Nel mondo antico di Pianaccio
per riscoprire
un maestro attuale: Enzo Biagi

Per il centenario della nascita del grande giornalista,
il borgo dell’Appennino bolognese (foto) si è vestito a festa:
una mostra fotografica, un museo e tanto altro… E a me,
vedendo Enzo bambino e giovane con i genitori,
affiorano le sue parole che disegnavano un’Italia normale

LA MANUTENZIONE DELLA MEMORIA | I CENTO TURISMI

testo di Salvatore Giannella

Leggo con piacere sul Corriere della Sera: “Una volta Enzo Biagi raccontò a Salvatore Giannella: «Ammetto di aver un debole per la gente normale, quella che festeggia gli anniversari, crede ai proverbi, ha una busta paga modesta, pratica l’antica arte del risparmio…»”. Per la seconda volta in due mesi il quotidiano di via Solferino mi gratifica, a firma di Giangiacomo Schiavi, di una citazione nei testi di due dei suoi migliori giornalisti (in precedenza, il 22 giugno, era stato l’inviato, ed ex direttore di Sette, Pier Luigi Vercesi a citarmi in un servizio da Siena: “Quando un giornalista, Salvatore Giannella, chiese ad Alex Zanardi: «Chi è, Alex, l’eroe a cui ti ispiri?», lui si rifiutò di fare un nome solo: «No, devono essere due: Bartali e Coppi, e mica perché erano ciclisti e campioni… ma perché quegli eterni rivali nel Tour del 1952, stravolti dalla fatica, si scambiarono la borraccia. Segno di una solidarietà, di una competizione cooperativa».”

Enzo Biagi

Enzo Biagi (1920-2007).

Queste citazioni mi procurano chiamate di amici alle quali in genere rispondo telegraficamente. Ma questa volta, su Enzo Biagi e l’Italia normale che abitava nella sua mente, mi piace rispondere con ricordi che mi affiorano spontaneamente, avendo io intervistato quel maestro di giornalismo multimediale per anni, dopo l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi che lo aveva fatto licenziare dalla Rai, per la prima pagina del settimanale Oggi e per il libro Consigli per un paese normale (Rizzoli, 2010). E per averlo ritrovato nella mostra fotografica a lui dedicata, inaugurata domenica 9 agosto sull’Appennino bolognese: a Pianaccio, frazione di Lizzano in Belvedere (nella foto d’aertura, di Luigi Riccioni), dove mi aveva invitato per una festa di compleanno, con le figlie Carla e Bice.

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Enzo Biagi con le figlie Carla (a sinistra) e Bice.

Lì Enzo era nato proprio il 9 agosto del 1920, a quel borgo natale aveva sempre pensato (“Ho girato il mondo da cronista, ma in fondo non sono mai andato via da Pianaccio”) e lì, nel piccolo cimitero posto di fronte al monte Corno alle Scale, dove mi avevano colpito i nomi antichi e i ripetuti, stessi cognomi, scelse di essere sepolto, vicino alla moglie Lucia Ghetti, dopo la sua scomparsa, il 6 novembre del 2007. Lì gli amministratori comunali (cito per tutti, grato per la loro collaborazione, gli assessori di Lizzano Paolo Maini e Barbara Franchi) hanno avviato un programma di iniziative per il centenario della nascita che prevede il nuovo museo-centro di documentazione Enzo Biagi, dove si può visitare anche la mostra fotografica che ripercorre le tappe più significative della vita di Enzo (dagli scatti che lo ritraggono bambino in braccio alla mamma, alla carriera giornalistica iniziata nel 1939 con un articolo sul borgo marinaro di Cesenatico e sul suo cantore, il poeta Marino Moretti, passando per gli anni della guerra e della Resistenza).

Ad accogliere i visitatori con la voglia di illuminare meglio l’anima di Biagi (“Non si capisce Biagi se non si va a Pianaccio”, è la convinzione comune) c’è una statua a grandezza naturale, opera del giapponese Yasuyuky Morimoto; varata anche una via Enzo Biagi e un francobollo a lui dedicato, a cura delle Poste italiane. E, insieme alla riproposizione di immagini e testi a cura dello storico colaboratore di Enzo, Loris Mazzetti, è stata lanciata la proiezione a Bologna e nei mondi antichi dell’Appennino di “La mia virgola. Enzo Biagi alla scoperta del mondo”, emozionante documentario di Matteo Parisini, con la voce narrante di Lino Guanciale, destinato a RaiTre.

Riavvolgendo il gomitolo del tempo di una vita intensa che lo ha portato a essere uno dei maggiori cronisti del Novecento, mi soffermo su tre fotografie di famiglia di Enzo, con i genitori Dario e Bice, e sulle parole che esse mi evocano.

Dario, Bice ed Enzo Biagi

Dario, Bice ed Enzo Biagi.

A. Quando vide il mare per la prima volta, in colonia a Rimini

Era un bambino, dopo le elementari e una mostra sulla Colonia Bolognese, che raccoglie le testimonianze dei bambini che frequentarono quella Colonia dal 1932 al 1977 (un gruppo di cittadini riminesi, uniti nell’associazione Palloncino rosso: ilpalloncinorosso.it, vorrebbe oggi lodevolmente recuperarla dal degrado che segna molte di queste colonie sulla Riviera). Tra loro il piccolo Enzo, che ha lasciato scritto a proposito:

Ho visto il mare, la prima volta, dopo le elementari. Colonia della Decima Legio. Rimini. Balilla. Grado: capo squadra. Se ci ripenso, sento un acuto odore di marmellata gelatinosa, in mastelli. La merenda tra quei capanni. Con tutta quella sabbia: almeno ci fossero i cammelli, pensavo. Non so nuotare, e anche adesso faccio finta di giocare coi bambini che si tirano il pallone verso la riva.

Mio padre venne a trovarmi una domenica, con il treno popolare. Portava camicia, cravatta e giacca. Non si slacciò neppure il colletto. Ci sedemmo in un angolo, noi due soli. Aveva, infilata in tasca, una bottiglia di birra.

‘Hai sete?’, mi domandò.

Io mi vergognavo un poco, i miei compagni ci stavano osservando, era goffo, impacciato, così poco balneare, e dissi di no.

‘Sei contento?’, mi chiedeva. ‘Vi divertite?’.

A me sarebbe piaciuto tornare a casa, andare a Bologna con lui, Ma aveva pagato 120 lire, il medico aveva detto che era una buona cura per la gola, disse che l’acqua salata e lo iodio facevano bene, e gli raccontai che avevo vinto la gara di corsa. In valigia, gliela mostrai, c’era la medaglia, con il duce con l’elmetto.

(Tratto da Storie di colonia. Racconti d’estate dalla Bolognese 1932-1977, a cura di Ilaria Ruggeri, Paola Russo e Luca Villa. Loro fonte: “Bagni in colonia”, di Enzo Biagi, in Annali, L’Espresso (19/7/2001).

Enzo-Biagi-giovane

Enzo Biagi in una foto tessera fine anni trenta.

B. Quando venne a Cesenatico per parlare di Moretti e dell’umanità romagnola

Bologna, 11 gennaio 1939: è datato così il primo articolo del cronista Biagi per il quotidiano L’Avvenire d’Italia, fondato il 1° novembre 1896 nel capoluogo emiliano, in via Mentana 2. Una curiosità: la firma è arricchita dal secondo nome, Enzo Marco Biagi. Marco si chiamava il suo amato nonno che gli raccontava le storie di quando andava a fare il carbone in Sardegna o di quando a Pianaccio capitavano i briganti).

Marino-Moretti-1909

Il poeta e scrittore Marino Moretti (Cesenatico, 1885-1979). La sua intensa vita, le sue carte e i libri sono custoditi nella sua casa-museo sul porto canale leonardesco di Cesenatico, oggi rinomato Centro di studi e ricerca sulla letteratura del Novecento. Info: casamoretti.it

Conoscemmo Marino Moretti un giorno lontano, sui banchi della scuola. Il pesco e la viola, Le prime tristezze furono il nostro primo incontro con lo scrittore romagnolo di Cesenatico. ‘È un crepuscolare’, spiegò il professore. Uno stile, una scuola, un modo particolare di poetare e di sentire: mezze tinte, un tono minore, una dolce malinconia…

Qualche anno dopo (e c’eravamo già accostati alle opere e allo spirito di Moretti), riandando al giudizio del nostro professore pensammo, con dovuto rispetto ma con tutta sincerità, che il nostro vecchio maestro era caduto in errore. Si era fermato (come tanta gente, come certa critica) alle Poesie scritte col lapis. Aveva giudicato un autore da un’opera, da una delle prime opere. Non si era accorto, forse perché non li aveva letti, che i successivi libri di Moretti rivelavano un nuovo stile, una nuova personalità, avevano un loro carattere, una loro fisionomia. Non era affatto Moretti uno scrittore per signorine dai vaghi sentimentalismi. Era uno scrittore forte, un poeta che ‘fu creduto di pel liscio’, ma al quale bisogna riconoscere ‘l’aggressività, almeno latente, dei suoi unghioli così ben celati nel velluto’. Vi sono in Moretti dei caratteri che, oltre a distaccarlo completamente dai crepuscolari, gli danno una personalità sua propria che si rivela nei suoi libri migliori, che s’impone nell’animo del lettore.

Un’umanità soffusa da un senso cristiano di bontà (una umanità che sa di dolore e di speranza), un umorismo suo particolare, fresco, ingenuo, terraiolo, che nasce spontaneo e lieve come un sorriso, un pensiero forte che si nasconde in una scrittura semplice, facile, chiara, uno spirito di osservazione arguto e finissimo. E’ un mondo paesano, fatto di sole e di mare, di paranze dalle vele lanciate verso il cielo, ove le creature che animano i suoi romanzi si aggirano umili e semplici, gente di tutti i giorni, che vive una vita come la tua: un mondo di stradette ove le reti si asciugano al sole, le donne allattano i bambini, i vecchi pensano fumano e sputano guardando i gabbiani che fuggono come le brevi ore della vita.

La religiosità di Moretti non nasce dalle parole ma dagli atteggiamenti di questi suoi personaggi, dal loro modo di concepire la vita come un duro cammino (a cui si assoggettano con grande rassegnazione dopo il quale, stanchi ma con l’animo in pace, raggiungere una riposante méta. Così nei Puri di cuore (ed. Mondadori), così Nel segno della croce (ed. Treves), ove la figura di Clarice (Clarice piena di bontà e di sottomissione, anche di fronte alle avversità e ai dolori) vibra di una purissima luce, di una grande umanità. Moretti è innegabilmente un poeta. Poeta della semplicità, poeta delle cose di tutti e della vita comune, il cui tormento è quello delle creature che vivono nell’ombra, ai margini della vita. È stato chiamato ‘l’artista dolorosamente umano’. E ci sembra che, pur nella brevità del giudizio, vi sia tutta la grandezza dello scrittore. Creature di purezza, quelle di Moretti, creature della bontà e del dolore. Chi le vede nascere dalle pagine, e vivere la loro vita, trova nella vicenda qualcosa che è di suo, un entusiasmo che un giorno l’animò, un sospiro che fu una tristezza, un sorriso che nacque da una gioia.

Anche quando la vita è bassezza e volgarità, l’occhio di Moretti contempla le miserie umane con l’animo teso alla pietà, col cuore che vuole il perdono e sembra invocare dal Dio misericordioso un raggio di luce che guidi quelle anime doloranti e smarrite. Anche i personaggi più infelici, quelli caduti nel vizio e nella malvagità, hanno sempre un pentimento per le loro colpe e meritano, per la loro contrita invocazione di perdono, una caritatevole assoluzione.

Per la sua semplicità e la sua umanità Moretti può essere capito da tutti e anche noi giovani ci sentiamo vicini a lui. Vicini a uno scrittore che, oltre a come si scrive, ha insegnato anche come un artista deve vivere, vicini a un poeta la cui opera e il cui spirito hanno qualcosa di francescano. Siamo anche noi “ragazzacci di vent’anni” ma la stroncatura (ci creda Moretti) non gliela faremo. Perché gioventù non vuol dire superficialità, perché Moretti e la sua opera non sono sorpassati e, anche se scrivere non è necessario, un buon libro vale sempre un tesoro*. Moretti non è un crepuscolare, non è un sentimentale morboso e la sua arte va coi tempi e li accompagna.

(Enzo Marco Biagi)

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Bice Biagi, madre di Enzo.

C. Quando mi disegnò, con le parole di mamma Bice, l’Italia normale che sognava

Il paese normale di Biagi era quello che gli avevano delineato i suoi genitori, Dario e Bice, presenti nelle foto della mostra a Pianaccio insieme ai potenti della Terra intervistati da Enzo. Mamma Bice, in particolare, gli aveva trasmesso pochi ma basilari consigli pratici. Un giorno me li elencò così:

  1. Cerca di amministrare quello che hai.
  2. Spendi una moneta in meno di quelle che hai in tasca. Piccoli cumuli di terra, ammucchiati in continuazione, diventano montagne.
  3. Impara a risparmiare: il poco fa tanto.
  4. Vivi normalmente, anche se questa è l’impresa più difficile.
  5. Contieni i tuoi desideri.
  6. Cerca di gestire bene, e con parsimonia, la tua principale risorsa che è il tempo.
  7. Non dire bugie e cerca di essere più serio: non si possono moltiplicare all’infinito, e spendere, soldi che non si hanno.

Da questi insegnamenti nasceva la sua ammirazione per la gente normale, quella che festeggia gli anniversari, crede nei proverbi, ha una busta paga modesta, lavora e paga le tasse, sceglie meno Caraibi e più riviera romagnola, frequenta meno ristoranti e più cucina di casa, operai e artigiani dalle mani sapienti e imprenditori e artisti geniali, sceglie in politica meno ciarlatani e più persone che si pensa possano fare meglio gli interessi generali, sospetta di chi vede moltiplicarsi a dismisura i patrimoni personali di illustri sconosciuti, coltiva la qualità maggiore degli italiani: l’umanità. E per noi cronisti, guardarsi allo specchio e dire: ho fatto il mio dovere, con dignità, con orgoglio e con capacità di indignarsi.

Il giornalismo è un servizio pubblico, come i trasporti e l’acquedotto. Non manderemo nelle case degli italiani acqua inquinata.

Insomma, un Buon Paese che esiste ancora, da riscoprire. Anche oggi.

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* A PROPOSITO DI “UN BUON LIBRO VALE SEMPRE UN TESORO”

Cari sindaci, regalate

cinque libri a chi si sposa

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Antonio Decaro (Bari,17 luglio 1970). Sindaco di Bari e presidente dell’ANCI, è laureato in ingegneria civile, sezione trasporti.

16 febbraio 1996: Giangiacomo Schiavi va a trovare Enzo Biagi per chiedergli un editoriale su Milano. Lui ci pensa, poi sorprende l’allora vicedirettore del Corriere della Sera con una proposta: “Ho un sogno che coltivo da tempo e voglio offrirlo alla città che mi ha adottato. Cinque libri a chi si sposa”. Un’idea che chiude le trecento pagine del libro da me curato “Consigli per un paese normale” (Rizzoli, 2010). Una proposta da riprendere e da estendere su scala nazionale. La giro ad Antonio Decaro, sindaco di Bari dal 2014 e presidente dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani dal 2016 affinché la porti a conoscenza dei primi cittadini dei quasi ottomila comuni iscritti all’ANCI.

Cinque libri a chi si sposa. Signor sindaco, perché non li regala il Comune di Milano? Si fanno sempre dei doni per i matrimoni: il servizio di piatti, le posate o i vasi che poi vengono rifilati in occasione di altre nozze. Nessuno ha mai regalato qualche libro alla nuova coppia. E gli italiani, si sa, hanno scarsa familiarità con le librerie. «Beato chi nasce in una casa dove c’è una biblioteca», diceva D’Azeglio. Io credo che si potrebbe dare qualche testo essenziale: un libro sui diritti e sui doveri, una guida per le madri, alcuni classici della nostra letteratura e di quella mondiale. Forse sarebbero utili e magari perfino apprezzati.

 

Da noi non si fa niente per suscitare la curiosità dei cittadini. In Inghilterra, quarant’anni fa, vidi in una biblioteca comunale dei bambini che non sapevano ancora leggere e una signora che raccontava alcune storie. Forse, oltre alle immagini che ricevevano in casa dalla Tv, scoprivano il gusto della parola: c’era qualcuno che si sostituiva ai nonni o ai genitori, che purtroppo non hanno più tempo né per fare il soffritto né per narrare qualche favola. Potrebbe essere il Comune, come augurio, magari mettendosi d’accordo con gente che guarda lontano e pensa ai neonati, a donare agli sposi un «inizio di biblioteca». Basta un simbolo: cinque libri. E gli editori, credo, collaborerebbero volentieri. Fa bene sapere che il Manzoni non è solo un cinema teatro, ma anche un signore che scriveva.

ALTRE CURIOSITÀ STORICHE

Altre curiosità storiche: Pianaccio ha dato i natali, oltre che a Enzo Biagi, anche a Guglielmo Fornaciari, maresciallo dell’aria protagonista della Prima Guerra Mondiale insignito di una medaglia d’oro, due d’argento e una di bronzo. E a Don Giovanni Fornasini, parroco di Sperticano (Marzabotto), ucciso a soli 29 anni dai nazisti nell’ottobre ’44 e insignito di medaglia d’oro alla Memoria. A lui è dedicata la piccola piazza del paese davanti alla chiesa; da parte delle gerarchie vaticane è in corso la causa di beatificazione.

A PROPOSITO

Come arrivare a Pianaccio, frazione di Lizzano in Belvedere:

  • Da Milano. Prendere l’autostrada del Sole A1, uscire a Sasso Marconi, immettersi sulla SS 64 “Porrettana” in direzione Porretta Terme fino a Silla, poi svoltare sulla SP 324 Passo delle Radici e proseguire fino a Lizzano in Belvedere e poi imboccare la strada in salita per Pianaccio: dista 3,31 km.
  • Da Firenze. Prendere l’autostrada del Sole A1 direzione Bologna, in prossimità di Prato continuare sull’autostrada A11, uscire a Pistoia, proseguire sulla SS 64 “Porrettana” e seguire le indicazioni per Porretta Terme, a Silla svoltare sulla SP 324 Passo delle Radici e proseguire fino a Lizzano in Belvedere.
  • Da Ancona. Percorrere l’autostrada Adriatica A14 in direzione di Bologna, uscire a Bologna – Casalecchio, continuare sulla SP 569 in direzione di Casalecchio di Reno, immettersi sulla SS 64 “Porrettana” in direzione di Porretta – Pistoia, a Silla svoltare sulla SP 324 Passo delle Radici e proseguire fino a Lizzano in Belvedere.
  • Da Bologna. A Casalecchio di Reno imboccare la SS 64 “Porrettana” in direzione Porretta Terme fino a Silla, poi svoltare a destra lungo la SP 324 Passo delle Radici.

Contatti: Pro Loco Pianaccio Via Roma 6/A, 40042 Pianaccio, Lizzano in Belvedere (Bologna) [email protected]. Centralino del Comune di Lizzano: 0534.51024

Author: admin

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