Tra riso e arte,
il verde brillante
della prateria della Lomellina

Arti & culture

diario di viaggio di Vanni Cuoghi* per Giannella Channel

Quando ascoltavo la canzone Buffalo Bill di Francesco De Gregori, non essendo mai stato nel West, associavo il verso, “Il verde brillante della prateria dimostrava in maniera lampante l’esistenza di Dio”, ad alcuni dipinti e a un luogo.

I dipinti sono quelli di Valentina D’Amaro. Artista italiana (Massa, 1966), è tra le personalità più interessanti di questi ultimi anni. Attraverso i suoi paesaggi conduce chi guarda a una riflessione meditativa che sfiora la contemplazione. Il “suo” verde rimanda a una panoramica ideale, in cui l’abbaglio è paragonabile a una illuminazione. Un dipinto di Valentina è un maggio che dura tutta la vita; una primavera inoltrata e perenne.
Mi accade lo stesso quando lo sguardo si perde tra le linee orizzontali dei campi e dei canali della Lomellina.
Terra di passaggio e di confine tra Piemonte e Lombardia, è raggiungibile dalla A7 uscendo a Groppello Cairoli, per chi arriva da Milano – a Casei Gerola, per chi arriva da Genova e, per chi arrivasse dal Piemonte percorrendo la A26, l’uscita consigliata è quella di Casale Monferrato.

La Lomellina prende il nome dal paese di Lomello, centro romano e, successivamente, longobardo di primaria importanza; fu teatro nel 590 del matrimonio tra Teodolinda e Aginulfo e, divenne in seguito, il granaio del ducato di Milano sotto i Visconti e gli Sforza.

I centri più importanti oggi sono Vigevano e Mortara, ma vorrei soffermarmi su luoghi meno noti che celano castelli, chiese e ambienti naturali inaspettati.

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Paesaggio della Lomellina al tramonto. (Foto di Vanni Cuoghi)

Lomello merita sicuramente una visita. La Basilica di Santa Maria Maggiore, il Battistero di San Giovanni ad Fontes, il Castello e la chiesa di San Michele vi stupiranno. Un occhio attento e sognatore non mancherà di cogliere che il nucleo più antico sorge su un dosso, in posizione leggermente rialzata rispetto a tutto l’abitato. Non è difficile immaginare dove sorgesse l’abitato longobardo, basta seguire qualche muro di cinta costruito sull’antico perimetro. Antiche cascine, fienili, orti e giardini celano la vecchia cinta muraria di Laumellum.

Santa Maria Maggiore fu costruita tra il 1025 e il 1040 sui resti di una costruzione longobarda, è a croce latina e a tre navate. Il soffitto in legno è a cassettoni e, dietro l’altare, si cela una scala che vi condurrà alla cripta. A fianco, facente parte dello stesso complesso, il Battistero, che pare risalga addirittura al V secolo.

Il restauro, purtroppo, ha privato l’edificio di quel fascino romantico che ci si aspetterebbe di trovare, anche se, tutto il complesso è straordinario. All’interno una vasca battesimale a forma esagonale con muretti perimetrali, che recano ancore tracce dell’antica decorazione.

Vicino a Lomello, verso est, suggerisco una sosta al Castello di Sartirana, sede di un’importante fondazione che organizza mostre e in cui si celebra il connubio tra arte e artigianato.

Il castello fu al centro di vicende terribili e sanguinarie, ma a me piace ricordarlo per due eventi particolari: il primo fu il progetto di ammodernamento della struttura nel 1462 da parte di Bartolomeo Fioravanti, insigne architetto emiliano, detto Aristotele da Bologna, che venne chiamato in Russia dallo zar Ivan II per concorrere alla realizzazione del sistema difensivo del Cremlino; il secondo evento vede, tra i proprietari del maniero, lo scultore italiano Fausto Melotti.

Sartirana è inoltre sede di un vivace mercato dell’antiquariato che si tiene dal secondo sabato alla terza domenica del mese di settembre.

La Lomellina, dicevo, riserva davvero molte sorprese. Se dovessi soffermarmi sulle storie di ogni singolo paese non finiremmo più: Valeggio, Cozzo, Scaldasole, Zerbolò, Ottobiano (proprio al centro della Lomellina, sul torrente Arbogna, affluente dell’Agogna, dove si è ritirato per vivere in serenba creatività la vecchiaia il grande fotoreporter Evaristo Fusar: vedi riquadro in basso) l’elenco è lungo, ogni paese ha almeno una torre o un castello o una piccola chiesa dalla storia millenaria. Proprio oggi, mentre trasmetto questi appunti, il Corriere della Sera pubblica “Che delitto non andare in Lomellina, a Ferrera Erbognone, per una rassegna di notissimi scrittori, musica e tentazioni culinarie” (fino al 21 settembre, incontri a ingresso libero, programma completo su lomellinaingiallo.it).

Concludo suggerendo di fare tappa a Breme, un piccolo borgo vicino a Sartirana.
Seguo le indicazioni stradali turistiche per andare a vedere una cripta del X secolo e mi trovo nel cortile del convento dell’abbazia di San Pietro (sec XVI).

E’ sera e temo ormai di trovare chiuso; invece no. Tutto è lasciato aperto, con la preghiera, scritta a mano su dei fogli, di spegnere le luci e chiudere le porte una volta finita la visita. Che meraviglia e che stupore trovare ancora tanta fiducia nell’umanità!

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La cucina medioevale del Convento di S. Pietro a Breme. (Foto di Vanni Cuoghi)

La cripta è bellissima, ma la chicca è la cucina dei frati, anch’essa del sec XVI. Un grande camino è al centro della parete principale, munito di scaldavivande e due fornelli laterali, un forno per il pane e una cucina “economica” in muratura per la preparazione degli intingoli, un lavello di pietra e un pozzo. C’è veramente tutto!
Qui l’immaginazione fa le capriole e sollecita le papille gustative, ma il colpo di grazia me lo dà la scoperta che Breme è la patria della cipolla rossa. Vi invito a leggere il menù della sagra tenutasi quest’anno.

Sì, ormai è l’ora di cena e adesso ho VERAMENTE fame. Seguo i consigli di Luigi e Katia Franchini e vado a mangiare da Romè a Mezzana Bigli.

Conviene prenotare sempre e occorre essere puntuali.
Per chi ama lumache e rane questo è il paradiso, ma la parte del leone la fanno i salumi e il risotto. Il menù è fisso, quindi chiedete prima che cosa c’è, anche perché le porzioni sono abbondanti e rischiate di non arrivare in fondo. Da Romè si assapora la vera cucina della Lomellina, un territorio straordinario in cui le tradizioni culinarie piemontesi e lombarde si danno la mano.

Mentre aspetto l’antipasto di salumi e la giardiniera, guardo fuori dalla finestra. Il verde, al calar del sole, ha raggiunto un’intensità e una nitidezza irreale e, chissà perché, davanti a tanta bellezza provo a immaginare l’inverno, il freddo e la densità delle nebbie.
“Non deve essere facile”, mi dico. Un signore, seduto di fronte a me, mi guarda, mi sorride e, vedendo che non sono del posto, mi chiede da dove vengo. Io rispondo: “Da Milano”. E lui: “Non deve essere facile”.

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Vanni Cuoghi nasce a Genova nel 1966, si diploma in scenografia all’Accademia di Brera nel 1989. Realizza grandi cicli pittorici per hotel, chiese, edifici fino al 2012, quando Costa Crociere gli commissiona otto grandi dipinti per la nave Costa Fascinosa. Ha partecipato a mostre e fiere in Italia e all’estero, tra queste: “Arte italiana 1968-2007 pittura” a Palazzo Reale, la “54a Biennale di Venezia” alle Corderie dell’Arsenale, la “Biennale di S. Pietroburgo”, la “Biennale di Praga” e la “Biennale Italia-Cina” alla Villa Reale di Monza. Espone a Frieze Art Fair a Londra, Scope Art Fair a New York, a Pechino nel 2008 in occasione dei Giochi Olimpici, a Shangai presso il Liu Haisu Museum e a Permm, in Russia, presso il Museo d’Arte Contemporanea. Nel 2012 partecipa alla collettiva “Homo Faber” presso la Sala della Balla al Castello Sforzesco di Milano. La sua pittura rappresenta personaggi che paiono usciti da un libro di illustrazioni per l’infanzia, a cui, però, sembrano aver levato il lieto fine.

A PROPOSITO

FUSAR IMPERATORE EVARISTO, IL DECANO DEI GRANDI CLIC CHE PREPARA LA SUPERMOSTRA

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Evaristo Fusar

Oltre che come piccola capitale del riso, Ottobiano deve la sua notorietà anche perché è stato scelto come nido ospitale da Evaristo Fusar, il decano dei fotoreporter italiani che ha appena compiuto 80 anni: una vita intera passata dietro l’obiettivo, a immortalare re, papi e dive del cinema, ma anche a documentare la sofferenza della gente comune dopo immani tragedie.

Come quando, nell’ottobre 1963, come fotografo del Corriere della Sera (in via Solferino ha lavorato per 19 anni, prima di approdare nelle redazioni dell’Europeo e della Domenica del Corriere) raccontò il dolore della perdita e la speranza di rinascita di Longarone dopo la grande ondata sollevatasi dalla diga del Vajont.

“Al mio arrivo in valle, una cosa più delle altre mi colpì: le dimensioni. La piccolezza di ogni singola persona rispetto all’enormità dell’alveo. Era stato spianato tutto, da un fiume di fango e detriti dalle dimensioni immaginabili e comprensibili solo per chi ha visto dal vivo”. Diceva di lui Enzo Biagi: «Ha narrato la cronaca pettegola e drammatica, solenne e miserabile di questo tempo».

Ora prepara, assieme al figlio Alberto, la più grande mostra antologica di fotogiornalismo, “otto mostre su otto argomenti diversi da 50-60 immagini l’una, roba che mi farà finire sulle pagine del Guinness dei primati”, si dice sicuro. una raccolta di quasi 500 scatti (con alcuni inediti). Che finiranno, dopo aver girovagato tra gallerie di tutt’Italia, in un libro e su un sito web. Qui di seguito la gallery di alcune di queste immagini da lui gentilmente concesse a Giannella Channel.

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Montelepre (Palermo): mamma Maria davanti alla tomba di suo figlio, il bandito Salvatore Giuliano.

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Evaristo Fusar, in Africa sulle tracce dell’esploratore Livingstone, posa davanti alle cascate dello Zambesi.

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Siviglia (Spagna): un ragazzo, aspirante torero, si esibisce in strada.

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Berlino Est: Evaristo viene ammesso in una scuola di ballo classico.

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Charleroi (Belgio): al bar “Arena” minatori al ballo nella città confinante con la più tristemente nota Marcinelle.

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Parigi: Jean Gabin nei panni del commissario Maigret durante le riprese del film “L’affaire Saint-Fiacre”.

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Venezia: il pittore Salvador Dalì “incoronato” con una gigantesca michetta di pane da lui stesso creata.

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Venezia: sulla spiaggia del Lido ripresi i protagonisti del film “Il generale Della Rovere”, presentato al Festival del cinema: da sinistra, il produttore Moris Eregas, Vittorio De Sica e il regista Roberto Rossellini. Alla sceneggiatura collaborò Indro Montanelli.

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La storia di copertina del settimanale “L’Europeo” dedicata alla condizione femminile in Italia nel 1965.

Author: admin

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