Sono molte le artiste e gli artisti che in questi giorni, fra sale chiuse e manifestazioni cancellate, offrono la propria creatività come segno di vicinanza umana e solidarietà. È delle scorse ore il contributo di Mariangela Gualtieri, la poetessa cesenate che ha fondato insieme a Cesare Ronconi lo storico “Teatro Valdoca” e che ha pubblicato in rete “Nove marzo duemilaventi”: un componimento che ci invita a riflettere sulle ore che stiamo vivendo, sulla vulnerabilità che avvertiamo, come quando eravamo bambini. Ore che ci tolgono la libertà di un abbraccio ma che – secondo Gualtieri – ci restituiscono umanità e consapevolezza di essere specie, unita.

Sapereambiente lo pubblica nella convinzione che l’arte, dalla danza, al teatro e alla poesia, possa offrirsi ancora una volta come medicina, dolce e salvifica.

Faccio il mio teatro perché questa è la bellezza che offro in risposta alla distruzione del mondo

diceva d’altro canto Julian Beck il fondatore del “Living Theatre”.

Julian Beck

Il poeta e artista Julian Beck (New York 1925-1985), fondatore del “Living Theatre”.

Pina Bausch

Philippine Bausch detta Pina (Solingen 1940-Wuppertal 2009) è stata una coreografa, ballerina e insegnante tedesca.

E Pina Bausch:

Danzate, danzate altrimenti siamo perduti.

In questo solco, come la poetica di Alda Merini, si inserisce Mariangela Gualtieri con questo suo memorabile “Nove marzo duemilaventi”, poesia lucida e affilata, a portare speranza. Nell’attesa dolce di quando finalmente potremo ristringerci reciprocamente le mani, abbracciarci di nuovo in quella Festa degli Abbracci auspicata da un commosso Antonio Decaro, sindaco di Bari (e anche presidente dell’ANCI, Associazione nazionale dei comuni italiani).


Nove marzo duemilaventi

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

 

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

 

E poiché questo

era desiderio tacito comune

come un inconscio volere –

forse la specie nostra ha ubbidito

slacciato le catene che tengono blindato

il nostro seme. Aperto

le fessure più segrete

e fatto entrare.

Forse per questo dopo c’è stato un salto

di specie – dal pipistrello a noi.

Qualcosa in noi ha voluto spalancare.

Forse, non so.

 

Adesso siamo a casa.

 

È portentoso quello che succede.

E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.

C’è un molto forte richiamo

della specie ora e come specie adesso

deve pensarsi ognuno. Un comune destino

ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno.

 

È potente la terra. Viva per davvero.

Io la sento pensante d’un pensiero

che noi non conosciamo.

E quello che succede? Consideriamo

se non sia lei che muove.

Se la legge che tiene ben guidato

l’universo intero, se quanto accade mi chiedo

non sia piena espressione di quella legge

che governa anche noi – proprio come

ogni stella – ogni particella di cosmo.

 

Se la materia oscura fosse questo

tenersi insieme di tutto in un ardore

di vita, con la spazzina morte che viene

a equilibrare ogni specie.

Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,

guidata. Non siamo noi

che abbiamo fatto il cielo.

 

Una voce imponente, senza parola

ci dice ora di stare a casa, come bambini

che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,

e non avranno baci, non saranno abbracciati.

Ognuno dentro una frenata

che ci riporta indietro, forse nelle lentezze

delle antiche antenate, delle madri.

 

Guardare di più il cielo,

tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta

il pane. Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

 

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro

Mariangela Gualtieri

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* Sarah De Marchi, romana, si forma come attrice tra la Capitale e Parigi. Lavora per 15 anni in teatro e in tv partecipando a tournée in giro per il mondo. Laureata in arti e scienze dello spettacolo con una tesi sul cinema italiano, si è occupata di critica cinematografica. Contemporaneamente ha coltivato la passione ambientalista lavorando come educatrice, ha collaborato ad articoli scientifici in campo ecologico e a diversi progetti di tutela ed educazione ambientale. Ama il rock, la montagna e la poesia. Porta sempre con sé un paio di scarpette d’arrampicata. ** Sapereambiente è una nuova testata d’informazione culturale per la sostenibilità. Esce ogni giorno on-line e due volte l’anno su carta. Direttore: Marco Fratoddi. Redazione: via Cesare Baronio 50, 00179 Roma. Mail: [email protected]; tel. 0684240304; 3714634125; web: www.sapereambiente.it; www.saperenetwork.it

LA MANUTENZIONE DELLA MEMORIA / Dal libro “Il mondo come io lo vedo”, 1931

La crisi secondo Einstein

Albert Einstein

Albert Einstein (Ulma, 14 marzo 1879 – Princeton, 18 aprile 1955) ritratto durante una visita alla Casa Bianca, Washington DC, USA, Harris & Ewing, 1921. (Credit: GHI/Universal History Archive via Getty Images)

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito.

È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.

Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.

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