Carlo Pedretti: la mia vita con
quel genio di Leonardo

SULLE SPALLE DEI GIGANTI – Reprint

intervista di Salvatore Giannella

Il colpo di fulmine lo ebbe a tredici anni, mi confidò in un’intervista rilasciatami per L’Europeo del 31 agosto 1981: la prima di numerosi incontri in Italia, in California, in Svizzera. Poi, un amore che dura da oltre mezzo secolo. Ecco come e perché Carlo Pedretti, professore bolognese trapiantato negli Stati Uniti, ha fatto dell’artista-scienziato rinascimentale la ragione della sua esistenza

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Carlo Pedretti con Rossana, moglie e preziosa assistente: una vita insieme, segnata da continui viaggi. Dalla natìa Bologna (dove si sono sposati nel 1957) in California (a Los Angeles sono approdati nel 1959), via Vinci (nella vicina Lamporecchio hanno preso casa nel 1984).

L’incarico lo ha ricevuto direttamente da Elisabetta II d’Inghilterra. E ora, in una Milano accaldata, questo “bolognese di stanza a Los Angeles al servizio di Sua Maestà” (così lo definisce la stessa regina) si aggira per le sale del Castello Sforzesco, accompagnato da tecnici e funzionari del comune.
Si ferma nella sala delle Asse, che fu decorata nel 1498 da Leonardo da Vinci, chiede, approfondisce, suggerisce. Tutti quei giganteschi candelabri di ferro che fanno luce sul soffitto potranno essere spostati? Quei fili elettrici deturpano i muri, potranno essere nascosti? Come funzioneranno gli antifurto e i servizi di sicurezza?

Lo studioso sta scegliendo il posto adatto per accogliere, nella primavera del 1982, una mostra che si preannuncia come il maggior avvenimento culturale dell’82 a Milano. Appesi alle pareti, dopo essere stati assicurati ognuno per un miliardo di lire, finiranno i cinquanta disegni di Leonardo che Elisabetta II conserva nella biblioteca reale del castello di Windsor. Sono disegni di paesaggi lombardi, minuziosi studi di piante e di acque in cui spicca la serie completa dei famosi Diluvi, realizzati da Leonardo durante il suo soggiorno a Milano, dal 1482 al 1513.

L’inviato della regina è Carlo Pedretti, classe 1928, dal 1959 residente negli Stati Uniti dove insegna storia dell’arte all’università della California, a Los Angeles. Ma Pedretti non è un professore e basta. È, per riconoscimento unanime, la massima autorità mondiale negli studi leonardeschi.

Come è nata questa specializzazione? Come si diventa protagonisti nel mondo dell’arte? Pedretti ha acconsentito alla mia richiesta di ricostruire, in un lungo colloquio, questa sua eccezionale esperienza di vita.

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L’Ultima Cena è un dipinto parietale a tempera grassa (e forse altri leganti oleosi) su intonaco (460×880 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1495-1498 e conservato nell’ex-refettorio rinascimentale del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano.

Professor Pedretti, quando ha incontrato per la prima volta Leonardo?

Era di casa. Ricordo che mio padre, maresciallo di finanza, aveva appeso sul mio letto, al posto della tradizionale Madonna, una grande riproduzione del Cenacolo leonardesco. Abitavamo alla periferia di Bologna, in via Carlo Zucchi. Ed è, questo, un segno del destino. Zucchi era un generale dell’esercito napoleonico, quello che razziò buona parte dei beni leonardeschi portandoli come bottino di guerra in Francia.

Segni premonitori a parte…

Leonardo mi folgora a 13 anni. L’ho incontrato su una bancarella nel 1941, in un libro di Clemente Fusero. C’era la riproduzione di un mulino, con accanto appunti manoscritti. A colpirmi furono quelle note indecifrabili, scritte nella caratteristica grafia rovesciata di Leonardo. Presi a frequentare la biblioteca dell’Archiginnasio. Ci passavo tutto il tempo libero dalla scuola. E, insieme ai fumetti di Mandrake, cominciai a raccogliere libri sul Rinascimento: arrivai ad averne 400. Nel giro di un anno avevo già letto tutto il libro scritto su Leonardo da Gerolamo Calvi. L’ho imparato a memoria, poi me lo sono riscritto da cima a fondo, per esercizio. Mi sono messo a scrivere come Leonardo. Pur non essendo mancino, mi esercitavo con la mano sinistra. Ancora oggi scrivo correttamente con la grafia rovesciata.

Perché fu importante per lei quella scrittura?

Rivelava un personaggio pieno di fascino e mistero, era il simbolo di una grande libertà, di un totale disinteresse per tutte le convenzioni. E a me, che allora ero un candido, un contestatore…

Contestatore? A 14 anni, sotto il regime fascista?

Certo. Ricordo, per esempio, quando a scuola, al ginnasio “Laura Bassi”, il professore dette a tutti gli allievi un modulo da riempire. Era il periodo della questione razziale. Dopo nome e cognome, sul modulo veniva la voce: “Razza”. Io scrissi a fianco: “Umana”. Il professore andò su tutte le furie. Mi dette un nuovo modulo indicandomi che “umana” andava sostituito con “ariana”. Dovette farlo lui, io rimasi del mio parere.

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Carlo Pedretti con alle spalle un disegno che raffigura l’Uomo Vitruviano di Leonardo.

E i suoi amici? Come giudicavano un coetaneo innamorato pazzo di Leonardo?

Ci si ritrovava nella libreria Landi, al centro di Bologna. C’erano giovani che poi sarebbero diventati noti come giornalisti (Enzo Biagi e Lamberto Sechi, Giorgio Vecchietti e Sergio Telmon, Augusto Pancaldi), c’era lo scrittore Francesco Leonetti che conversava con un giovane taciturno che veniva da Casarsa del Friuli a portare all’editore le sue prime poesie: era Pier Paolo Pasolini. E poi c’era uno che si infervorava di politica, Agostino Bignardi (nel 1972 era stato segretario del Partito liberale, ndr). A lui appiopparono il soprannome di Onorevole, a me di Leonardo. Per loro ero Leonardo Pedretti, non Carlo.

Intanto prosegue con gli studi…

Faccio il liceo, arrivo all’università, ma la guerra blocca tutto. Per guadagnare i primi soldi, mi do al giornalismo. Collaboro alla Settimana, periodico del Resto del Carlino, e a Cronache, diretto da Enzo Biagi, che era una vera fucina di giornalisti. Vado in redazione e presento le prime proposte.

Su Leonardo, immagino.

Il mio primo articolo è stato proprio su Leonardo e Niccolò Machiavelli, segretario della repubblica fiorentina. Oddio, non c’era nulla in comune tra quei due personaggi. Solo che un giorno i due si incontrarono per caso e Machiavelli, da quel volpone che era, intuì subito l’importanza di Leonardo
come ingegnere militare e lo fece assumere perché elaborasse un sistema strategico per vincere la guerra contro Pisa. Leonardo propose una strategia vincente: la deviazione dell’Arno, iniziata nel 1503 e interrotta per mancanza di soldi. Ma scrivevo anche di arte in generale, attento a dare ai pezzi un taglio sempre divulgativo, mai accademico. Quella scuola mi è stata utile per il mio mestiere di insegnante. In America c’è la tradizione dell’insegnamento come spettacolo, c’è il culto del divulgare senza annoiare chi ti ascolta. È un posto dove si troverebbero in difficoltà tanti storici dell’arte italiani che vivono arroccati nella loro torre d’avorio.

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Carlo Pedretti davanti all’ingresso del Paul Getty Museum a Malibu Beach, vicino a Los Angeles. Secondo il parere degli esperti è il museo più ricco del mondo.

Nel 1952, a 24 anni, lei diventa noto anche fuori dell’Emilia per una importante mostra su Leonardo a Bologna, di cui preparò anche un catalogo-saggio. Come nacque l’idea?

Era l’anno delle celebrazioni leonardesche in Italia per il quinto centenario della nascita. C’era un comitato nazionale presieduto dal ministro Achille Marazza. Gli scrivo e propongo di raccogliere a Bologna tutto quello che si trovava in Emilia che avesse un riferimento a Leonardo. Marazza accettò e a Bologna arrivarono disegni, teste di fanciulli, paesaggi, tutti documenti che si riferirvano al soggiorno di Leonardo nella regione. Fu un grande successo.
Un’eco internazionale fu assicurata anche da una mia teoria sull’identità della Gioconda. La identificai (ma oggi non ci metterei più la mano sul fuoco) in Filiberta di Savoia, moglie di Giuliano de’ Medici, il fratello di papa Leone X. Trovai un documento inedito sulla presenza di Leonardo a Bologna, insieme a Filiberta di Savoia e a suo marito.

Le arrivarono tante lettere…

E fu allora che scoprii l’America. Da oltreoceano mi scrissero in molti, tutte firme famose. Per esempio, il grande architetto Buckmister Fuller, quello che ha introdotto il sistema delle cupole geodetiche, ansioso di approfondire gli studi di Leonardo sulle sfere. O il medico Elmer Belt, di Los Angeles, una sorta di Pedretti americano. Lui si era appassionato a Leonardo mentre faceva l’università, ne ammirava gli studi anatomici perché, mi scrisse, “finalmente si vede l’anatomia resa viva”. Belt mi chiese se potevo fotocopiare, acquistare, segnalare materiale per la sua biblioteca.

Le chiese, in pratica, di diventare il suo agente in Italia?

Esattamente. Io non me lo feci ripetere due volte. Mi si offriva l’occasione di approfondire la conoscenza di Leonardo sugli originali. Presi così a girare la penisola. Ogni settimana salivo sul treno con destinazione Firenze o Milano, Parma o Roma, alla Biblioteca Vaticana. Un approfondimento ben retribuito: ogni mese mi arrivava da Los Angeles una lettera con un sostanzioso assegno per diverse centinaia di dollari.

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La Gioconda, nota anche come Monna Lisa, è un dipinto a olio su tavola di legno (pioppo) realizzato da Leonardo da Vinci. Di dimensioni 77×53 cm, è databile al 1503-1506 circa e conservata nel Museo del Louvre di Parigi.

Un approfondimento fruttuoso anche in altro senso: fu in quegli anni, verso il ’55, che lei risolse il giallo dei disegni di teste conservati a Windsor.

Sì, avevo preso a frequentare anche la biblioteca dei reali d’Inghilterra. Nei primi tempi provavo un po’ d’imbarazzo. Qualche volta nei saloni mi capitava di incontrare il principe Filippo. La sua era una presenza discreta. Salutava e spariva nelle altre stanze. “Faccia come se non ci fosse”, mi avevano rassicurato i funzionari. Dunque, lì c’erano 70 disegni di teste tagliati vicino al contorno e, grazie al mio intuito, riuscii a riconoscere la fonte di questi frammenti. Era a Milano, alla biblioteca Ambrosiana. Su documenti conservati qui si trovano esattamente i buchi dai quali questi disegni erano stati prima tolti, poi restaurati malamente (per questa manipolazione era difficile collegarli ai testi dell’Ambrosiana). Ricostruii il tutto con un minuzioso fotomontaggio, ne feci un catalogo che venne accettato nella serie dei prestigiosi testi di Windsor pubblicati da Phaidon.

E questa volta dall’America non arrivarono solamente lettere e dollari…

Arrivò anche la proposta di piantare l’Italia e andare a insegnare nella nuova università di frontiera, quella della California. Il 2 settembre del 1959 prendo uno dei primi aerei e sbarco a Los Angeles con mia moglie, Rossana. Mi laureo con una tesi su Leonardo architetto e comincio a insegnare Rinascimento italiano.

Quanti alunni aveva? E quanto guadagnava?

Ne avevo 40, e prendevo uno stipendio mensile di 450 dollari netti. Oggi ne prendo 5 mila, oltre 5 milioni di lire, e ho 200 alunni.

E con l’Italia non ebbe più rapporti?

Appena sbarcato negli Stati Uniti, decisi che bisognava integrarsi al più presto e non dissi una parola d’italiano per cinque anni. Poi, a poco a poco, ripresi il mio dialogo con l’Italia.

Nessun rimpianto?

Nessuno. In California ho trovato un posto ideale per diversi motivi. Geografici: il paesaggio mediterraneo, l’entusiasmo, la spontaneità della gente fanno della California un terreno molto fertile per il trapianto di un italiano. Sociali: lì la società è senza stratificazioni e consente un facile inserimento. Accademici: la scuola della California, per serietà professionale e disponibilità finanziarie, non ha da invidiare niente a nessuno. Di storico dell’arte: abbiamo il museo più ricco del mondo, il Paul Getty Museum. L’unico problema è quello di trovare opere d’arte in vendita. Di soldi ce n’è a palate.

E poi c’è questo recente innamoramento degli americani per Leonardo. Che è, mi dicono, addirittura morboso. Qualcosa di simile a quanto sta accadendo in Italia per i Bronzi di Riace.

L’ultima mostra che abbiamo tenuto a Los Angeles ha avuto oltre 100 mila visitatori. Nella saletta in cui si proiettava il documentario su Leonardo non c’era mai posto a sedere. Sono arrivato a firmare persino autografi, come capita ai grandi divi di Hollywood. Lo stesso è accaduto quando la mostra si è spostata a New York.

Come si spiega questa passione per Leonardo da parte di una società tecnologicamente molto avanzata?

C’entra molto il fascino della tecnologia leonardesca. E poi c’è questa attrazione dell’uomo rinascimentale, dell’artista-scienziato che ha una visione profetica del futuro, che parla per esempio di energia solare già nel XVI secolo. È la spiegazione di un mio amico petroliere, Armand Hammer, e mi pare esemplare.

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Carlo Pedretti e il petroliere Armand Hammer a Los Angeles sfogliano l’ultima edizione dei manoscritti anatomici di Leonardo conservati a Windsor.

Hammer? Quello del recente accordo tra Occidental Petroleum ed Eni? Quello famoso per la sua abilità nel combinare affari con l’Unione Sovietica?

Proprio lui. Una sera è venuto a cena da noi e, a 83 anni, ne è uscito contagiato dal virus di Leonardo. È quello che, nel dicembre scorso, a sorpresa, si è presentato all’asta di Christie’s e ha acquistato per cinque miliardi il codice leonardesco di proprietà dei Leicester. La moglie apprese dal giornale radio la notizia dell’acquisto ma non udì il nome del compratore. Al tè con le amìche commentò: “Avete sentito? Un amatore d’arte si è svenato per acquistare un’opera di Leonardo. Cinque miliardi. Ne esistono di uomini stravaganti al mondo”. Io ero in casa quando arrivò la telefonata di Hammer: “L’ho comprato”, disse seccamente. E io: “L’ho saputo dalla radio”.

Più che a Los Angeles, il posto ideale per quel codice non sarebbe stato l’Italia?

Prima dell’asta ero sicuro che sarebbe finito a Firenze, nella biblioteca Laurenziana. Me l’aveva confidato il ministro dei Beni culturali, Oddo Biasini. Mi telefonò a casa, parlammo del codice, disse che l’Italia era disposta a pagare una grossa cifra.

Quanto?

Più di Hammer.

E perché non l’ha più preso?

Una settimana prima dell’asta ci fu il terremoto al Sud. E il governo bloccò i fondi.

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Il Codice Leicester (precedentemente noto come Codice Hammer) è una raccolta di disegni e scritti di Leonardo da Vinci, comprendente 36 fogli databili tra il 1504 e il 1508. Messo in vendita nel 1990 da Armand Hammer, nel 1994 fu acquistato per 30,8 milioni di dollari da Bill Gates, il miliardario e filantropo statunitense fondatore di Microsoft.

Professor Pedretti, che cosa ha in programma per il futuro?

Tante nuove pubblicazioni e tante mostre. Prendere una casa in Toscana, dalle parti di Vinci, vicino a quella di Leonardo (poi effettivamente acquistata: a Lamporecchio, ndr). E infine trovare in Italia la soluzione di un appassionante giallo artistico.

Un giallo? Anche qui c’entra Leonardo?

Sì, voglio scoprire il suo ultimo testo ancora inedito. È il codice W, detto anche Borromeo. È un trattato di fisica: 50 pagine, che valgono sul mercato più di 10 miliardi.

È certo della sua esistenza?

Ne ho le prove. Una è costituita dall’inventario fatto intorno al 1540 da Francesco Melzi. Lì si accenna a “un libro di ombra e di luce segnato con la cifra G e un altro segnato con la cifra W”. Si tratta, cioé, di due libri accoppiati. A Parigi ho trovato il libro G, donato originariamente dal cardinale Federico Borromeo all’Ambrosiana di Milano, la prima biblioteca pubblica nella storia italiana. Però sospetto che il cardinale abbia tenuto per sé il libro W: lo prova la legatura del volume G, si vede netto lo strappo del libro gemello. E poi, il segretario del vecchio principe Borromeo, il conte Vitaliano Confalonieri, aveva confidato a una persona di Milano di aver visto quel codice. Mi ero messo in contatto con il conte Confalonieri per iniziare le ricerche. Ma lui è morto all’improvviso e gli eredi dei Borromeo mi sembrano poco interessati alla faccenda. Eppure sono sicuro che il codice è lì, sepolto nella biblioteca del palazzo Borromeo all’Isola Bella, sul lago Maggiore. A meno che non sia già finito in qualche cassaforte, in Svizzera. (Al momento della pubblicazione su Giannella Channel, la ricerca è ancora aperta. Ndr).

Salvatore Giannella

carlo-pedretti-leonardologoPost scriptum: A chi volesse approfondire la conoscenza della vita di Carlo Pedretti suggeriamo il libro autobiografico da lui scritto nel 2008 (ed edito da Mondadori): Leonardo e io. Un grande studioso racconta mezzo secolo di ricerche tra Europa e Stati Uniti.

A PROPOSITO

Tutto Leonardo paese per paese

Qui di seguito i luoghi, in Italia e all’estero, in cui sono conservati disegni (rosso) e manoscritti (blu) di Leonardo.

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Author: admin

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11 Comments

  1. Hi I am a researcher and I want to enter in contact with professor Carlo Pedretti that I know is an expert about Leonardo da Vinci.
    Can you help me please ? I have searched in the University, his foundation is not on th eweb, so please give me a contact of him I have worked invane many hours to find some of his contacts.
    The better is to have an encounter with him or a telephone call, if is impossible you can give me an email address.
    You can also give me some contact of someone else with high knowledge of the work and the life of Leonardo. If you have it of pedretti is best, give please what you can, but I need a true expert, thanks

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    • Caro lettore, a parte ti abbiamo mandato le informazioni utili richieste. (s.g.)

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  2. Buongiorno, sono una ricercatrice leonardiana e anch’io stavo cercando di mettermi in contatto col prof. Pedretti, proprio come il ricercatore che ha scritto qui. Ma non ho trovato su internet nulla. Sto portando avanti una ricerca molto particolare su un aspetto poco noto di Leonardo e avrei bisogno di confrontarmi con Pedretti. Potrebbe mandare anche a me, in privato, le stesse informazioni?
    Grazie e complimenti per l’articolo

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  3. Egr. Dr. Salvatore Gianella.
    Ho letto con interesse la sua intervista al prof. Pedretti.
    Le sarei grato se potesse inviarmi email del professore.
    La ringrazio e auguro un Felice 2014.
    Giancarlo.

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  4. Buongiorno,
    spero che lei possa aiutarmi anche se dall’ultimo post che leggo è’ passato un anno! Complimenti per l’intervista, è davvero bella! Il mio compagno e’ un pittore piuttosto affermato e sta svolgendo uno studio su Leonardo. Stiamo cercando disperatamente un contatto del professore. Ci puo’ aiutare? Grazie infinite

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  5. Caro Salvatore,

    Incuriosito dal Prof. Pedretti, riguardo gli studi su Leonardo, mi era balenata l’idea che il vero maestro di Leonardo (in ambito architettonico) fosse il senese Francesco di Giorgio Martini, progettista della famosa Rocca di Sassocorvarro e non il Verrocchio come molti affermano!!! Si, alla bottega del Verrocchio vi era anche Leonardo, ma li era andato a prendere i rudimenti di scultura e pittura, non di architettura ed ingegneria!!!
    Comunque sia, sarebbe auspicabile fare uno studio comparativo tra i due massimi esponenti del Rinascimento italiano. Chissà quante novità scaturiranno fuori.

    Grazie, Simone

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  6. Il “non finito” è la caratteristica del genio. Come il “non luogo”, il “non nome”, ecc… L’astuto Ulisse crea un “non nome”, Nessuno, per ingannare Polifemo, e un “non luogo”, il cavallo di legno, per ingannare i troiani. Queste entità frutto di processi ricorsivi, inclusivi, speculari sono state usate anche da Gesù e Michelangelo. Quest’ultimo nella scultura diede origine al termine. L’Adorazione dei Magi è un “non finito” e non un opera incompleta, perché l’autore si ritrasse sul bordo destro (per chi guarda), mentre si dirigeva a Milano. Si rappresentò mentre usciva dal quadro. Cfr. Ebook/Kindle. Leonardo e Michelangelo: vita e opere.

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  7. Buon giorno, ho appena letto che Leonardo Da Vinci è stato a Borgomanero, in località Santa Cristina.
    Dalla bellezza del luogo ha fatto un schizzo che si trova nel Castello di Windsor.
    Pochissimi a Borgomanero sanno di questo meraviglioso trascorso, e in collaborazione con il Sindaco Bossi, vorremmo renderlo noto a tutti.
    Lo schizzo è sempre alla Biblioteca del Castello? E’ in mostra?
    Avremmo bisogno del suo valente aiuto, Pro. Pedretti, per aiutarci in questa nostra impresa splendida.
    Grazie .
    In attesa di una sua risposta, le inviamo i saluti più belli da un’Italia che avrebbe sempre più bisogno di competenze come la sua.
    Con immensa ammirazione
    Maria Teresa

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