Venezia ha reso omaggio
a Giancarlo Ligabue,
imprenditore ed esploratore

Lo ha fatto con una spettacolare mostra che
ripercorre la storia dei 100 anni dell’azienda
di catering e di approvvigionamenti navali
intitolandogli il Museo di Storia Naturale
al quale ha donato molti suoi preziosi reperti,
tra i quali gli scheletri di un dinosauro,
l’Ouranosaurus nigeriensis, e quello
del più grande coccodrillo della storia, scoperto
durante uno delle 130 spedizioni nei cinque continenti
del famoso paleontologo (Venezia 1931-2015, foto)

Il tempo della Storia

Negli anni di mia direzione di Genius, dell’Europeo e di Airone più volte ho usufruito della stimolante collaborazione dell’imprenditore-paleontologo Giancarlo Ligabue (Venezia 1931-2015), del figlio Inti (per l’edizione di Airone junior) oggi esperto timoniere della Grande Impresa di famiglia creata dal nonno Anacleto (1894-1971), e dei collaboratori della sua Fondazione, “una vera e propria arca della conoscenza, capace di affascinare e sorprendere chiunque abbia sete di sapere” (Alberto Angela).

Per questo mi ha fatto grande piacere vedere Venezia rendere omaggio a Giancarlo con una grande mostra che ha rievocato la storia dei primi 100 anni della Ligabue Spa (la più antica società al mondo di catering e approvvigionamenti navali) attraverso un allestimento ricco di apparati multimediali, grandi schermi, installazioni interattive che hanno portato alla luce filmati, foto e oggetti provenienti dall’archivio aziendale (la mostra è stata promossa proprio dalla Ligabue Spa), dalle Teche Rai e dalla Camera di Commercio di Venezia. E per questo ho apprezzato la decisione della Giunta comunale di Venezia e della Fondazione Musei civici di quella città lagunare di intitolare il Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue: sarà questo d’ora in poi il nome ufficiale del museo naturalistico della città, ospitato nel bellissimo edificio del XIII secolo che fu il Fontego dei Turchi, affacciato sul Canal Grande. Una decisione presa “per ricordare la passione per la ricerca, ma soprattutto l’impegno profuso nei confronti di questo Museo e della città da parte di Giancarlo Ligabue”. In quelle stanze sono custodite oltre 2.000 reperti della collezione Ligabue, i più importanti dei quali sono gli scheletri di “Ouranosaurus Nigeriensis” e del coccodrillo “Sarcosuchus imperator”.

Giancarlo Ligabue con scheletro dinosauro

Giancarlo Ligabue in un’immagine scherzosa scattata subito dopo il suo dono al Museo di Storia Naturale di Venezia: lo scheletro del dinosauro, Ouranosaurus nigeriensis, da lui scoperto in Africa.

Aveva una vita e ne ha voluto vivere due

è la definizione più indovinata per delineare un ritratto di questo appassionato studioso, ricercatore ed esploratore veneziano, alla guida di un’azienda di catering e approvvigionamenti navali ereditata dal padre e da lui resa internazionale: oggi è presente in 14 Paesi con 7.720 collaboratori di 42 diverse nazionalità, assicura circa 40 milioni di pasti l’anno, con un giro d’affari nel 2018 di oltre 321 milioni di euro, + 12% rispetto all’anno precedente, +80% dal 2009.

Una personalità eclettica della cultura, Giancarlo, un moderno avventuriero assetato di sapere e di conoscenza del passato come del presente, desideroso di capire i mondi e le culture diverse; un collezionista instancabile, sostenitore di giovani ricercatori e di grandi imprese scientifiche. Un uomo che ha saputo alternare la sua vita di imprenditore con quella di studioso – un dottorato in paleontologia alla Sorbona e cinque lauree honoris causa – attingendo al suo Dna di esploratore per l’una e per l’altra attività.

Con il Centro Studi e Ricerche Ligabue da lui istituito, forte di un comitato scientifico internazionale, Giancarlo ha promosso o sostenuto in 40 anni – spesso guidandole direttamente – oltre 130 spedizioni nei diversi continenti a fianco delle principali istituzioni scientifiche internazionali, scoprendo sei giacimenti di dinosauri, cinque di ominidi fossili, diverse etnie in via di estinzione o sconosciute al mondo occidentale, e ancora città sepolte, necropoli, insediamenti, centri megalitici, pitture e graffiti rupestri, nuove specie di animali e impronte fossili.

Diversi gli ambiti di interesse – paleontologia, etnografia, archeologia, scienze naturali -, tantissime le pubblicazioni scientifiche (a me piace ricordare il Ligabue Magazine che, con la direzione editoriale di Alberto Angela, del quale riproduco a seguire il commosso saluto finale, arricchiva le mie conoscenze geostoriche), le testimonianze e i materiali documentari che oggi vengono valorizzati dalla Fondazione che porta il suo nome, voluta e presieduta dal figlio Inti Ligabue: un’istituzione che prosegue l’impegno del Centro Studi, sorto nel 1973, scegliendo la via della ricerca e della divulgazione, con l’intento di “conoscere e far conoscere” e con tante iniziative culturali offerte alla città.

Il rapporto tra Giancarlo Ligabue e il Museo di Storia Naturale di Venezia inizia nella metà degli anni Settanta in seguito a una missione di scavo organizzata dal paleontologo veneziano nel deserto del Ténéré, nel Niger orientale, in collaborazione con Philippe Taquet del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi.
Le operazioni di scavo iniziarono il 17 novembre del 1973 nel sito di Gadoufaoua (Niger) – che significa “dove fuggono i cammelli” – e si protrassero per circa un mese.

Ospedale militare di Treviso, 1915 - Anacleto Ligabue

Ospedale militare di Treviso, 1915, il primo a destra è Anacleto Ligabue. (Da Giancarlo Ligabue, “Anacleto Ligabue”, Venezia 1971).

sergente Anacleto Ligabue - Circolo ufficiali di Venezia

Il sergente Anacleto Ligabue nel suo ufficio alla direzione del Circolo ufficiali di Venezia. (Da Giancarlo Ligabue, “Anacleto Ligabue”, Venezia 1971).

La vastità e la ricchezza del giacimento permisero di raccogliere un’enorme quantità di fossili che, consolidati dai tecnici della spedizione, vennero trasportati in Europa per essere restaurati e studiati al Museo parigino. Si tratta di fossili di organismi vissuti nel Cretaceo inferiore, circa 110 milioni di anni fa, che testimoniano un clima caldo umido con un paleo-ambiente caratterizzato da una foresta tropicale con alberi alti fino a trenta metri e grandi zone paludose in cui vivevano pesci e molluschi.

Tra i fossili più importanti c’era lo scheletro quasi completo di un Ouranosaurus nigeriensis, lungo oltre sette metri. Giancarlo decise di donare alla città di Venezia lo scheletro del dinosauro – l’unico pressoché completo in un museo italiano – assieme ad altri fossili dello stesso giacimento e a un impressionante scheletro di coccodrillo Sarcosuchus imperator, la specie di coccodrillo più grande mai esistita. Gli straordinari reperti vennero trasportati a Venezia ed esposti al pubblico nel 1975.
Ligabue voleva che il materiale donato venisse “degnamente esposto”: volle essere coinvolto nella sistemazione dei reperti paleontologici all’interno del Museo e partecipò alle spese di trasporto e allestimento.

Per Giancarlo il Museo divenne l’altra grande passione della vita. Vedere i bambini ammirati davanti al “suo” dinosauro lo emozionava. Prima quasi dimenticato, il Museo veneziano ricevette da questo straordinario evento un nuovo slancio.
Nel 1978 il Sindaco di Venezia Mario Rigo nominò Ligabue Presidente del Museo, una carica onorifica ma che investì Giancarlo di nuovo entusiasmo. Fu anche Presidente del comitato scientifico internazionale che egli stesso aiutò a comporre insieme all’allora direttore.

Al Museo, frutto di campagne di scavo e spedizioni scientifiche in tutto il mondo, Giancarlo Ligabue donò e diede in deposito permanente, a partire dagli anni Settanta e poi per la riapertura delle sale espositive tra il 2010 e il 2011, oltre 2.000 reperti provenienti dai diversi ambiti di ricerca del Centro Studi e Ricerche.
Negli anni Ottanta e Novanta furono sviluppati anche singoli progetti di allestimento con materiali della sua collezione: una saletta di museologia scientifica al piano terra; la sala di icnologia, originalissima, che conteneva una straordinaria raccolta di impronte e tracce fossili.

La grande mostra “I Dinosauri del Deserto del Gobi” del 1992, ispirata dalle spedizioni in Mongolia finanziate dal Centro Studi e Ricerche, grazie all’intermediazione di Giancarlo presentò per la prima volta in Occidente molti scheletri completi di dinosauro, facendo registrare oltre 120.000 visitatori. Un numero sorprendente se si pensa che nel decennio precedente la media era attestata attorno ai 20.000 visitatori l’anno. (Questa e altre spedizioni di successo gli meritarono l’invito del direttore Bill Garrett a visitare a Washington il mitico National Geographic Magazine, “noi andiamo nei posti che meritano di essere narrati, abbiamo quello che agli altri manca”).

Uomini e mezzi della Ligabue Spa a bordo di una chiatta nel bacino di San Marco, anni Settanta. (Archivio Gruppo Ligabue)

Uomini e mezzi della Ligabue Spa a bordo di una chiatta nel bacino di San Marco, anni Settanta. (Archivio Gruppo Ligabue).

L’attesa riapertura della sede nel 2010, dopo diversi anni di chiusura per lavori di riallestimento e di adeguamento impianti, permise a Giancarlo già malato, di vedere il “suo” dinosauro nel nuovo percorso e di intrattenersi per un’ultima volta, come amava fare lui, con i giovani visitatori, per raccontare loro aneddoti e avventure.
Oggi la prima sala del Museo di Storia Naturale di Venezia divenuto, con i suoi 80.000 visitatori annui, uno dei più visitati in laguna – una sala di grande effetto scenico, portale d’accesso alla sezione paleontologica – è dedicata proprio alla spedizione che Giancarlo Ligabue organizzò nel deserto del Ténéré e ai due giganteschi, straordinari reperti che hanno resa famosa quell’avventura, celebrata dalla stampa internazionale e di tutto il mondo.

Quindi, nella sezione del Museo dedicata agli “esploratori veneziani, racconti di viaggi, ricerche e spedizioni”, la figure di Giancarlo è ricordata in un’apposita sala, accanto a grandi protagonisti delle ricerche di fine Ottocento-inizi Novecento, come Giovanni Miani e Giuseppe de Reali.

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SÌ, MI RICORDO

Giancarlo, mio complice

nel catturare le più piccole

meraviglie del mondo.

Firmato: Alberto Angela

Alberto Angela

Alberto Angela (Parigi, 1962), paleontologo, divulgatore scientifico e conduttore televisivo.

Era l’alba, nel deserto egiziano. L’accampamento era ancora addormentato e così ho deciso di salire su una duna per assistere al sorgere del sole. Tutto era avvolto nel silenzio e l’aria, freddissima, sembrava immobile. Poi all’improvviso il sole è spuntato. Non lo avevo mai visto così. Era schiacciato, ovale, sempre più infuocato. Mentre lo osservavo, mi sono accorto che a pochi metri da me c’era Giancarlo Ligabue che aveva avuto la mia stessa idea e guardava questo spettacolo incredibile. Ci siamo guardati. Non ci siamo detti nulla. Ha fatto un ampio sorriso, ha strizzato l’occhio ed è tornato a osservare il sole sempre più caldo sulla pelle. Ecco, io Giancarlo lo ricordo così, complice nel catturare le più piccole meraviglie del mondo e amante della scoperta, dell’avventura…ma sempre con una battuta o con una bella risata.

Lo scorso gennaio Giancarlo Ligabue, il fondatore del Centro Studi e Ricerche Ligabue e di questo Magazine, è scomparso. Giancarlo era un uomo raro, un imprenditore capace di percorrere il mondo per lavoro e contemporaneamente (o forse prima) di salire su un elicottero per partire in spedizione insieme ad antropologi o archeologi di fama mondiale, con l’obiettivo di capire, studiare, indagare e cercare un contatto con civiltà scomparse o etnie dimenticate.

Animato da questa inesauribile sete di conoscenza ha percorso per oltre 30 anni le vie più affascinanti delle esplorazioni. Dagli esili sentieri con strapiombi sulle Ande, ai tracciati invisibili nelle giungle a semplici direzioni tra le dune nel deserto. Il risultato di questa sua sconfinata curiosità e sete di sapere sono oltre 130 spedizioni, 80 tra documentari e filmati, decine di volumi editi, centinaia di comunicazioni scientifiche. Ha donato un dinosauro scoperto nel Niger al Museo di Storia Naturale di Venezia, lavorato in Perù con Walter Alva esplorando nuove tombe a Sipan, ha collaborato in Tanzania con Donald Johanson e Tim White (che hanno trovato e studiato il famoso ominide Lucy), consentendo il ritrovamento di una nuova forma di antenato del genere Homo.

Il Magazine riporta, integrale, un tesoro del suo libro “Ecce Homo” pubblicato con l’aprirsi del terzo millennio, dal titolo omonimo. Un’indagine sui problemi ambientali, sociali, scientifici, sul futuro della ricerca, sull’uso delle risorse e la necessità di testimoniare il nostro tempo. Quasi fosse un’eredità del suo pensiero dopo tanti anni di viaggi.

Tra le varie eredità che ci ha lasciato, una delle più belle è proprio questo Magazine. Lo si può paragonare a una caravella (o forse sarebbe più corretto dire a una galea veneziana), capace di riportare dalle terre lontane del sapere storie, scoperte, tradizioni spesso di epoche dimenticate. A ogni numero il suo “equipaggio”, con il quale ho il privilegio e il piacere di lavorare, naviga sulle rotte immaginarie del suo “ammiraglio”, oggi scomparso. Forse è il modo migliore per mantenere accesa quella sua grande curiosità che ha sempre colpito tutti coloro che lo hanno conosciuto…

Ciao Giancarlo. Non scorderemo mai il tuo sorriso e la tua voglia di scoprire il mondo.

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* Fonte: Ligabue Magazine, n. 66/2015.

“Mio padre Giancarlo abbracciava

tutti: i locali, gli indigeni, teneva per mano

un pigmeo. E perfino… il dinosauro”

intervista con Inti Ligabue / Metropolitano.it*

Inti Ligabue

Inti Ligabue (Venezia, 1981), figlio di Giancarlo e presidente e amministratore delegato della Ligabue Spa. Si è laureato in economia all’Università di Bologna e Master alla Bocconi e all’Harvard Business School. È padre di Diletta, nome dato anche alla nave fluviale in costruzione destinata ai viaggi sul Danubio.

L’intitolazione del Museo veneziano è una delle cose che in questo periodo mi sta dando più emozione, più gioia. Ne sono orgoglioso come cittadino, mi auguro che sia un bell’esempio per i veneziani che vedono un loro concittadino insignito di questo grande onore. Come figlio è qualcosa che va oltre”, commenta sorridendo e allargando le braccia Inti Ligabue. “È il mio sogno dal giorno dopo che papà è mancato, è un modo di ricordarlo, omaggiarlo per la sua passione. Sono già emozionato al pensiero di quando porterò mia figlia Diletta a conoscere il nonno nel Museo che gli è stato intitolato”.

La notizia arriva per lui nell’anno del centenario dell’azienda di famiglia fondata dal nonno Anacleto nel 1919. Una dinastia imprenditoriale nel catering, la loro, che è passata sotto la direzione anche dello stesso Giancarlo, paleontologo e imprenditore al tempo stesso. Se sui suoi studi c’è molta letteratura, poco invece si sa di quanto ha saputo fare dal punto di vista imprenditoriale.

Fondaco dei Turchi

Il Fontego dei Turchi affacciato sul Canal Grande, sede del museo di Storia Naturale di Venezia.

Venezia - Sala Museo Giancarlo Ligabue

Venezia: la sala paleontologica del Museo dedicata a Giancarlo Ligabue con lo scheletro di Ouranosaurus nigeriensis scoperto durante uno delle 130 spedizioni nei cinque continenti del famoso paleontologo veneziano mancato nel 2015.

Quando è entrato in azienda Giancarlo Ligabue?

“Nel 1971, l’anno prima di una delle sue spedizioni più importanti. Papà ha reso internazionale l’azienda, l’ha diversificata sia geograficamente che a livello di attività. I servizi aeroportuali si sono estesi in tanti aeroporti italiani con la gestione di bar, ristoranti, negozi, duty free shop. Nel 1974, a Trieste, ha inaugurato il più grande magazzino frigorifero del mondo per forniture navali. Nel 1975 la rivista Fortune gli ha dedicato per questo la copertina. Negli anni ’80, poi, ha aperto gli studi alla gastropsicologia: riteneva che i colori cibo siano importantissimi, perché “si mangia con gli occhi”…Nel 1985 ha rifornito la prima stazione italiana appena aperta in Antartide (ora base Mario Zucchelli) che riforniamo ancora oggi. Negli anni ’80 i campi petroliferi in Iran».

Rivista Fortune dedica a Giancarlo Ligabue la copertina del numero del dicembre 1975

La rivista Fortune dedica a Giancarlo Ligabue e alla sua azienda la copertina del numero del dicembre 1975.

Poi c’è la parte che tutti conoscono. Le esplorazioni, le scoperte…

“Quella è la parte più divertente della storia e quella che amava di più.
Nel guardare le sue foto ho scoperto una cosa di mio papà. A differenza di altri, che avevano un atteggiamento “coloniale”, lui abbracciava sempre tutti: i locali, gli indigeni, teneva per mano un pigmeo. Perfino… il dinosauro, quello trovato nel Niger sahariano. Di recente ho trovato anche la custodia di un coltellino, che racchiude una storia”.

Ce la racconta?

“Papà portava sempre con sé un coltellino svizzero. Nel 1993 fu fatto prigioniero dai guerriglieri in Colombia. Ne parlarono tutti i giornali, perché era assieme a dei giornalisti. Con un elicottero stavano sorvolando la foresta alla ricerca di una popolazione, i Chocò. Individuarono un villaggio dove atterrarono. Videro uscire dalle capanne degli uomini in mimetica. Erano guerriglieri. Li fecero entrare in una capanna e li sottoposero a una giornata di interrogatori. Mio padre continuava a ribadire che era un antropologo e che era lì solo per degli studi, ma non riusciva a convincerli. A quel punto disse: ‘Sentite, credo sia ora di andare, perché dall’altra parte del mondo anch’io ho la mia guerra a Venezia, con mia moglie, che è boliviana, quindi potrete ben capire’. Una battuta e il guerrigliero gli sorrise e inaspettatamente rispose: “Forse è meglio che andiate”. Papà si alzò e gli porse in dono il suo coltellino svizzero. Lo tirò fuori dalla custodia dove avevo scritto ‘Torna a casa papà, 1993’ e aggiunse ‘Sa, devo tornare a casa da mio figlio che mi aspetta’. Questo gli dette una pacca sulla spalla e li lasciò andare via. Ma l’elicotterista non voleva ripartire. Era terrorizzato perché diceva che non avevano mai rilasciato nessuno: ‘Questi ci tirano giù con il bazooka appena ci alziamo con l’elicottero!’ Con lui c’erano Victor Santander, un ex-militare peruviano che seguiva tutta la parte operativa, Viviano Dominici del Corriere della Sera, Sergio Manzoni inviato Rai con il suo cameraman e un altro antropologo. Questo Santander, quasi minacciando di ucciderlo, dice all’elicotterista: ‘Tu parti, voli raso foresta e schizzi via’. E così fu. Arrivarono salvi a Bogotà”.

Una storia lunghissima quella di Giancarlo…

“Sì. E per certi aspetti controversa. Fu premiato dall’Unesco, gli conferirono cinque lauree Honoris causa ma una parte di mondo accademico non lo ha mai trovato adeguato, mentre un’altra lo ha invece considerato un perfetto raccordo tra il mondo accademico e l’imprenditoria del fare. Fu anche eletto al Parlamento Europeo dal 1994 al 1999. Ci sono stati anche episodi drammatici nella vita di papà, come quello dell’incendio a Livorno della nave Moby Prince, nel 1991. Morirono sei nostri collaboratori. Un fatto che lo provò molto”.

Ora invece sarebbe felice: l’intitolazione del Museo di Storia Naturale, il centenario della vostra azienda…

“Il centenario rappresenta per noi un importante momento di riflessione in cui capire cosa siamo e cosa vogliamo essere. Mio padre diceva che questa è un’azienda molto complessa, che quando una farfalla sbatte le ali in Medio Oriente qua c’è un terremoto. Quindi, per affrontare questa tipologia di riflessi, dobbiamo essere velocissimi. Al di là di questo, per il centenario abbiamo molte iniziative in cantiere, tra cui alcune mostre che la Fondazione ha inserito nel suo intenso programma per il prossimo triennio”.

Ci anticipa qualcosa?

“Una mostra sarà sull’arte tribale che lui ha sempre molto amato, una sull’Oceania. Mio padre era anche un amante delle caricature e faremo dunque una mostra sul Segno, sulle caricature antiche che sono l’estro del genio, l’ironia del pittore a partire dal Cinquecento. La terza mostra sarà davvero una sorpresa. Tutte saranno per la città, a ingresso gratuito”.

Deserto del Sahara, 1988: Giancarlo Ligabue con il figlio Inti

Deserto del Sahara, 1988: Giancarlo Ligabue, allora 57enne, con il figlio Inti, 7, destinato a succedergli alla guida del Gruppo.

Cosa le manca di più di suo papà?

(Sospira) “Sa, non è una domanda facile. La sua presenza in generale, il poter fare una bella chiacchierata. Mi manca molto la sua approvazione su quanto ho fatto fino a oggi. Potergli chiedere: cosa ne pensi di tutto questo? Il suo punto di vista su alcuni aspetti, non attuali, ma senza tempo, sull’arte, sulla vita. Anche se alcune cose mi sono rimaste. Alcuni suoi esempi, alcune sue frasi. Ma oggi, sì, fare una bella passeggiata in una mostra organizzata tra noi e chiedergli: cosa ne pensi papà? Forse è questo ciò che mi manca di più.

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* Fonte: Metropolitano.it, le buone notizie dal territorio dell’area metropolitana di Venezia, 9.9.2019.

Author: admin

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2 Comments

  1. Carissimo Salvatore, anche il tuo è un caro e importante omaggio per illuminare la figura di Giancarlo. È stato un anno davvero speciale per la famiglia Ligabue. Grazie davvero.
    L’intitolazione del Museo veneziano a Giancarlo Ligabue è stata un’iniziativa attesa ed emozionante. Un gesto “dovuto” ma per nulla scontato, come hanno ribadito il Sindaco Luigi Brugnaro e il Direttore dei Musei Civici Gabriella Belli durante la cerimonia.

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  2. Ricordo che, direttore Salvatore Giannella, nella primavera del ‘94 l’Airone d’oro volò a Venezia in onore dei primi dottori Italiani in scienze ambientali laureati in quella Università e per premiare Giancarlo Ligabue. Quando gli fu chiesto qual era il segreto del suo successo di imprenditore e di esploratore, Ligabue rispose: “Mescolo il sogno con la curiosità”.

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