Serenissima
lezione
di ecologia

Secoli prima dei disastri odierni, i dogi avevano idee chiare
sulla difesa della laguna, di monti e di boschi. Lo provano i documenti
raccolti in una mostra organizzata a Venezia nell’Archivio di Stato
e curata da una discendente di dogi, dalla quale raccolsi personalmente
questo testo per Airone che ripropongo, data la sua attualità

IL BELLO DELLA MEMORIA | SCIENZE & AMBIENTE

testo di Maria Francesca Tiepolo* / Airone, ottobre 1987

C’era una volta una città unica al mondo che viveva nell’acqua e che aveva bisogno di tanto legno: Venezia.
Nata sul mare e proiettata su quel mare che permetteva ai suoi uomini di andare lontano, Venezia aveva bisogno di milioni e milioni di alberi per le palafitte sulle quali era posata, per i cassoni di quercia riempiti di massi che anticiparono i murazzi in pietra nei punti più esposti alla pressione del mare da Chioggia a Caorle, per il marginamento delle isole protette da fittissime palizzate perché non venissero erose dalle acque. Aveva bisogno di legna per le fornaci di Murano, per la Zecca e per le tintorie, per la costruzione delle case e delle briccole segnaletiche, per i camini di una città popolosa e agiata che d’inverno amava il calduccio e il profumo dei ceppi in fiamme. E poi c’era l’Arsenale, “presidio della nostra libertà”. Il più grande arsenale del mondo, capace di varare durante le guerre contro i turchi fino a cento galee per volta. Una fabbrica enorme, che divorava roveri (per l’“anima” delle navi), faggi (per i remi), abeti (per gli alberi) e querce (per il fasciame di rivestimento). Tutta materia prima assicurata prevalentemente dai “boschi di San Marco”: quello di Somadida, offerto in dono dalla gente del Cadore; l’immenso bosco del Cansiglio, pervenuto quasi intatto fino a noi (nella foto Studioforest d’apertura, Ndr); quello del Montello (che oggi purtroppo non c’è più) e il bosco di Montona, “bellissimo zogiello” al centro dell’Istria, nella valle del fiume Quieto, antico braccio di mare, sempre minacciata di impaludamento per il difficile scolo delle acque.

Airone Magazine - Mappa Cansiglio - Zorzi de Christofolo 1638

Veduta generale del Cansiglio nella mappa compilata da Zorzi de Christofolo (1638), per incarico dei patroni e provveditori dell’Arsenale. Al centro, domina la figura del Leone di San Marco, che brandisce la spada.

Dapprincipio il bosco viene inteso dalla Serenissima come materia prima da sfruttare, il che provocherà una massiccia riduzione delle aree boschive. Con il passare del tempo, tuttavia, Venezia, città d’acqua, si va sempre più rendendo conto di come una intelligente politica forestale avrebbe permesso sia il mantenimento del capitale bosco sia l’utilizzo dei suoi interessi. Non solo: oltre a soddisfare il proprio fabbisogno di materie prime, avrebbe anche consentito la salvaguardia del delicato equilibrio idrogeologico della laguna veneta.

Perché la città non temeva il mare, ma la terraferma. Questa doveva rimanere lontana, non doveva aggredire la laguna e tale pericolo di aggressione era evitato se, sulla montagna, si manteneva intatto un fitto intreccio di rami che facesse da barriera ai venti, un fitto intreccio di radici che impedisse il dilavare delle acque con le piogge primaverili e con lo scioglimento delle nevi, un fitto intreccio che bloccasse questi detriti e li facesse defluire a valle più lentamente. Come i fiumi che scendevano dalle montagne: erano fiumi (il Piave, il Brenta, l’Adige, il Po con i loro affluenti) da incanalare, deviare, regolare con formidabili interventi di ingegneria idraulica.

Airone Magazine - Venezia, Serenissima - la bocca denunce per chi danneggiava le foreste

La bocca denunce per chi danneggiava le foreste.

Venezia temeva che i detriti dei fiumi portassero a un interramento della laguna, con rischi militari (il nemico che arriva a piedi), sanitari (una laguna poco liquida che si va via via compattando significa l’insorgere di miasmi e malarie) e anche estetico-culturali: perché la città ci teneva alla sua unicità, la città era tra le più belle del mondo perché era d’acqua, perché era sull’acqua e sull’acqua doveva restare per garantire successi ai suoi abitanti, ai suoi posteri.

È così che, intorno al 1500, Venezia ridisegna tutta la sua struttura amministrativa e inventa nuove magistrature, perfeziona quelle che già esistono, istituisce tra gli altri il Magistrato alle acque nelle sue varie articolazioni e parallelamente mette a punto la difesa del bosco perché (e il pensiero corre alle tante emergenze idrogeologiche di oggi)

el dito desboscar è causa manifestissima del far atterrar (cioè interrare) questa nostra laguna, non avendo le pioge et altre inundation alcun retegno né obstaculo, come haveano da essi boschi, a confluire in esse lagune.

Così scriveva il segretario del Senato il 4 gennaio 1476, giorno della “provisio circa nemora” (provvedimenti per i boschi, la prima legge organica in tema forestale.

Airone Magazine - Venezia, Serenissima - Raccordo di Paulini (1608) - Montagna rivestita da alberi

Dal “Raccordo” di Paulini (1608), una montagna rivestita dagli alberi. Nell’immagine successiva, la stessa montagna dopo il taglio ordinato del bosco.

Airone Magazine - Venezia, Serenissima - Raccordo di Paulini (1608) - Montagna dopo taglio ordinato del bosco

Dal “Raccordo” di Paulini (1608), la stessa montagna dopo il taglio ordinato del bosco.

Viene perciò nominato un magistrato specifico (quello sulla legna e sui boschi). Si ricorre subito all’istituto della “visita”, così cara all’amministrazione veneziana; ispezione conoscitiva e di controllo praticata come dovere ricorrente di taluni organi, oppure affidata in via straordinaria a magistrati in carica o che venivano appositamente eletti, con l’obbligo di redigere catastici descrittivi e anche grafici.

Ecco, per esempio, un brano del rapporto di Alvise Mocenigo, podestà di Belluno, che esprime il fascino del bosco del Cansiglio e insieme l’esigenza di una svolta culturale nei confronti della risorsa bosco:

Ho veduto li boschi che ha la Serenità vostra in Alpago-Cansiglio, cavalcando tre giornate per quelli, et si come deono esserle carissimi a guisa di pretioso tesoro, poiché essendo copiosissimi di faggi, avendone la debita cura, suppliranno per sempre abbondantissimamente al bisogno che possa avere de remi per galee o fuste la più grossa et potente armata che essa in qualsivoglia tempo si risolvesse di mandar fuori.

Il nobile gentiluomo, nel presentare la sua relazione al Collegio nella primavera del 1608, coglie immediatamente la questione di fondo: dei boschi bisogna avere cura, soltanto così Venezia avrà “per sempre abbondantissimamente” i faggi dal cui legno ricavare i lunghi remi delle galee.

Con il passare degli anni, Senato e Consiglio dei Dieci emanano sui boschi una copiosa e sapiente legislazione, anticipatrice di quella di altri Stati, volta non soltanto a disciplinare l’uso di quel bene, ma anche a garantirne la conservazione per il futuro e a esercitare una efficace funzione di salvaguardia.

Si fa pubblicamente intendere a cadauna sorte di persone, così huomo come donna, putti e putte, niuna eccettuata, che non si debbono in alcun modo scorzar, tagliar, desgropolar o in altro modo dannificar li roveri tagliati per l’Arsenal nostro,

proclama il doge il 20 febbraio del 1687.

Airone Magazine - Serenissima, Venezia - Dal catastico di Zorzi de Christofolo (1638) 'con boschieri il meglio intelligenti e pratichi'

Qui e nella prossima immagine, due fogli del catastico redatto dopo l’ispezione fatta nel 1638 da Zorzi de Christofolo “con boschieri il meglio intelligenti e pratichi”. Sono indicati alberi “buoni di presente per far remi” e quelli non ancora pronti.

E se la gente della terraferma preme via via per farsi spazio e per recuperare altri campi all’agricoltura, la Serenissima tiene duro: guai a chi estirpa gli alberi, guai a chi li taglia in modo sbagliato, guai a chi li incendia, guai a chi porta le capre a pascolare nel sottobosco, guai a chi raccoglie le ghiande.

Obblighi e divieti rappresentano certamente un onere e un peso per le comunità e i privati, ma sono garanzia di mantenimento, per usare un termine più moderno, dell’equilibrio ecologico.

Un certo Iseppo Paulini, nel 1608, compila addirittura un manuale illustrato in otto tavole per mostrare come le piante vanno tagliate e come no, e come il diboscamento (senza alcun dubbio la causa delle frane, “essendo quella terra mossa portata a basso con furia dalle acque piovane e dalle nevi liquefatte”) vada fatto per settori, creando un ciclo continuo che permetta la salvaguardia dei boschi la cui coltivazione (tiene a sottolineare in un altro documento Francesco Rota, inquisitore sopra i boschi del Veneto e del Friuli), “mentre per gli altri prodotti s’estende a un anno o a pochi anni, per i boschi esige il corso d’un secolo, perché ne resti riservato il frutto della posterità”. Sì, posterità: ecco emergere il legame con il futuro. La risorsa bosco va ricostituita non tanto per sé ma èper la posterità, cioè per i figli e per i figli dei figli. Perché Venezia non viveva nell’oggi ma proiettata nel domani, aspirava a essere eterna.

E per chi non capiva, mettendo in pericolo sicurezza e bisogni delle attuali e delle future generazioni, erano previsti guai seri: diciotto mesi “in una galea di condenati a vogar il remo con ferri ai piedi”. E non sono minacce a vuoto. Lo prova sulla sua pelle un certo Piero Pradussello, di San Donà di Piave, sorpreso a far legna senza autorizzazione. L’inquisito assume un buon avvocato, “l’eccellente signor Marin Dall’Occa, ma non gli serve a molto. Il 21 novembre 1602 lo condannano infatti con un verdetto esemplare: confisca di tutti i beni e condanna a quindici anni di esilio “da tutte le terre e i luoghi del serenissimo dominio”. E guai a lui se verrà riacchiappato al di qua dei confini: sette anni di galea “a remar con i ferri ai piedi”, oppure dieci anni di prigione “de là del canal”, nelle Prigioni Nuove. (La pena veniva fatta balenare come durissima, ma in realtà Venezia era molto magnanima nel concederne la commutazione in una pesante multa o, curiosamente, in un’offerta di candele alle monache del Pianto che vivevano in un convento sulle Fondamenta nuove eretto per voto dopo una vittoria nella guerra di Candia).

Airone Magazine - Serenissima, Venezia - Dal catastico di Zorzi de Christofolo (1638) 'con boschieri il meglio intelligenti e pratichi'

Qui e nell’immagine precedente, due fogli del catastico redatto dopo l’ispezione fatta nel 1638 da Zorzi de Christofolo “con boschieri il meglio intelligenti e pratichi”. Sono indicati alberi “buoni di presente per far remi” e quelli non ancora pronti.

Si accennava prima all’attenzione vivissima dei veneziani per l’estetica, per il bello. Chi ne volesse una riprova, guardi i catastici, i catasti in termini più nostri. In queste mappe disegnate con tanta cura e tanto amore anche il disegno tecnico diventa un gioiello di grafica.

Se posso concedermi un piccolissimo inciso personale, mio padre era un ingegnere, faceva i suoi progetti tecnici da XX secolo, ma li faceva aggraziati, c’era sempre dietro il rigore delle linee un qualcosa di garbato e di spiritoso, qualcosa che faceva vedere che lui era veneziano.

I catastici di quattro secoli fa sono belli da guardare anche perché ci fanno capire la vita di un bosco, ci mostrano i suoi particolari. Prendiamo quello del bosco del Cansiglio. Al centro c’è il leone di San Marco che ha lasciato a casa il libro, e per l’occasione inalbera la spada in difesa del suo bosco e afferra il cippo con il CX del Consiglio dei Dieci, quel CX che ai ragazzi di oggi potrà sembrare il simbolo dell’aerodinamicità dell’auto che lui sogna, e invece per gli archivisti, per gli uomini che scavano nel passato, vuole dire Consiglio dei Dieci. Analoghi cippi segnano i confini del bosco, quasi tutti accompagnati da un lieve schizzo del leone di San Marco. Le montagne sono uniformemente ricoperte dal disegno degli alberi. Le valli sembrano animarsi, come la valle dell’Orso che ci fa intuire la presenza di animali selvatici. In rosso sono delineate le strade, un elemento importante per il trasporto del legname tagliato, convergenti su Farra e sul lago di Santa Croce. Sono rappresentati gli abitati di Farra e di Broz, oltre alle “casere” sparse. Entro cartigli figurano alcuni toponimi, oltre ai nomi delle “prese” in cui il bosco viene diviso sulla base delle previsioni di taglio degli alberi “buoni di presente per far remi” e di quelli non ancora pronti “che potrià esser boni tra tanti anni”.

Perché il bosco non va lasciato a sé stesso, allo stato brado, senza nessuna regola., il bosco non deve essere una foresta vergine, bisogna invece liberarlo dai legni inutili, dai legni annosi che impediscono alle giovani piante di rinnovare la selva, di crescere. Bisogna fare un taglio oculato, scientifico. Venezia inventa e regola in maniera precisa la “curazione” del bosco, termine che successivamente sarà adottato dal linguaggio comune.

I catastici disegnati sono tanto belli e precisi che se il visitatore di oggi, a distanza di tre-quattro secoli, andasse sulla piana del Cansiglio (come è capitato a me nei giorni scorsi) proverebbe la eccitante sensazione di camminare nel catastico compilato nel 1638 da Zorzi de Christofolo, per incarico dei patroni e dei provveditori dell’Arsenale, in collaborazione con “li boschieri li meglio intelligenti e pratichi di questo bosco et ancho quatro remeri della casa dell’Arsenal”.

Nonostante nelle stalle d’oggi abbia fatto ingresso il computer e il buon formaggio si fabbrichi con l’ausilio anche di sofisticate tecnologie, il visitatore si ritrova nell’atmosfera di allora e avverte la stessa necessità di non lasciare deperire questa formidabile risorsa naturale. Una foresta che non fornisce più materia per i remi delle galee, ma ha mantenuto tutta la sua importanza per l’equilibrio ecologico del Veneto, del Friuli e delle zone confinanti, come un immenso polmone verde che oggi viene custodito dalle guardie forestali e dalle aziende regionali foreste del Veneto e del Friuli, con lo stesso amore e con la stessa “debita cura” (per riprendere l’invocazione del podestà Alvise Mocenigo) che a esso dedicava la Serenissima, le cui acque si scorgono nei giorni più limpidi dall’alto di quelle montagne.

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Maria Francesca Tiepolo, già direttore dell’Archivio di Stato di Venezia. Nata a Venezia il 31 maggio 1925, da antica casata dogale. Laureata in Lettere presso l’Università di Padova; diploma di paleografa presso l’Archivio di Stato di Venezia. Nel 1952, volontaria presso l’Archivio di Stato di Venezia; 1954, funzionaria di ruolo; 1974-1978, sovrintendente archivistico per il Veneto; 1977-1990 direttore dell’Archivio di Stato di Venezia; 31 maggio 1990, in pensione per raggiunti limiti di età, ma tuttora presente in Archivio.

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Author: admin

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