Marzo 2020: il dono
di una poetessa,
le lacrime di un sindaco,
l’augurio di Einstein

Una riflessione sulla fragilità della condizione umana,
sui ritmi innaturali che adesso siamo obbligati a rivedere.
La poetessa cesenate Mariangela Gualtieri (foto),
fondatrice del Teatro Valdoca, ha regalato al pubblico
un componimento ispirato all’emergenza.
Lo associamo agli auguri del sindaco di Bari, Antonio
Decaro
, e a una riflessione del grande scienziato

ARTI & CULTURE

testo di Sarah De Marchi* / Sapereambiente.it**



 

Sono molte le artiste e gli artisti che in questi giorni, fra sale chiuse e manifestazioni cancellate, offrono la propria creatività come segno di vicinanza umana e solidarietà. È delle scorse ore il contributo di Mariangela Gualtieri, la poetessa cesenate che ha fondato insieme a Cesare Ronconi lo storico “Teatro Valdoca” e che ha pubblicato in rete “Nove marzo duemilaventi”: un componimento che ci invita a riflettere sulle ore che stiamo vivendo, sulla vulnerabilità che avvertiamo, come quando eravamo bambini. Ore che ci tolgono la libertà di un abbraccio ma che – secondo Gualtieri – ci restituiscono umanità e consapevolezza di essere specie, unita.

Sapereambiente lo pubblica nella convinzione che l’arte, dalla danza, al teatro e alla poesia, possa offrirsi ancora una volta come medicina, dolce e salvifica.

Faccio il mio teatro perché questa è la bellezza che offro in risposta alla distruzione del mondo

diceva d’altro canto Julian Beck il fondatore del “Living Theatre”.

Julian Beck

Il poeta e artista Julian Beck (New York 1925-1985), fondatore del “Living Theatre”.

Pina Bausch

Philippine Bausch detta Pina (Solingen 1940-Wuppertal 2009) è stata una coreografa, ballerina e insegnante tedesca.

E Pina Bausch:

Danzate, danzate altrimenti siamo perduti.

In questo solco, come la poetica di Alda Merini, si inserisce Mariangela Gualtieri con questo suo memorabile “Nove marzo duemilaventi”, poesia lucida e affilata, a portare speranza. Nell’attesa dolce di quando finalmente potremo ristringerci reciprocamente le mani, abbracciarci di nuovo in quella Festa degli Abbracci auspicata da un commosso Antonio Decaro, sindaco di Bari (e anche presidente dell’ANCI, Associazione nazionale dei comuni italiani).


Nove marzo duemilaventi

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

 

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

 

E poiché questo

era desiderio tacito comune

come un inconscio volere –

forse la specie nostra ha ubbidito

slacciato le catene che tengono blindato

il nostro seme. Aperto

le fessure più segrete

e fatto entrare.

Forse per questo dopo c’è stato un salto

di specie – dal pipistrello a noi.

Qualcosa in noi ha voluto spalancare.

Forse, non so.

 

Adesso siamo a casa.

 

È portentoso quello che succede.

E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.

C’è un molto forte richiamo

della specie ora e come specie adesso

deve pensarsi ognuno. Un comune destino

ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno.

 

È potente la terra. Viva per davvero.

Io la sento pensante d’un pensiero

che noi non conosciamo.

E quello che succede? Consideriamo

se non sia lei che muove.

Se la legge che tiene ben guidato

l’universo intero, se quanto accade mi chiedo

non sia piena espressione di quella legge

che governa anche noi – proprio come

ogni stella – ogni particella di cosmo.

 

Se la materia oscura fosse questo

tenersi insieme di tutto in un ardore

di vita, con la spazzina morte che viene

a equilibrare ogni specie.

Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,

guidata. Non siamo noi

che abbiamo fatto il cielo.

 

Una voce imponente, senza parola

ci dice ora di stare a casa, come bambini

che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,

e non avranno baci, non saranno abbracciati.

Ognuno dentro una frenata

che ci riporta indietro, forse nelle lentezze

delle antiche antenate, delle madri.

 

Guardare di più il cielo,

tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta

il pane. Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

 

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro

Mariangela Gualtieri

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* Sarah De Marchi, romana, si forma come attrice tra la Capitale e Parigi. Lavora per 15 anni in teatro e in tv partecipando a tournée in giro per il mondo. Laureata in arti e scienze dello spettacolo con una tesi sul cinema italiano, si è occupata di critica cinematografica. Contemporaneamente ha coltivato la passione ambientalista lavorando come educatrice, ha collaborato ad articoli scientifici in campo ecologico e a diversi progetti di tutela ed educazione ambientale. Ama il rock, la montagna e la poesia. Porta sempre con sé un paio di scarpette d’arrampicata. ** Sapereambiente è una nuova testata d’informazione culturale per la sostenibilità. Esce ogni giorno on-line e due volte l’anno su carta. Direttore: Marco Fratoddi. Redazione: via Cesare Baronio 50, 00179 Roma. Mail: [email protected]; tel. 0684240304; 3714634125; web: www.sapereambiente.it; www.saperenetwork.it

LA MANUTENZIONE DELLA MEMORIA / Dal libro “Il mondo come io lo vedo”, 1931

La crisi secondo Einstein

Albert Einstein

Albert Einstein (Ulma, 14 marzo 1879 – Princeton, 18 aprile 1955) ritratto durante una visita alla Casa Bianca, Washington DC, USA, Harris & Ewing, 1921. (Credit: GHI/Universal History Archive via Getty Images)

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito.

È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.

Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.

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Author: admin

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4 Comments

  1. Carissimo Salvatore, mi piacerebbe molto che vedessi e facessi vedere questo filmato da me fatto per spirito di servizio verso questo nostro tormentato Paese. Conoscendo la tua/vostra sensibilità, sono certo ti/vi prenderà. Con amicizia

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  2. Caro Salvatore, mi fermo per un attimo sul sottotitolo del tuo blog: In viaggio verso il bello del mondo, i valori della vita, i segni positivi per il futuro.

    Un viaggio, il tuo, che coinvolge noi lettori nei vari ambiti nei quali, con la tua rapida eppure pregnante penna, ci introduci e ci guidi. Si tratta sempre di sentieri ricchi di saperi, di corsi d’acqua sorgiva densa di cultura e di saggezza, di mari solcati da Arte e Poesia.

    Questa volta, rimasti a casa, troviamo il viaggio più avvolgente e coinvolgente.

    Bellissima la lettera a te inviata per il Capodanno 1990 dal tuo amico scrittore tedesco Michael Ende. Parla di alcuni indios trasportatori “robusti e volenterosi”, che danno una lezione di sana filosofia all’uomo del mondo. Nella loro primitiva semplicità di spirito hanno sentito l’esigenza di fermarsi nel silenzio dell’anima, per poi proseguire con più lena nel loro duro lavoro. Avevano corso troppo e dovevano aspettare che le loro anime li raggiungessero. Quanto si è corso finora? Per quanto tempo l’uomo ha mirato al denaro, a detrimento dello spirito? Abbiamo corso “con la lingua di fuori” e dunque urgeva uno stop. Ora deve essere un privilegio “aspettare il silenzio” e, nel silenzio, ascoltare l’anima.

    La fervida poesia di Mariangela Gualtieri ci dice che forse questa “frenata” può riportarci indietro, “nelle lentezze / delle antiche antenate, delle madri”, che si può ritornare a “cantare piano piano perché un bambino dorma”.

    In un suo articolo del 1° febbraio 1975, Il vuoto del potere in Italia, pubblicato dal Corriere della Sera, Pier Paolo Pasolini scrisse tra l’altro:

    “Quando la confusione sarà tanta, si sentirà il bisogno di ritornare alle lucciole”.

    E ancora molto prima Orazio Flacco, nella sua Ars poetica ammoniva:

    “Multa renascentur, quae iam cecidere; cadentque quae nunc sunt in honore”.
     
    (Molto rinascerà, che già era morto; e scomparirà ciò che ora è in auge).

    Intanto ecco il viaggio sostare a Bari, capoluogo della nostra meravigliosa Puglia. Notiamo le immagini di una città silenziosa e deserta sotto lo sguardo malinconico del Sindaco Antonio Decaro, il quale si commuove fino alle lacrime nel constatare il declino inesorabile della sua Bari a causa di uno spietato virus. Il Sindaco non sa che anche noi, vedendo e ascoltando lui, ci sciogliamo in lacrime.

    Intanto il tuo blog prosegue, sempre fitto di notizie e di preziose informazioni, oltre che del solito “bello”; portatore, more solito, di illuminante cultura.

    Buon lavoro e grazie, amico Salvatore!

    Grazia Stella Elia, Trinitapoli (BT)

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  3. Caro direttore, in un suo esile libricino, trascurato dai più, dal titolo “Il Reggimento parte all’Alba” il grande Dino Buzzati diceva all’esordio:

    “Da alcuni piccoli sintomi, da certe voci che corrono, da certe facce che s’incontrano, viene quasi da pensare che il suo reggimento si prepari alla partenza, e magari partirà fra un mese, fra un anno, fra dieci anni, ma già si prepara”.

    Proseguiva così:

    “Non è che lui sia militare di mestiere. Ma tutti senza eccezione nella sua città e anche fuori nelle campagne, valli, rive del mare, per quanto esteso in mondo, tutti in un certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accampati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire”.

    Passando all’oggi e a quanto accade giornalmente sotto i nostri occhi angosciati ed esterrefatti, mi è sembrato scorgere in quella lunga teoria di autocarri militari ricolmi di bare, che procedevano in modo ineluttabile e convinto verso i vari inceneritori cui quelle bare erano destinate – ma anche oggi sarà cosi! – il dire di Buzzati, sempre così carico di ineluttabile magia, commentare per i suoi lettori le vicende così sconvolgenti che ci affliggono e conferire loro quell’aria di coinvolgente mestizia e di mistero.

    Caro Direttore, deve perdonarmi. La crudezza del presente non dovrebbe consentire l’intrusione di alcuna visione poetica, ma, rifletto, forse è consolante dare alla voce della disperazione collettiva, anche un’altra chiave di lettura, che, magari, tramuti l’angoscia in speranza.

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  4. Buongiorno carissimo Salvatore Giannella, in questo periodo così difficile i Suoi pensieri rappresentano una cura per tutti noi.

    Volevo coinvolgerla nella mission che abbiamo lanciato noi di Sestre, per sentirci più vicini all’Italia che lotta tra le corsie degli ospedali.

    Questo è il link all’articolo che spiega le nostre iniziative, abbiamo già acquistato 250 mascherine speriamo di arrivare a numeri più alti. Sono tanti piccoli gesti che stanno coinvolgendo tanti ragazzi, e noi ne siamo felici!

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