di questo Paese». E fa anche dei nomi: da Torricelli a Galvani, a Marconi, a Verdi, a Pizzetti e a Toscanini, e poi a Guinizelli, Ariosto e Pico della Mirandola, per arrivare ad Antonioni e a Fellini, a Eco e ai Morandi (Giorgio, il pittore, e Gianni il cantante), a monsignor Tonini.

Senza di noi emiliano-romagnoli, insomma, non si sarebbe combinato nulla di buono.

Forse al fondo di questa ricerca c’è un’ombra di campanilismo (a me, però, non dispiace) ma tenuto presente che, con circa 4 milioni di abitanti e con 22 mila chilometri di territorio, rappresentiamo appena una quattordicesima parte della Repubblica, anche voi, cittadini di altri luoghi, dovete riconoscere che siamo intraprendenti, curiosi e ospitali (è del XIII secolo la Colonna delle Anella di Bertinoro, simbolo dell’accoglienza del passato, quando i signori del posto facevano a gara per ospitare i forestieri di passaggio). O almeno ci facciamo notare.

I romagnoli e gli emiliani amano la politica, i comizi, i motori e il melodramma: preciso, gli oratori e i cantanti. Se potessero, penso, diventerebbero matti anche per i toreri. Si scalmanano per l’eloquenza di un avvocato e per il fiato di un baritono. Solo i milanesi sono convinti che, da Piacenza in giù, sia tutta Romagna. Non è esatto. Le sfumature e le differenze sono già nelle cose, nelle idee o nelle parole: con 10 caselli di autostrada si passa dal grana al parmigiano, al reggiano, che non sono lo stesso formaggio; dagli anolini ai tortellini, agli «orecchioni», che presuppongono tre diverse ricette. Mutano il dialetto e l’architettura e se vi spingete fino al mare, per arrivare ai mosaici di Ravenna, dovete attraversare il romanico di Modena, il gotico di Bologna e fare una sosta per ammirare ciò che il Rinascimento ha lasciato a Ferrara. È certo una terra di epicurei. È lo stesso paesaggio che lo esige: branchi di maialetti o di faraone al pascolo, buoi imponenti, alberi carichi di frutti (andate a vedere la piana di Vignola, a primavera quando fioriscono i ciliegi: un’immensa, vaporosa nuvola bianca) e nel Po si cattura lo storione e le anguille e i cefali della palude. Poi tanti vini, dal Lambrusco all’Albana, al Sangiovese. Ascoltate quello che racconta, nel suo Diario, il tedesco Johann G. Seume, che nel 1802 si fece servire la cena in un albergo di Ferrara:

Sono stato ottimamente trattato con minestra, lesso, salsiccia, fritto, cappone, frutta, uva e cacio profumato.

Il cibo entra in tutto e condiziona la vita. Una vecchia ballata narra la lite di due innamorati:

La mia morosa la mi ha detto gnocco, e io ci ho detto: brutta crescentona.

Il tortellino sarebbe stato modellato, nientemeno, sull’ombelico di Venere.

Guardate la pittura; c’è qualcosa di barocco ma di concreto: davanti all’affamato villano sta sempre pronta una ciotola di zuppa e anche le metafisiche bottiglie di Morandi lasciano immaginare ragnatele e profumi della cantina. Il mio discorso sarà piuttosto una confessione: per mestiere ho dovuto viaggiare molto ed emigrare; come il vecchio gangster del film Giungla d’asfalto, anch’io ho rispettato il motto: «Dov’è il lavoro, ivi è la mia patria». Ma sempre, nelle solitarie serate di Copenhagen o di Taipei, sulla Moscova o sul Nilo, il mio pensiero e la mia nostalgia si riempivano di portici e filari di olmi, di nebbia e di ragazze in bicicletta, di vampate di calura e di processioni, di campi di grano e di cattedrali di arenaria corrosa. Ora che la stagione dei vent’anni si allontana sempre di più, penso al ritorno: deve essere meno faticoso andarsene ascoltando per l’ultima volta i rumori e le voci che hanno accompagnato l’adolescenza.

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “Guida ai paesi dipinti di Lombardia”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo”), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

Author: Salvatore Giannella

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