Nicola Simonetti con un libro
ci aiuta a “capire,
come difendersi” dal coronavirus

Il decano dei divulgatori scientifici, faro orientativo
per le famiglie pugliesi, affronta il tema del giorno

I LIBRI CHE CI FANNO COMPAGNIA

testo di Gianni Cavalli* / Il Giornale di Puglia**



 

“E Nicola Simonetti che cosa ne dice?”. La domanda correva sulla bocca di noi cronisti della Gazzetta del Mezzogiorno in occasione delle novità o emergenze di medicina. Perché Nicola, con la sua pagina-bussola Benessere e salute, era la saggia enciclopedia pratica per tante famiglie pugliesi. Un servizio alla comunità onorato il 14 gennaio scorso nella sala Consiliare del Comune di Bari con un riconoscimento per i suoi alti meriti scientifici e per la sua puntuale, precisa divulgazione in cui la prevenzione è stata sempre considerata la prima medicina (link). Che cosa dice Nicola dell’epidemia di coronavirus? Le sue parole di medico e divulgatore sono affidate a un instant-book qui presentato dall’editore e scrittore Gianni Cavalli. (S.G.)

Nicola Simonetti

Il medico e divulgatore Nicola Simonetti premiato il 14 gennaio scorso (giorno del suo 92mo compleanno) dal sindaco di Bari Antonio Decaro. Simonetti nel 1973, periodo in cui Bari fu colpita dal colera, fu tra i primi a studiare e curare la malattia.

Solo uno scienziato di nome Nicola e di cognome Simonetti poteva avere la sensibilità di far mettere in copertina a un suo recentissimo libro, edito da Adda, una composizione del pittore austriaco Egon Schiele. Per puro caso so alcune cose di questo autentico talento spentosi prematuramente nel 1918, a solo 38 anni, stroncato da un’epidemia di ‘spagnola’. Geniale rappresentante dell’espressionismo austriaco, Schiele, nel 1911 fu accusato di corruzione di minorenne e pornografia per aver dipinto ‘casti nudi’. Il ritratto che Nicola ha scelto per il suo libro «Non è la pestecoronavirus & co. – cosa capire, come difendersi» è il noto gruppo “La famiglia”, opera che diede fama e successo economico al nostro pittore, ma non portò fortuna alla sua famiglia. Con il benessere arriva il matrimonio nel 1915 e l’anno dopo viene richiamato alle armi e, per sua apparente fortuna, destinato a un lavoro ‘raccomandato’ presso il museo di storia militare. La terribile ‘spagnola’, due danni dopo, pone fine alla sua esistenza e a quella della moglie.

I motivi che hanno spinto Simonetti a ricorrere a tale illustrazione meriterebbero una vigile, attenta valutazione, ma mi limito a riferirvi una frase di Laurence Sterne: «Se la fortuna facilmente ci può rendere peggiori, la sfortuna quasi sempre ci rende migliori» (Amico lettore devi considerarla un buon auspicio!).

Il volume si apre con la parola virus (dal latino veleno) e con una serie di notizie che un non medico assimila ma non digerisce, per cui vi dico che siamo in presenza di ‘parassiti’ che possiedono un solo tipo di acido nucleico, DNA o RNA, e sono incapaci di crescere e mi fermo qui.
Simonetti ritiene il maggiore olocausto medico della storia la pandemia del 1918 dovuta al virus influenzale A del ceppo H1N1 che provocò oltre 50 milioni di morti. Il fatto che fosse in atto la Grande Guerra, con tutte le conseguenze che comporta per la popolazione tale calamità, non basta a
giustificare tale massacro.

Una delle cause fu la sottovalutazione dell’influenza, che fu detta ‘spagnola’ perché la Spagna, che non era in guerra, riportava fedelmente le notizie (anche che era stato colpito il re Alfonso XIII) e al mondo pareva che, il focolaio della malattia, fosse solo in quella nazione.
Nicola, la cui preparazione classica campeggia in ogni circostanza, ci sbalordisce con nozioni scientifiche precise, puntuali e, quasi sempre, rassicuranti su “Asiatica“, “Influenza di Hong Kong“, “Influenza suina“, “Peste suina africana” (l’ultimo periodo di questa semplice ‘paginetta’ chiara e significativa lo riporto integralmente con l’impegno di ritornarci appena avremo sistemato questo male ‘incoronato’: «Questo virus è un brutto ceffo. Non esistono né cure né vaccini. Resiste a lungo nell’ambiente ed eradicarlo richiederà tempo. L’epidemia, intanto, ha colpito soprattutto l’Asia, ma i focolai sono presenti anche in Europa. Il caso Xylella insegni»), “1947, la pseudo pandemia (H1N1)”, “Infezione da virus Zika”, “Virus Ebola”, “SARS”, “Cos’è un coronavirus?”.

Sperando che l’Amico Giacomo Adda non mi chieda un contributo economico per aver saccheggiato il libro da lui edito, vi riporto alcuni stralci dello scritto di Simonetti:

I coronavirus (CoV) sono una famiglia di virus respiratori che possono causare un’ampia gamma di malattie, da lievi come il comune raffreddore, a più pericolose come le sindromi respiratorie. Il nome “coronavirus” deriva dal termine latino corona, il quale è di derivazione greca con significato di “ghirlanda” (Nicola mi oscura anche per il riferimento all’etimologia delle parole, un tempo di mia spettanza nel gruppo!), “corona” o “aureola”, ed è stato coniato da ricercatori che, al microscopio elettronico, osservano l’aspetto caratteristico dei virioni (un virione è una singola particella virale, segna la forma infettiva del virus; i virioni “atterrano” sulle cellule che vogliono “conquistare”), i quali presentano, sulla propria superficie, un falpalà bulboso che crea un’immagine assimilabile alla figura di una corona reale o corona solare.

 

I coronavirus sono stati scoperti negli anni Sessanta nelle cavità nasali dei pazienti con raffreddore comune o con infezioni più gravi del tratto respiratorio. Il 31 dicembre 2019 è stato segnalato un nuovo ceppo di questo virus a Wuhan, in Cina. Li Wenliang, un oculista di 34 anni impiegato presso uno degli ospedali di Wuhan, aveva constatato nel dicembre 2019, alcune anomalie in pazienti affetti da polmoniti gravi da causa ignota che egli ipotizzò dovute a un nuovo coronavirus. Egli espresse il proprio dubbio in una chat di gruppo, ma la polizia locale lo accusò e lo allontanò dall’ospedale, per aver diffuso notizie false e allarmistiche… La sua morte fu ufficialmente annunciata, smentita e riannunciata, il 6 febbraio. Questo ha consentito di risalire alla sua origine che ne ha escluso il “parto” in un centro di ricerca…. Uno studio presentato al presidente degli Stati Uniti, nell’ottobre 2019, dalla Johns Hopkins University, su una simulazione di pandemia da virus (stranamente simile a quello attuale), giungeva a contare 150 milioni di morti a livello globale. Per l’autorevole professor Pier Luigi Lopalco (Università Pisa) «il numero dei contagi potrebbe essere di 150mila, ma la letalità è molto bassa».

Ora non certo per creare allarmismi, ma solo per rispettare quel ‘prevenire è meglio che curare’, voglio segnalarvi uno studio pubblicato a gennaio scorso dal medico-filosofo di Benevento professor Raffaele Sinno che, con garbo e in punta di piedi, denunciava un pericolo che, alla luce degli ultimi avvenimenti, potrebbe far riflettere il mondo – quello ragionevole che, intende lasciare alle future generazioni, il dono di pace che ha ricevuto negli ultimi 14 lustri – sui pericoli del ‘bioterrorismo’. Il libro ha per titolo «Bioetica e bioterrorismo: aspetti scientifici, etici e giuridici» (Levante editori) e si apre con una dedica che allontana qualsiasi ombra di speculazione su un problema ‘serissimo’: «Dedicato a coloro che mi hanno allevato e custodito nella vita. Una traccia dal passato al futuro, la certezza dell’Amore e della dignità umana».

Vi riporto solo alcuni passi estrapolati dalla presentazione di Francesco Bellino, ordinario di Filosofia Morale dell’Università di Bari, che devono farci riflettere:

Il potere dell’uomo rischia di superare il potere dell’uomo di dominarlo. Si pensi al bioterrorismo ovvero all’uso intenzionale di agenti biologici (virus, batteri o tossine) in azioni contro l’incolumità pubblica quali attentati, sabotaggi, stragi o minacce volte a creare panico, o isteria collettiva. Il bioterrorismo è una minaccia continua che incombe su tutta l’umanità. “L’uomo comune con il potere fuori dal comune è il pericolo primo per l’umanità, e non il malvagio o il sadico”, ha ammonito Erich Fromm nella sua opera The Heart of Man. Il libro di Sinno è una chiara e documentata analisi degli aspetti scientifici, etici, giuridici, economici del bioterrorismo.

 

L’analisi dell’autore non è unilaterale ma duale, non prende in esame solo gli aspetti distruttivi, bellici, il bioattacco, ma anche gli aspetti benefici della biodifesa.

 

Di fronte al bioterrorismo qual è l’atteggiamento etico più responsabile? L’autore escluda che si risponda con l’uso della forza, attraverso complesse strategie di attacco, discutibili sulla loro efficacia. La risposta più valida è quella non solo di proteggere la vita di tutti i soggetti, anche quelli più a rischio e vulnerabili, ma anche quella di una formazione permanente dei cittadini…

Sia il libro di Simonetti, sia quello di Sinno (entrambi i cognomi iniziano con SI che oltre (SI)ntonia significa (SI)ncerità con cui mettono a disposizione il loro sapere e la loro esperienza, consci che si tratti di un contributo sulla linea di Elias Freeman: «Sii un angelo per qualcun altro ogni volta che è possibile: sarà un modo per ringraziare Dio per l’aiuto che il tuo angelo ti ha dato») sono un dono di qualcuno che vuole bene ai suoi fratelli; che non cede all’ozio; che vive per fare in modo che anche altri possano vivere ‘bene’; che ritiene che ci vogliono piccoli sacrifici per aspirare all’Amore; che non incolpa nessuno per presunte inadempienze, anzi riconosce sue eventuali mancanze; che prova compassione per coloro che stanno soffrendo e non ‘repulsione’; che accetta consigli evitando di far presente di ‘saper sbagliare da solo’; che sa bene che stare a posto con la coscienza, non ci dispensa da ascoltare l’invocazione di chi soffre; che far parte del ‘Gruppo’ di San Nicola non esclude che ci siano oneri e doveri come tutti gli altri; che stima che il destino si possa, in parte, gestire se non controllare; che ricorda che la prudenza è una forza più forte della temerarietà; che la pazienza è segno di forza, l’impazienza di debolezza; che il fatto che molti pecchino, non significa che non sia vizio da estirpare; che il bene comune deve ispirare sempre ogni nostra azione; che non si può perdonare il politico che ‘svende’ il suo mandato; che il piacere, anche quello reale, non deve mai nascere dal dolore altrui.

A pagina 20 del libro di Nicola, che invito tutti a leggere e a tenere in casa, al termine del capitolo dedicato a «La spagnola» (che non è quella che cantava la spensierata Gigliola Cinquetti di anni fa “la spagnola sa amar così, / bocca a bocca la notte e il dì”) vi è un periodo che ci fa riflettere, ma anche sorridere

Non fu presa, allora, alcuna precauzione per delimitare il focolaio. Il monito dell’epidemiologo J. K. Jockey è più che mai attuale: “meditate, human people, meditate” (ripreso, nel 1980, per una pubblicità da Renzo Arbore)».

bussola-punto-fine-articolo

CORONAVIDEO

Il video realizzato da Videoanimate,

società specializzata in video animazioni,

per spiegare concetti complessi

* Gianni Cavalli (Bari, 1949) editore e giornalista da sempre nel mondo della carta stampata come esecutore, fruitore, consumatore, comunicatore e fondatore-direttore di testate culturali e professionali; aperto alle trasformazioni e innovazioni, senza rinunciare a memoria e tradizione, considera un privilegio continuare a nutrirsi con pane e… carta. Il suo impegno con la casa editrice di famiglia, Levante di Bari, non gli ha impedito continue divagazioni a beneficio di amici e di operatori culturali per i quali ha cercato sempre le migliori collocazioni. ** Il Giornale di Puglia è un quotidiano on line (giornaledipuglia.com) registrato presso il Tribunale di Bari: direttore Vito Ferri.

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1 Comment

  1. Il decalogo di un poeta contro la paura
    e la magistrale lettera di un preside
    agli studenti del liceo “Volta” di Milano

    Ho apprezzato il sia pur piccolo contributo informativo di Giannella Channel su quel che c’è da sapere sul coronavirus e, convinto che “il panico è altamente contagioso, specialmente in situazioni dove nulla è noto e tutto è in divenire” (Stephen King), voglio contribuire come lettore mandandovi alcune parole che da poche ore mi fanno compagnia.

    Le prime compongono un decalogo contro la paura (così lo titola il quotidiano Il Fatto) e contro tutti quelli che, in questa emergenza, mostrano di essere a loro agio avendo il coltello dalla parte del panico. Sono di un poeta e guerriero del paesaggio, Franco Arminio, che più volte avete ospitato sul blog.

    1. Le passioni, quelle intime e quelle civili, aumentano le difese immunitarie. Essere entusiasti per qualcuno o per qualcosa ci difende da molte malattie.
    2. Leggere un libro piuttosto che andare in un centro commerciale.
    3. Fare l’amore piuttosto che andare in pizzeria.
    4. Camminare in campagna o in paesi quasi vuoti.
    5. Capire che noi siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi. Stare un poco di tempo lontano dai luoghi affollati può essere un’occasione per ritrovare un rapporto con la natura, a partire da quella che è in noi.
    6. Viaggiare nei dintorni. Il turismo è una peste molto più grande del coronavirus. È assurdo inquinare il pianeta con i voli aerei solo per il fatto che non sappiamo più stare fermi.
    7. Sapere che la vita commerciale non è l’unica vita è possibile, esiste anche la vita lirica.
    8. La vita è pericolosa, sarà sempre pericolosa, ognuno di noi può morire per un motivo qualsiasi nei prossimi dieci minuti.
    9. Lavarsi le mani molto spesso, informarmi ma senza esagerare. Sapere che abbiamo anche una brama di paura e subito si trova qualcuno che ce la vende. La nostra vocazione al consumo ora ci rende consumatori di paura. C’è il rischio che il panico diventi una forma di intrattenimento.
    10. Stare zitti ogni tanto, guardare più che parlare. Sapere che la cura prima che dalla medicina viene dalla forma che diamo alla nostra vita. Per sfuggire alla dittatura dell’epoca e ai suoi mali bisogna essere attenti, rapidi e leggeri, esatti e plurali.

    Le seconde parole sono quelle indirizzate dal preside del liceo milanese “Volta”, Domenico Squillace, ai suoi studenti. Una lettera magistrale. Eccola.
     

    “La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto, ed è noto parimenti che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…”

     

    Le parole appena citate sono quelle che aprono il capitolo 31 dei Promessi sposi, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1830. Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci più incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…In quelle pagine vi imbatterete tra l’atro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma, più che dal romanzo del Manzoni, quelle parole sembrano sbucate fuori dalle pagine di un giornale di oggi.

     

    Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi e i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali.

     

    Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che però voglio dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare (con le dovute precauzioni) a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo (se state bene) di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro.

     

    La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor di più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento della vita civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque. Il pericolo è quello di guardare a ogni nostro simile come a una minaccia, come a un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco, credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo, la peste avrà vinto davvero.

     

    Vi aspetto presto a scuola”.

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