La notizia del premio Zingarelli alla carriera che hanno voluto assegnarmi a Cerignola (Foggia) mi ha riportato con la memoria a una mattina del febbraio 1975 quando, giovane cronista, arrivai in quella città del Tavoliere pugliese dove nella notte un gruppo di fascisti aveva sparato all’affresco di 150 metri quadrati raffigurante “Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno” danneggiando quell’opera d’arte in più punti. Per un articolo destinato al settimanale Il Mondo avevo incontrato qualche mese prima lo sponsor di quel murale, lo scrittore e pittore Carlo Levi, quello di Cristo si è fermato a Eboli, che mi svelò molti particolari della vita di Peppino Di Vittorio, una delle figure più carismatiche della nostra storia recente su tre temi centrali (il lavoro, la democrazia e l’Europa), da lui appresi mentre il leader sindacale posava per la sua pittura.

Mi piace ricordare un paio di frammenti di quella straordinaria vita (sconosciuta al 90 per cento dei giovani prossimi alla maturità e, a detta di Dario Fo, anche a molti della sinistra che, “ignorando il passato non sa più neanche prevedere il futuro”) che hanno punti di contatto con la situazione attuale dell’economia e della politica in Italia. Uno riguarda il primo giorno di lavoro del poverissimo ragazzo Di Vittorio. Suo padre, salariato fisso in una grande masseria, era morto di polmonite per aver voluto mettere in salvo il bestiame dell’azienda nel corso di un improvviso e violento temporale. Peppino, sette anni, era rimasto con la sorella Stella, dodici anni, e la madre che cercava di guadagnarsi il pane lavando i panni dei vicini di casa. Aveva dovuto abbandonare la scuola alla seconda elementare e mettersi sul mercato dei braccianti, in piazza, dove fu assunto per raccogliere i piselli. Il primo giorno di occupazione colse il giovanissimo Peppino del tutto impreparato: la sveglia precoce, i canti degli uccelli in campagna, il socializzare con gli altri compagni di lavoro, causarono una certa lentezza nel raccogliere i piselli e immetterli nel sacco. Il proprietario terriero, sopraggiunto nel campo constatò che il ragazzo aveva raccolto soltanto pochi chili di piselli e lo avvertì che se l’indomani non avesse reso sufficientemente l’avrebbe licenziato. “Quel datore di lavoro”, confidò Di Vittorio a Levi, “mi spiegò che lui aveva investito tot lire nell’acquisto del concime e degli antiparassitari, tot di tasse, tot ai raccoglitori…Portando il raccolto al mercato, sperava di guadagnare la somma intera spesa più quel profitto ragionevole necessario per consentire una dignitosa sopravvivenza sua e della sua famiglia. Se lui, Peppino, raccoglieva pochi piselli, era a rischio la dignitosa vita della sua famiglia”. Aggiunse Levi: “Di Vittorio mi confessò che fu la prima lezione di economia politica che avesse ascoltato nella vita, più chiara anche di tante altre lezioni ascoltate da futuro segretario della Cgil”.

Il secondo ricordo evocato da Cerignola (dove tornai, come inviato del settimanale L’Europeo, nel giugno del 1977, per l’occupazione delle terre incolte da parte dei braccianti) è legato al moltiplicarsi in Italia dei casi dei casi ormai contrassegnati con la locuzione a sua insaputa: dopo la casa con vista sul Colosseo e i posti barca a Imperia ottenuti appunto a sua insaputa dall’ex ministro Claudio Scajola, e i casi della ristrutturazione della casa di Bossi senior e della laurea albanese di Bossi jr (benefici ottenuti a insaputa dei due politici della “family” leghista), per citare i fatti di cronaca più eclatanti, assume un valore ancor più straordinario il testo di una lettera poco conosciuta che è stata consegnata dalla famiglia Pavoncelli, durante la lavorazione della fiction Rai Pane e libertà, all’associazione “Casa Di Vittorio“ e alla sua guida creativa Giovanni Rinaldi. (Info: corso Garibaldi 13, 71042 Cerignola, tel. 0885.449474; altro indirizzo utile: Fondazione Di Vittorio, via Donizetti 7/b, 00198 Roma, tel. 06.84081713).

Salite con me in un’immaginaria macchina del tempo e portiamoci a Cerignola, vigilia di Natale del 1920. Di Vittorio, 28 anni, è stato il segretario del circolo giovanile socialista e a breve, nel 1921, sarà eletto deputato. In questo periodo in Puglia e nel resto d’Italia dilaga il fascismo, con la violenza più spietata nei confronti del movimento dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali. In questo clima, a casa di Peppino Di Vittorio arriva un cesto-dono offerto dal conte Giuseppe Pavoncelli (Cerignola 1836 – Napoli 1910), proprietario terriero e potente non solo nel paese (fu ministro dei Lavori pubblici del Regno d’Italia nel governo Starrabba IV), nonché spesso controparte delle locali battaglie sociali del sindacalista pugliese. Per questo, Di Vittorio lo chiamava “il Principale”. La lettera, datata 24 dicembre 1920 e rivolta all’amministratore del conte, motiva il rifiuto sofferto di quel dono, in un’epoca di povertà assoluta per la sua famiglia. Quelle poche, semplici righe trasudano etica, dignità e reciproco rispetto tra “signori” d’altri tempi (questo spiega la rivalutazione recente di un manager Fiat, Maurizio Magnabosco, che su Industria e cultura ha invitato a “rileggere Di Vittorio e le sue intuizioni moderne che avrebbe fatto del modello tedesco un riferimento per l’impresa italiana”). Si direbbe lontana anni luce dalla realtà odierna. E soprattutto rivela il raffinato senso politico-diplomatico del futuro segretario della Cgil, che con la richiesta finale della “stessa persona”, per il ritiro del dono, in un ideale scorrere al contrario dell’immagine, cerca di cancellare ogni traccia del fatto e di considerarlo come mai accaduto. Leggiamola:

Egregio Sig. Preziuso,

in mia assenza, la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato. Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato. Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente – come il nostro – ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti. Io, Lei ed il Principale, siamo convinti della nostra personale onestà ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà. È necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore. Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi ripugnanti a ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa. Sì che, io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento. Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce. Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati.

Ringrazio di cuore Lei e il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.

Dev.mo

Giuseppe Di Vittorio

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog che vuole essere una bussola verso nuovi orizzonti per il futuro, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “Guida ai paesi dipinti di Lombardia”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo” e, a quattro mani con Maria Rita Parsi, “Manifesto contro il potere distruttivo”, Chiarelettere, 2019), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

A PROPOSITO

Di Vittorio, Menichella, il no ai regali. E una proposta per onorare gli eroi del lavoro

L’avanza una illustre personalità della cultura e dell’impegno civile, il merceologo Giorgio Nebbia, uno dei “padri nobili” dell’ambientalismo scientifico, per nove anni parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera

Caro Giannella, molto interessante il ricordo di Giuseppe Di Vittorio e di Donato Menichella, quelli che respingevano i regali. Nei nove anni in cui sono stato in Parlamento solo due volte mi sono trovato davanti a questo problema, forse perché non contavo niente. Un regalo, non ricordo di chi, forse pregiato, respingemmo subito con la Gabriella, mia moglie, credo che sia andata lei personalmente a riportarlo al mittente. Non ricordo bene. Una seconda volta ho ceduto alla tentazione. L’Alitalia mi ha mandato una scatoletta e subito, senza aprirla, ho telefonato di venirlo a ritirare. Il funzionario mi ha detto che si trattava di un modellino in stagno, tipo DinkyToys, di un aeroplano Alitalia, del valore allora di un paio di migliaia di lire, e di regalarlo a mio figlio. Quello l’ho trattenuto.

Comunque nel tuo intervento hai toccato di passaggio un argomento molto interessante. Quello di operai morti per salvare il lavoro, non l’interesse del padrone. Hai toccato l’argomento ricordando il padre di Di Vittorio morto per salvare le mucche del padrone, ma simbolo di un valore più grande, il lavoro.

Ci sarebbe da fare una galleria di questi italiani “speciali”. Ti cito altri episodi:

  • Leone Cuzzo, morto nel 1980 in seguito al crollo di una parte dell’Acquedotto Pugliese dopo il terremoto (vedere il quotidiano di Bari La Gazzetta fel Mezzogiorno, 16 luglio 2012).
  • Francesco Pizzuto, 42 anni, padre adottivo di tre figli, operaio forestale stagionale, morto nell’estate 2012 a Castronovo di Sicilia per andare a recuperare un manicotto, strumento di lavoro, rimasto indietro in una zona già invasa dal fuoco.
  • Tarik Naouch, 29 anni, di Beni Mella, marocchino, morto il 20 maggio, alle 4 del mattino, era di turno alla Ursa di Bondeno. Appena cominciata la scossa del terremoto che ha ferito l’Emilia è uscito dall’azienda, poi è rientrato forse “per chiudere il gas” hanno detto i compagni. Cugino di Mohamed Azaar, anch’egli morto dieci giorni dopo, a causa del terremoto del 29 maggio, era venuto ad abitare in Emilia per lavoro coi genitori nel ’94 e da poco aveva chiesto la cittadinanza. Aveva una bella testa di riccioli neri e voleva sposare la fidanzata (o portare qui la giovane sposa, non è chiaro) che vive in Marocco e che a giugno compirà 18 anni.

Chi sa quanti altri episodi. Tanti altri muoiono e sono morti sotto le macerie o sul posto di lavoro, ma questi erano già salvi e “sono tornati indietro” per salvare strumenti di lavoro che non erano neanche loro.

Propongo che per ciascuno di questi eroi del lavoro si faccia un funerale solenne in Santa Maria degli Angeli, a Roma, con la presenza del Presidente della Repubblica, proprio come si fa per i caduti in Afghanistan. I quali sono lavoratori, soldati, cioè “assoldati”, salariati, morti durante il lavoro: come un operaio che cade da un’impalcatura.

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* Giorgio Nebbia, merceologo con una quarantennale attività di docente, pioniere dell’ecologia in Italia. Ha orientato i suoi studi sull’analisi del ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sulle questioni relative alla risorsa acqua. È stato deputato (dal 1983 al 1987) e senatore (dal 1987 al 1992) della Sinistra indipendente. Per contattarlo: nebbia@quipo.it