Nel giro di pochi giorni 12000 naviganti hanno onorato questa settimana, con la loro lettura su Giannella Channel, il reportage pubblicato tempo fa sulla diga olandese e sul confronto fatto, a proposito di grandi opere pubbliche, tra Olanda e Italia ad Agorà, l’appuntamento quotidiano con il racconto della politica e le notizie di attualità nella mattina di Rai3 condotta con consolidata maestria da Serena Bortone, la sconsolata visione di Venezia allagata e l’immaginabile riferimento all’opera incompiuta e costosa (finora spesi 8 miliardi di euro, pari al triplo dei 2 miliardi e 933 milioni, in euro attuali, che costò l’Autostrada del Sole) del Mose che avrebbe dovuto fare da scudo alle mareggiate della laguna veneta. Una puntata che ha reso attuale, non solo per me, il tempo in cui il Mose partiva e io, allora direttore del mensile scientifico dell’Espresso Genius, mandavo in Olanda un giornalista tra i più bravi divulgatori di scienze e tecnologie, il novarese Piero Piazzano (a proposito: sabato 16 novembre 2019 a Novara la nuova edizione del Premio Piazzano per la divulgazione scientifica, con messaggio del presidente Sergio Mattarella e info su premiopiazzano.com) a ricostruire il Progetto Delta, la diga anti-tempeste a barriere mobili, che un gigante dell’ingegneria idraulica, frequentatore estivo della spiaggia di Cesenatico, aveva portato a termine nei tempi e con i costi programmati. Mentre in Italia… E domani, per contribuire a una maggiore comprensione degli avvenimenti troverete su questo blog La Serenissima lezione di ecologia, con le idee chiare che avevano i dogi veneziani sulla difesa della città, dei boschi e dei mondi. (s.g.)

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Johan Peter Killan, l’ingegnere olandese che ha programmato i computer per la posa in opera della diga a barriera mobile sull’Estuario della Schelda, nell’Olanda meridionale. All’epoca del servizio, 1984, aveva 47 anni.

Per 66 volte hanno sollevato un pilastro alto come un palazzo di dieci piani e pesante come 20 mila automobili e l’hanno posato a 30 metri di profondità sul fondo del mare, sopra un rettangolo di 25 metri per 50, con lo scarto massimo di 25 centimetri, una spanna. E, dato che l’acqua di questo mare non è calma, ma segue il lunatico andirivieni delle maree con correnti che hanno una velocità massima di nove chilometri all’ora, hanno trasportato e posato ogni pilastro in un tempo preciso, 50 ore, senza sgarrare di un minuto, lavorando con un clima dall’umore instabile, capace di improvvise e devastanti tempeste [In una di queste morì… Michele Di Gennaro, l’unico comandante di mare che ha avuto il mio paese di Puglia, Trinitapoli, Ndr].

Roba da matti? No, roba da olandesi. Alla fine di ottobre 1984 hanno posato in mare l’ultimo dei 66 pilastri che formano la spina dorsale della grande Oosterschelde Stormvloedkering, la diga anti-tempeste della Schelda orientale. Fra meno di un anno, sulla diga correranno le automobile e sotto, tra un pilastro e l’altro, 62 porte d’acciaio saranno pronte a interrompere ogni comunicazione tra il Mare del Nord e l’estuario della Schelda se i rapporti fra le loro onde dovessero divenire troppo turbolenti.

“It has a touch of genius to it”, dice Jos Geluk, 30 anni non ancora compiuti, ingegnere civile e infaticabile responsabile del servizio di informazione e documentazione del “progetto Delta”. C’è un tocco di genio in tutto ciò: ma è possibile dare un volto a questo genio?

La prima impressione per chi sale quassù a cercarlo è che il genio che ha vinto questa scommessa contro la furia degli elementi e, insieme, a favore dell’ambiente, sia un mostro che ha ben poco di umano. Ecco, ha la sagoma di un noto calcolatore di media potenza: il Pdp-11 della Digital, mescolata ai connotati del computer da tavolo della Hewlett-Packard. Lunghi cavi collegano il tutto a centri lontani, il centro di calcolo dell’università tecnica di Delft, il centro di calcolo della Ibm di Zoetermeer…

Però, a guardar meglio, nascosto dietro la massa di cavi e di microprocessori, ecco apparire un volto indiscutibilmente umano, i capelli chiari di chi è stato biondissimo da bambino, gli occhi grigio-azzurri come il Mare del Nord, ancora abbronzato dal sole delle ultime vacanze in Italia. Si chiama Johan Peter Killan, ha 47 anni, una moglie e tre figli, e come molti milioni di suoi compatrioti possiede una bicicletta: l’Olanda ha 14 milioni di biciclette, molti olandesi ne hanno due, una per andare a lavorare e una per fare turismo.

Durante l’estate, da 13 anni, Killan è uno dei tanti turisti con targa straniera che invadono le nostre spiagge, innamorato dell’Italia, della sua natura e dei suoi colori e un po’ meno del baccano dei juke-box. Quando discorre con la moglie (sono sposati da 23 anni), le due figlie e il figlio, sulla spiaggia di Cesenatico, viene probabilmente accomunato con inconsapevole pangermanismo, dal bagnino, ai mille e mille turisti tedeschi che lo circondano.

Ma quando rientra in Olanda, nel suo ufficio nella palazzina prefabbricata del Meetdienst (dipartimento di misura e sorveglianza della messa in opera della diga sulla Schelda orientale) al molo di Burghsluis, ridiventa un genio della programmazione elettronica. Insieme ai suoi collaboratori, un centinaio di specialisti di calcolatori e di sistemi di misura fra i più raffinati e moderni (dal laser all’infrarosso, dal sonar alle radioonde) ha scritto, provato e fa girare i programmi di una trentina di calcolatori elettronici collegati insieme, un potente cervello di silicio che ha permesso di montare un manufatto in cemento armato complesso come una decina di grattacieli con la precisione di un orologio svizzero.

È stato un lavoro che mai nessuno aveva tentato prima, e Killan lo sa:

Centinaia di tecnici, migliaia di operai hanno lavorato per questa diga. C’è chi si è occupato della progettazione dei pilastri, una colossale opera che ha richiesto un approfondimento di tutto quanto si sapeva sul cemento armato. Chi ha lavorato nella fase di prefabbricazione: e ha dovuto risolvere problemi che hanno messo a dura prova i programmi per calcolatore di ingegneria civile. Ma tutti (progettisti, costruttori, pianificatori della produzione) avevano qualche idea su quello che stavano facendo: idee sul comportamento del cemento, idee sui procedimenti di prefabbricazione. Invece noi dei Meetdienst abbiamo imparato lavorando: siamo partiti, nel 1976, praticamente da zero, ci siamo costruiti i programmi necessari e li abbiamo collaudati sul campo. Ancora oggi, dopo quasi dieci anni, continua l’opera di perfezionamento dei programmi, quella che gli informatici chiamano improvement.
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La fase più delicata dei lavori per la diga sulla Schelda è stata la posa dei piloni. La foto documenta l’inizio dell’operazione: il battello Ostrea si sta avvicinando al pilone che afferrerà con le gru al centro.

Alle spalle di Killan, un’ampia finestra si apre sull’estuario. In lontananza si vedono spuntare una dozzina di piloni allineati sull’acqua come vertebre di un mostruoso dinosauro. L’ultimo pilone è come ingabbiato in una sagoma rossa, una specie di officina galleggiante da cui si levano gru gigantesche. Dice Killian,

In questo momento, al largo, i due battelli speciali costruiti apposta per questo lavoro stanno posando il terz’ultimo pilone della diga: sono l’Ostrea e il Macoma. A bordo, quattro Pdpo 11/44 e alcuni Hp 98 e Hp 85 stanno controllando che tutto vada secondo i piani prestabiliti.

Ostrea, Macoma, Cardium, Sepia, Ostrica, Tellina, Noce di mare…: i battelli e i pontoni galleggianti costruiti apposta per fare la diga hanno e nomi scientifici di molluschi che vivono nell’ambiente dell’estuario e che continueranno a viverci anche dopo la costruzione della diga. Ostrea, l’ostrica, è costata 54 miliardi di lire ha iniziato a lavorare il 1° aprile 1983 e da questo ottobre ‘84, posato l’ultimo pilone, sarà molto difficile trovargli un nuovo lavoro.

Ora, mentre lo stiamo guardando dalla finestra dell’ufficio di Killan al Meetdienst, il suo equipaggio sta aspettando che le correnti di marea rallentino la loro velocità prima di iniziare una nuova fase del lavoro. Dodici ore fa, quando l’alta marea era al suo massimo, le due gru dell’Ostrea hanno agganciato il pilone nell’isola artificiale di Neeltje Jans dove era stato costruito. L’isola era stata divisa in quattro grandi scomparti e qui, seguendo un calendario dettato dal programma Gpss (General purpose simulation system V, sistema di simulazione di impiego generale) dell’Ibm, erano stati costruiti i piloni. Poi gli scomparti, uno dopo l’altro, erano stati allagati: 15 metri d’acqua avevano sommerso le basi dei piloni e l’Ostrea aveva incominciato il suo andirivieni.

Ogni volta è come mandare in orbita uno Shuttle: dal momento della prima decisione tutto si svolge come in un conto alla rovescia che dura 42 ore per l’Ostrea e 50 per il Macoma. A far da cornice a ogni programma, la sinusoide delle maree, un ciclo che si ripete due volte nelle 24 ore con immutabile regolarità. Come variabili incognite, le condizioni del tempo, che possono interferire con le maree e portare la velocità delle correnti, l’altezza delle onde o il regime dei venti a valori inaccettabili per i lavori.

Sono i valori limite che non possono essere superati: l’altezza delle onde non deve essere maggiore di 0,75 metri e il loro periodo medio maggiore di 4 secondi; la velocità della corrente con cui il mare sta entrando o uscendo dall’estuario non deve superare 2 metri al secondo (7,2 km all’ora); il vento non deve soffiare a una velocità maggiore di 15 metri al secondo (54 km/h) e la visibilità deve essere di almeno 500 metri.
Chi fornisce questi valori al capitano dell’Ostrea, prima che inizi un nuovo conto alla rovescia? “Il Meetdienst, naturalmente”, dice Killan.

Li ha calcolati elaborando i dati forniti dal servizio meteorologico e dai sensori sparsi qui intorno e in mare. Naturalmente, anche a bordo dei battelli giungono continuamente i dati del servizio meteorologico che vengono elaborati dai programmi dei calcolatori di bordo e permettono ai piloti di conoscere in ogni momento lo stato del tempo. Le previsioni hanno una validità di 6,12,24 e 48 ore, e vengono ripetute continuamente. Così, se il tempo cambia improvvisamente e i computer di bordo gli dicono che rischia di entrare nell’area dei valori inaccettabili, il pilota decide di interrompere le operazioni. Ogni ciclo di operazioni, questo della posa dei pilastri come quelli precedenti della posa delle fondazioni sul fondo dell’estuario, e quelli che seguiranno, per collegare i pilastri e mettere in opera le paratie d’acciaio, è stato calcolato tenendo conto delle maree e ha un certo numero di punti di non ritorno. Quando si supera il punto di non ritorno, l’operazione iniziata deve essere portata a termine, fino al prossimo punto. Allora, all’inizio di una nuova fase, si può anche decidere di rientrare e di riprendere il lavoro quando le condizioni saranno migliori. Per questo in estate si sono potuti piazzare anche tre pilastri in una settimana, mentre d’inverno si scende a valori più bassi, anche solo di un pilastro al mese quando va bene.

E se le condizioni diventano impraticabili a cavallo di due punti di non ritorno, che cosa succede? È la tragedia, l’esplosione dell’astronave nello spazio? Assicura Killian,

No, ci si può sempre fermare, ma sono le conseguenze che cambiano: si perde tempo perché si devono ripetere molte operazioni, o se ne devono fare altre che non sono previste dal programma normale. Questo è molto grave perché fa spendere molto denaro.

Il che, per un olandese, è davvero una grande tragedia.

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Così funziona la diga. In condizioni normali le paratie saranno aperte (schema in alto). In caso di tempesta di breve durata, le paratie vengono chiuse in un’ora (al centro). Se la tempesta si prolunga, la diga viene chiusa solo parzialmente perché l’acqua di mare possa sempre risalire l’estuario (disegno in basso).

Al termine di ogni ciclo, dai battelli speciali si staccano le scialuppe di servizio che portano al Meetdienst i nastri, i dischi e le cassette dove è registrata tutta la storia dell’operazione. Continua Killan,

I calcolatori di bordo lavorano in tempo reale mentre qui a terra vengono analizzate ed elaborate successivamente tutte le informazioni relative a ogni operazione: tutto questo serve a conoscere che cosa è successo là sotto. È come fare con precisione centimetrica il rilievo di una costruzione che non si può vedere, coperta da 30 metri d’acqua. Poi i dati elaborati tornano ai battelli e servono da informazione-base per la successiva operazione, e vanno anche a tutti quelli che ne hanno bisogno: progettisti, disegnatori, costruttori. Le dimensioni precise delle paratie mobili, per esempio, possono essere definite solo dopo aver saputo con esattezza dove sono stati posati i pilastri che le devono sostenere. Se il chip non fosse esistito, avremmo dovuto senz’altro inventarlo per costruire la diga dell’Oosterschelde.

E probabilmente ci sarebbero riusciti. Non sono stati gli olandesi a inventare la Philips, sicura come un rimorchiatore del porto di Rotterdam, e capace, in questi anni inquieti, di prendere al traino colossi come la Grundig tedesca e la Ignis nostrana e toglierli dalle secche della crisi?

Milioni di italiani non hanno mai visto l’Olanda, né un olandese, ma hanno in casa almeno una lampadina, una birra e un panetto di margarina fabbricati in quel piccolo paese eternamente in lotta con le burrasche del Mare del Nord; e un po’ del metano necessario per friggere quella margarina viene dai suoi giacimenti di Groningen.

Non erano così ricchi, né tanto felici gli olandesi nel 1953: da poco tempo avevano finito di ricostruire l’indispensabile per vivere, distrutto da una guerra che non avevano voluto e dalla quale avevano cercato invano di stare alla larga. Ma per il dittatore nazista Adolf Hitler il concetto di rispetto della neutralità era una parola senza senso: il 10 maggio 1940 invase l’Olanda disarmata e in cinque giorni la occupò tutta. Il 15 maggio, arrivato al mare, distrusse il porto di Rotterdam. L’occupazione fu lunga e terribile; 13 mila combattenti della Resistenza furono uccisi e 100 mila ebrei che da secoli avevano trovato nella tollerante Olanda un rifugio sicuro da ogni persecuzione furono deportati e sterminati. Jodenhoek, il vivace quartiere ebraico di Amsterdam, divenne una città morta, cimitero di appartamenti deserti: nella soffitta di uno di essi, una bambina, Anna Frank, raccolse in un diario il testamento di quegli orrori.

Nel gennaio 1953, l’indispensabile era stato ricostruito: si poteva riprendere la lotta contro il nemico di sempre, il Mare del Nord. Il 29 gennaio una commissione governativa aveva presentato i risultati dell’ennesimo studio di un vecchio problema, troppo difficile da risolvere: la protezione delle terre, un po’ isole e un po’ paludi, appartenenti al grande estuario di tre dei maggiori fiumi europei, la Schelda, il Reno e la Mosa, una regione da sempre chiamata con un nome che non ha bisogno di traduzioni: il Delta.

La proposta suggeriva di risolvere una volta per tutte il problema con una serie di dighe, più alte e più robuste di quelle che già proteggevano le isole e le cose del Delta. Ma il Mare del Nord fu più veloce del Parlamento chiamato a dare una risposta: nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1953 scatenò una tempesta eccezionale: 1835 persone e 100 mila animali annegarono; 47 mila case andarono distrutte, 150 mila ettari di terra furono allagati e 70 mila abitanti dovettero abbandonare la regione. Era finito il tempo delle commissioni e degli studi parziali; il 5 novembre 1957 il Parlamento approvò il Piano globale che avrebbe risolto una volta per tutte il problema della sicurezza delle terre del Delta. Una serie di dighe, da costruire nell’arco di 21 anni, avrebbe chiuso tutto l’enorme estuario a eccezione dei due canali alle estremità est e ovest, che danno accesso ai porti di Rotterdam e di Anversa, in Belgio. Al termine del progetto, le coste dell’Olanda sarebbero state più corte di 700 chilometri…

Spiega Killan,

Quando, il 23 giugno 1976, il Parlamento prese la decisione finale di costruire un a diga a paratie mobili sull’estuario della Schelda, tutti noi olandesi fummo coinvolti in una scommessa: dimostrare al mondo che eravamo in grado di proteggere la nostra terra dagli assalti del mare senza snaturare le sue caratteristiche. In altre parole, che il progresso tecnologico non deve necessariamente provocare un a violenza all’ambiente.

Una scommessa che può considerarsi vinta…

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Piero Piazzano

A PROPOSITO/ Piero Angela

Perché in Olanda sì e da noi no. Ovvero, i guasti delle inferiorità educative

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Piero Angela in una rielaborazione artistica di Giacomo Giannella / Streamcolors.

La storia dell’ingegner Killan mi consente di ricordare un argomento chiave nei miei libri e nelle mie conferenze: il rapporto tra l’educazione e lo sviluppo (o il sottosviluppo). E di sottolineare che la risorsa chiave dell’era elettronica non è il petrolio ma l’intelligenza; che la vera ricchezza è quella di “mettere in forma” le cose che ci circondano (15 chili di proteine, 85 grammi di cloro, 3 grammi di ferro, 35 grammi di sodio, 240 grammi di potassio e 4-5 secchi d’acqua “messi in forma” danno quella meravigliosa macchina che è il corpo umano).

Vogliamo fare un esercizio di immaginazione? Bene, supponiamo che l’Olanda subisca una nuova, gravissima inondazione e che una parte delle sue terre, come nel 1953, venga nuovamente sommersa, lasciando senza tetto e senza beni l’ingegner Killan e altri due milioni di persone. Immaginiamo che questi due milioni di olandesi decidano allora di ricostruirsi un avvenire altrove, e si trasferiscano, con i soli abiti che indossano, in una qualsiasi parte del globo non abitata. Supponiamo che non ci si occupi più di loro per 25 anni. Tornando a vederli a 25 anni di distanza, che cosa pensate che si troverebbe? Paludi? Scheletri? Baraccati? Oppure università e campi da tennis?

Io opterei per quest’ultima ipotesi. Mi pare, cioè, quasi automatico il fatto che una tale popolazione, grazie al tipo di educazione ricevuta (conoscenze tecniche, spirito d’iniziativa, senso dell’organizzazione), riesca ad adattarsi in un ambiente nuovo e a trasformarlo a suo vantaggio. Gli eventuali prestiti da parte di enti internazionali o di paesi industrializzati non costituirebbero dei sussidi di povertà ma un carburante per fare decollare una macchina che è già pronta a girare a pieno regime e ha solo bisogno di “polverine” per mostrare le sue capacità di montaggio.

Se invece venissero trasferiti nella stessa regione disabitata, in condizioni analoghe, gli abitanti di una delle nostre zone “diseredate”, dopo 25 anni troveremmo università e piscine? O sempre miseria?

È bene sottolineare, naturalmente (ma ogni lettore lo ha capito), che non si tratta qui di un problema “razziale”, ma semplicemente educativo. Gli uomini alla nascita sono tutti potenzialmente capaci di cose straordinarie: è l’educazione che consente loro di esprimere questo potenziale oppure no. È insomma l’educazione ricevuta da un individuo (o da una società) a determinare la sua capacità di “mettere in forma” le cose che ha intorno a sé, e non l’inverso. In conclusione: non esistono inferiorità congenite, esistono invece delle inferiorità educative. E queste (a volerlo) possono essere superate in breve tempo. È stato, infatti, il figlio di un emigrato lucano di Sasso di Castalda, Rocco Petrone, a dirigere presso la Nasa il lancio dei voli Apollo: questo esempio dimostra che nel giro di una sola generazione si può, grazie all’educazione, passare dai sassi della preistoria tecnologica alla direzione della più grande impressa organizzativa del nostro tempo.

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A proposito di Venezia, leggi anche:

Dalla collana “La meglio Europa”: