È arrivato in Italia il medico
che ha scoperto come
restaurare un cuore infranto

Gabriele D’Uva, leccese laureato a Bologna
e finora al lavoro in Israele, ha individuato
il gene che può riparare il cuore infartuato.
La rigenerazione delle cellule del muscolo
cardiaco, finora impossibile, potrebbe così diventare realtà.
Un suo appello da Milano per migliorare la ricerca italiana
connettendo i nostri mille e più cervelli al lavoro all’estero

UN SOGNO SUO (E NOSTRO) REALIZZATO, ALLE FRONTIERE DELLA SALUTE

introduzione di Salvatore Giannella – testo di Gabriele D’Uva*

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Ricordate Gabriele D’Uva, il giovane ricercatore italiano in Israele che aveva individuato il gene potenzialmente in grado di restaurare un cuore infranto da un infarto? Ne avevamo parlato tempo fa (link), chiudendo il testo con un auspicio. Ci auguravamo che lui, leccese di nascita e bolognese di formazione universitaria, potesse continuare il suo lavoro in un laboratorio italiano. Scrivevamo: “… La fase successiva delle ricerche sul gene ERBB2 dimostratosi capace di rigenerare il cuore in topi colpiti da infarto sarà la sperimentazione su un cuore umano. Sperimentazione che ci auguriamo che il giovane scienziato salentino, come desidererebbe, possa essere chiamato a condurre qui in Italia, dove ha mosso i suoi primi passi di ricercatore”. Ebbene, questo auspicio è diventata realtà. Come ci comunica lui stesso in questa lettera in cui ci aggiorna sul suo arrivo in Italia, sullo stato della sua scoperta e ricerche, e a sua volta lancia un appello… La parola a D’Uva. (s.g.)

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Gabriele D’Uva, 35 anni, laureato in “Biotecnologie cellulari e molecolari” presso l’Università di Bologna, per sei anni ha svolto le sue ricerche presso il Weizmann Institute of Science in Israele come coordinatore del team internazionale. Oggi è approdato presso la milanese Multimedica. «How can you mend a broken heart»? Come puoi riparare un cuore infranto? si chiedevano nel 1971 i famosi Bee Gees in un noto brano musicale (link). L’infarto è la prima causa di morte al mondo: ogni anno nel mondo muoiono oltre 17 milioni di persone.

Caro Giannella,

ti scrivo per aggiornarti sulle mie ricerche scientifiche e per annunciarti con felicità e grande soddisfazione che sono finalmente riuscito ad avviare le mie ricerche in Italia. Non è stato affatto semplice però. Ti spiego brevemente, ripercorrendo le ultime fasi del mio percorso.

Come ben sai, i cinque anni precedenti al mio rientro si sono svolti nel Weizmann Institute of Science, un gioiellino mondiale della ricerca scientifica, con sede in Israele. Lì la ricerca è all’avanguardia, il clima collaborativo e la società nutre grande stima per gli scienziati che vi lavorano. In quei cinque anni mi sono cimentato in vari campi di ricerca, interconnessi tra loro, dal cancro alle cellule staminali, dallo sviluppo embrionale alla medicina rigenerativa. In particolare, nell’ultimo periodo ho focalizzato la mia attenzione su strategie per migliorare la capacità rigenerativa del cuore, che è normalmente così scarsa che i danni conseguenti a un infarto sono di fatto permanenti.

L’idea alla base dei miei studi per rigenerare il cuore era utilizzare gli stessi meccanismi responsabili dello sviluppo del cuore in fase embrionale. È così che abbiamo scoperto che la riattivazione per un breve periodo del gene ERBB2 era sufficiente a promuovere la rigenerazione del cuore in seguito a infarto in modelli murini, cioè di topi.

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Il Weizmann Institute è uno dei centri di ricerca più importanti del mondo e una delle più prestigiose università israeliane con sede a Rehovot, interamente dedicata alla ricerca scientifica.

Per rimanere ai vertici della ricerca mondiale il Weizmann Institute è attento allo sviluppo di nuove frontiere tecnologiche e scientifiche, il più delle volte sviluppate da promettenti ricercatori, talmente motivati nel fare ricerca, che sono disposti a lasciare la sicurezza e il calore della propria terra per abbracciare la grande sfida di decifrare meccanismi complessi alla base dei processi vitali.

Il Weizmann questo l’ha capito, e lo considera una conditio sine qua non per il reclutamento di “group leaders” a capo di nuovi gruppi di ricerca. A giudicare dai risultati ottenuti, non possiamo che riconoscerne le ragioni.

Forte di questa esperienza e permeato di questa modalità di reclutamento, in seguito alla mia pubblicazione sull’emergente campo della rigenerazione cardiaca, carico di fiducia e di ottimismo andai in cerca di un posto da ricercatore in Italia, che mi desse la possibilità di sviluppare il filone di ricerca che avevo avviato all’estero.

Contemporaneamente, continuavo a essere invitato a conferenze italiane e internazionali, e a scrivere articoli scientifici. Mi iscrissi a decine di concorsi da ricercatore in svariate Università italiane e contattai ottimi centri di ricerca italiani per partecipare a selezioni di giovani group leader. Da lì a poco, però, il mio entusiasmo e ottimismo cominciarono a vacillare. Non vinsi nessuno dei concorsi universitari a cui avevo partecipato, eppure eravamo in genere pochi candidati, talora solo due. Riesaminando le valutazioni ottenute, mi accorsi che a volte il supervisore del candidato vincente era membro della commissione di reclutamento. Nei centri di ricerca, invece, l’aver già ottenuto dei finanziamenti personali, era in genere necessario per ottenere la posizione. L’aspetto positivo è che avevo comunque già cominciato a partecipare a vari bandi di finanziamento italiani ed europei, quello negativo fu purtroppo la risposta a queste richieste. Le valutazioni erano sempre molto buone, tuttavia non sufficienti. I posti resi disponibili da bandi italiani che davano l’opportunità di avviare un laboratorio senza essere già assunto da una Istituzione erano troppo pochi. Ad esempio mi piazzai benissimo, in terza posizione, nel programma Rientro dei cervelli “Rita Levi Montalcini, oppure arrivai con delle valutazioni eccellenti nell’AIRC Start-Up Grant, ma in entrambi i casi i posti disponibili erano uno o due (numeri che rasentano il paradosso).

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Gabriele D’Uva con Mattia Lauriola dell’Ateneo di Bologna: con l’aiuto della giovane scienziata, il ricercatore leccese ha individuato l’azione riparatrice del gene ErbB2 sul cuore colpito da infarto.

Dopo qualche mese dal mio rientro mi fu offerta l’unica opportunità di inserirmi in un ospedale d’eccellenza privato, la MultiMedica a Milano, con una posizione da ricercatore all’interno di un gruppo di ricerca già avviato, il cui responsabile aveva riconosciuto le mia qualità, e mi dava la possibilità di diventare indipendente qualora fossi riuscito ad aggiudicarmi finanziamenti. Con la MultiMedica partecipai subito a ulteriori bandi. A fine dell’anno scorso finalmente la grande notizia: il bando europeo al quale avevo partecipato in qualità di Principal Investigator in un progetto congiunto in collaborazione con Olanda, Germania e Israele, era andato in porto. L’Europa, non l’Italia, mi stava finalmente dando una chance. D’altronde è bastato solo un processo di assegnazione fondi che fosse valutato da esperti internazionali, e su base meritocratica. Il problema è che la ricerca universitaria in Italia è, con le dovute eccezioni, molto chiusa su se stessa.

La mentalità preponderante è quella del mettersi in fila, quindi essere andato all’estero, per assurdo, diventa un MINUS, significa aver perso i contatti e i circuiti giusti, al contrario di quello che accade in tutte le eccellenze estere, dove il periodo di apprendimento all’estero vale come un MUST. In Italia il reclutamento del nuovo personale universitario, così come l’assegnazione di finanziamenti, sono attribuiti con commissioni spesso interne o comunque italiane. Invece dovremmo farci valutare da chi è oltre i confini nazionali, preferibilmente da chi non ha alcun contatto con l’Italia. Nonostante tutto devo dire che intravvedo nell’Italia di oggi degli spiragli di miglioramento. Bisognerà semplicemente allargare i nostri orizzonti. A tal riguardo ho da poco creato un gruppo social di ricercatori italiani all’estero. Si tratta di una rete di ricercatori che lavorano o hanno lavorato recentemente all’estero e ci stiamo costituendo come associazione. L’idea è semplice, non inventare nulla ma semplicemente copiare dalle realtà di ricerca estera che funzionano, per migliorare la ricerca italiana. D’altronde il mondo scientifico è internazionale per definizione.

Vogliamo abbattere i muri che ci separano dal resto d’Europa e del mondo, vogliamo internazionalizzare la ricerca italiana. Siamo già in mille e siamo convinti che possiamo fare la differenza.

Una stretta di mano con stima,

Gabriele D’Uva

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* Contatto: Gabriele D’Uva, Ph.D. Principal Investigator Scientific and Technological Pole, IRCCS MultiMedica, Fondazione MultiMedica Onlus, Via Fantoli 16/15, 20138, Milano, tel: +39 3287407601, email: duva.gabriele@gmail.com; gabriele.duva@multimedica.it

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