Come narratore di storie al quale il padre Giacomo ha lasciato un frammento di DNA tinto di un nerazzurro interista, mi piace festeggiare il 19mo scudetto dell’Inter adottando la sesta delle idee che Antonio Polito ha proposto sul Corriere della Sera: “Festeggiate rileggendo la storia dell’allenatore che ha vinto con l’Inter il primo scudetto della Serie A a girone unico. Era la stagione 1929/30, era un ebreo ungherese, si chiamava Arpad Weisz, lanciò un Meazza appena diciannovenne in prima squadra, che lo ripagò con 31 gol, importò in Italia il sistema WM, insegnò allenamenti e tattica a un calcio primordiale, e fu espulso dall’Italia dopo le leggi razziali del 1938, quando di scudetti ne aveva vinti altri due con il Bologna. Fuggito in Olanda, fu preso dai tedeschi. La moglie Elena e i figli Roberto e Clara, dodici e otto anni, entrarono nella camera a gas il 5 ottobre del 1942. Lui, il “maestro di calcio”, come l’aveva definito Vittorio Pozzo, morì ad Auschwitz il 31 gennaio 1944. Ricordarlo è il modo migliore per festeggiare una squadra che, non a caso, si chiama Internazionale”.

E a me piace riproporre, aggiornandola, la storia di Weisz, che aveva lasciato una labile traccia persino nella memoria di ferro di un grande cronista e tifoso del Bologna, Enzo Biagi, il qual anni fa scrisse: “Weisz era molto bravo ma anche ebreo e chissà come è finito”). Ripropongo la storia come l’ha raccontata Matteo Marani, grande firma del giornalismo sportivo (al vertice del Guerin Sportivo e poi dell’area eventi calcio di Sky Calcio Italia) nel suo libro “Dallo scudetto ad Auschwitz”, ed. Diarkos, così come fu presentata da Mario Salvini sul sito della Gazzetta dello Sport, e anche come affiora nelle pagine di “Arpad Weisz e il Littoriale”, autore Matteo Matteucci, edizioni Minerva, con suggestive tavole illustrate prima esposte in una mostra al Museo Ebraico di Bologna e oggi lì consultabili. E trovo di disarmante attualità le istruzioni del pionieristico manuale di Weisz “Il giuoco del calcio”, lodevolmente ristampate pure dalla bolognese Minerva (s. gian.)

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Árpád Weisz (Sold, 16 aprile 1896 – Auschwitz, 31 gennaio 1944).

Un giorno, a un mercatino delle pulci, Matteo Marani ha comprato un pallone. Uno di quelli vecchi, in cuoio, con le cuciture larghe una spanna che al solo pensiero di colpirle di testa c’è da star male di paura. E qualche giorno dopo un pallone uguale lo ha visto in una foto. Lo aveva sottobraccio Arpad Weisz, allenatore del Bologna.

Non un allenatore qualsiasi, l’allenatore che ha fatto vincere al Bologna due scudetti (1935/36 e 1936/37). Il primo tecnico straniero a conquistare il titolo in Italia, nel primo campionato a girone unico, 1929/30, quando guidava l’Inter che però allora si chiamava Ambrosiana. Nella quale fece esordire un ragazzetto: Giuseppe Meazza.

Questo dicevano gli almanacchi di quell’elegante signore ungherese che stringeva un pallone sottobraccio. Questo e nient’altro. Weisz era solo un nome negli annali. Di lui non si sapeva più nulla. Non se avesse avuto famiglia, né dove fosse finito. Nel libro per commemorare i 90 anni del Bologna, Novant’anni di passione, Enzo Biagi ha scritto:

Si chiamava Arpad Weisz, era molto bravo, ma anche ebreo e chi sa come è finito.

Matteo Marani, direttore del Guerin Sportivo, ha guardato la foto e ha deciso che lo avrebbe scoperto. Ci ha messo quasi tre anni. Ma quando ha messo insieme tutti i pezzi, quel che ne è uscito è molto più di una storia di calcio. Ci sono le ricerche, gli archivi comunali, di Budapest, di Bari, Padova, Alessandria, Milano, Bologna, e poi di Parigi e Dordrecht, in Olanda. C’è un impiegato comunale che un giorno chiama e dice che ha scoperto un certificato di residenza, dove sta scritto che Arpad a Bologna viveva a poche decine di metri da dove abita Marani. E soprattutto che aveva una moglie, Elena, e due bimbi, Roberto e Clara. Ci sono polverosi archivi di scuole bolognesi e un registro di classe, dove Marani ha trovato il nome Roberto Weisz, nato nel 1930. E c’è l’amicizia, meravigliosamente intatta per 70 anni, nonostante tutto.

A Marani invidio il momento in cui sull’elenco telefonico di Bologna ha trovato uno dei nomi letti sul registro di classe del piccolo Roberto Weisz. Ha chiamato e dall’altra parte ha risposto Giovanni Savigni, non solo compagno di classe, ma amico del cuore di Roberto ai tempi delle elementari. Roberto mandava a Giovanni lettere e cartoline di saluti, prima dalle vacanze, poi da Parigi, dove con la sua famiglia era riparato dopo che le leggi razziali avevano impedito al suo papà di continuare ad allenare il Bologna (che vinse lo scudetto del ’39, iniziato con lui in panchina). E poi da Dordrecht, dove Arpad aveva trovato l’ultima squadra da guidare.

Giovanni ha conservato quelle cartoline che hanno permesso di ricostruire tutta la storia. Il resto è uscito dagli schedari di diversi centri di documentazione ebraica e dallo sterminato archivio dello Yad Vashem, il museo di Gerusalemme dove si cerca di ricostruire l’identità di tutte le vittime dell’olocausto. E dove Marani ha trovato le date di morte dei Weisz: Elena, Roberto e Clara il 5 ottobre del ’42; Arpad il 31 gennaio del ’44. Tutti nello stesso luogo: Auschwitz.

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Nel 2018 sono stati tanti gli eventi commemorativi varati in occasione del Giorno della Memoria che ho molto apprezzato, a cominciare da quello celebrato nel mio borgo alle porte di Milano, Cassina de’ Pecchi: al MaiO: “Caro bambino mio, c’è stata una ragione”, con le storie di donne che, nel buio dei lager e della Shoah, hanno riscattato la dignità umana (emozionante reading multimediale con la voce narrante della brava giornalista rizzoliana Valeria Palumbo e con musiche dal vivo di Walter Colombo e Carlo Rotondo).

Ma sicuramente quello capace di catturare l’attenzione degli italiani appassionati di calcio (praticamente quasi tutti quelli di sesso maschile) e curiosi/e di storie memorabili è stata la mostra di primavera sull’allenatore ebreo ungherese “Arpad Weisz. Dal successo alla tragedia”, visitabile al Museo Ebraico di Bologna. A Weisz, eroe dello sport ingiustamente dimenticato (dal 1935 al 1938 portò la squadra di calcio del Bologna, “quando faceva tremare il mondo”, a vincere per due volte consecutive lo scudetto e la prestigiosa Coppa del Torneo dell’Esposizione di Parigi nel 1937) Giannella Channel dedicò nel 2013 l’ampio servizio riportato in apertura.

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Arpad Weisz e il Littorale. Le tavole del volume raccontano le vicende calcistiche e storiche del periodo compreso
tra gli anni Venti e gli anni Quaranta nel territorio bolognese. Si parte dall’inaugurazione dello Stadio nel 1926,
con la presenza di Mussolini per arrivare fino agli anni nei quali la squadra del Bologna,
all’epoca vincente in Italia e in Europa, è guidata dall’ungherese Arpad Weisz.
A questo link la versione anteprima di 20 pagine.

In occasione dell’uscita del libro, avevo ammirato le suggestive tavole illustrate di Matteo Matteucci esposte in mostra a Bologna insieme a fotografie e documenti inediti, oggetti e memorabilia legati a Weisz, a sua moglie Elena e ai figli Roberto e Clara, tutti passati dalla serena vita nel capoluogo felsineo agli orrori e alla morte nel lager nazista di Auschwitz.

È una visita che le scuole e i gruppi potranno replicare grazie al materiale documentativo che è custodito nel Museo Ebraico bolognese e che potrebbe essere rimesso in mostra contattando nel capoluogo emiliano la casa editrice Minerva ([email protected]).

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“Arpad Weisz e il Littorale”, Matteo Matteucci (Editrice Minerva).

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“Il giuoco del calcio” di Arpad Weisz e Aldo Molinari (Minerva).

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L’editore Roberto Mugavero (link per approfondire). Ha creato la Minerva Edizioni nel 1989.

Ma dalla Bottega dell’editore creata nel 1989 da Roberto Mugavero era stata sfornata, a lodevole integrazione della mostra, un’altra opera “storica”, scritta 88 anni fa ma di disarmante attualità, che porta la firma dello stesso Arpad Weisz con Aldo Molinari, allora direttore tecnico dell’Ambrosiana Inter: “Il giuoco del calcio”, un manuale che all’epoca fu stampato “per contribuire alla diffusione e al miglioramento del più popolare dei giuochi”. Al di là del valore editoriale di questa riedizione anastatica (che affida agli allenatori, atleti e sportivi di oggi e di domani un patrimonio di conoscenze, un esempio di vita, di rettitudine sportiva e umana), il lettore curioso e tifoso come me trova nelle pagine di Weisz anche la chiave per capire una delle cause del declino del calcio italiano, escluso dai mondiali e soggetto a imprevedibili (e perciò più dolorose) crisi cicliche, specie nelle grandi squadre condannate a ruoli di secondo piano sullo scenario europeo. Leggete con me il capitolo dedicato al “Trattamento morale dei giuocatori”.

La maggior cura nell’allenamento fisico dell’atleta non riuscirà mai a far raggiungere la migliore condizione e a portare al più alto rendimento un giuocatore se questi, fuori del rettangolo di giuoco, non saprà imporsi un regime di vita consono alle necessità di un calciatore. Potrà avere giornate luminose, nelle quali le doti naturali di talento calcistico troveranno rispondenza nei mezzi fisici, ma saranno sprazzi, poiché le intemperanze nel tenore di vita ripiomberanno l’atleta in periodi di grigiore e di insufficienza di forma. Si vedono molti giuocatori che natura ha favorito di tutt’i doni necessari per brillare nel mondo calcistico rovinarsi per le sregolatezze della vita privata.

L’alcool, il tabacco e Venere sono i più grandi nemici dei giovani in generale e degli atleti in particolare. Quando un calciatore è preda dell’alcool, sfuma smodatamente, o è prigioniero delle passioni, logora irremissibilmente il proprio fisico e rovina il proprio morale…

Dobbiamo accennare alla vita sessuale. Non si pretende dai calciatori la castità. Anche nei rapporti sessuali lo sfogo naturale non è nocivo. Nuoce invece l’abuso e nuoce non meno dell’alcool e del tabacco. Una accentuata attività fisiologica strema l’organismo e lo rende incapace di sopportare le fatiche degli allenamenti e delle gare. Il giuocatore parteciperà alla partita svogliato, sarà impossibilitato nell’impiego di ogni sua energia e il normale rendimento ne risulterà menomato se non del tutto nullo.

Per essere espliciti si afferma che ogni rapporto sessuale deve cessare almeno cinque giorni avanti di ogni partita.

Data l’importanza che la vita privata esercita sul rendimento di un giuocatore, l’attività di un trainer non deve arrestarsi alle istruzioni tecniche. Ha capitale importanza l’influenza morale ch’egli può esercitare sugli allievi poosti sotto la sua guida. Il trainer dovrà sorvegliare i giuocatori, non soltanto quando questi si trovano in campo per gli allenamenti e le partite, ma consigliarli e seguirli anche nella vita privata.

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Erno-Erbstein

Un altro grande trainer vittima delle leggi razziste: Erno Erbstein (italianizzato in Ernesto Egri), allenatore del Torino, salvato dal presidente Ferruccio Novo e perito poi nella tragedia aerea di Superga. Sua figlia Susanna è stata la prima coreografa della tv italiana. Altre famose vittime sportive della Shoah: il pugile Leone Efrati, detto Lelletto, ebreo romano, categoria piuma; Giorgio Ascarelli, promotore principale della fondazione del Napoli Calcio; e Raffaele Jaffe, fondatore del Casale. Furono circa 250 gli atleti medagliati alle Olimpiadi, ai campionati del mondo o Campionati continentali che persero la vita perché deportati.

Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog che vuole essere una bussola verso nuovi orizzonti per il futuro, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “Guida ai paesi dipinti di Lombardia”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo” e, a quattro mani con Maria Rita Parsi, “Manifesto contro il potere distruttivo”, Chiarelettere, 2019), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).