Il Jobs act e la riforma del lavoro del governo Renzi cerca una via italiana alla flessicurezza, modello danese che unisce la libertà di licenziamento da parte dell’imprenditore alla sicurezza sociale del lavoratore. Nel 2007, quando la Commissione europea la raccomandò come modello, andai a vedere come funziona lassù. E la raccontai così

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Pandrup. Operaie al lavoro nell’azienda elettronica Flextronics, che negli ultimi anni ha aperto molte sedi all’estero. I numeri del mercato del lavoro danese sono da far invidia: 80% e più dell’ultimo stipendio: è il sussidio a chi resta senza lavoro; 17 settimane la media per trovare un nuovo lavoro; 800.000 i danesi che ogni anno cambiano lavoro; 3% il numero dei disoccupati nel 2006: il più basso (oggi è al 5,1%); 70% i danesi per i quali la globalizzazione è un’opportunità.

“Ecco la riforma del lavoro senza l’articolo 18”, titolava il Corriere della Sera del 23 settembre 2014. Il governo Renzi, con il Jobs Act (chissà perché in inglese), ha sostenuto una riforma del mercato del lavoro fondata su di un ampio ricorso a strumenti di lavoro flessibile, dunque alternativi al contratto di lavoro a tempo indeterminato, nella convinzione che la flessibilità nell’accesso e nell’uscita, possa creare nuovi posti di lavoro. Questa idea è già stata ed è tuttora propria di organizzazioni internazionali come l’Ocse, il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Ue, che richiede da tempo al nostro paese riforme strutturali in ambito lavoro.

La flessibilità, tuttavia, rende insicuro il lavoratore su aspetti come occupazione, reddito, identità professionale, carriera, futura pensione, status sociale, progetti di vita, e non è provato che aumenti i livelli occupazionali. Negli Stati più evoluti che adottano da tempo sistemi flessibili, si è tentato – pur riconoscendo la validità del sistema soprattutto quale strumento di creazione di nuovi posti di lavoro e dunque di lotta alla disoccupazione – di adottare degli ammortizzatori proprio per stemperare gli oneri cui vanno incontro i lavoratori flessibili.

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Anders Fogh Rasmussen (Ginnerup, 1953) è un politico danese, già premier del governo di centrodestra, diventato segretario Generale della NATO dal 1º agosto 2009.

La flessibilità, secondo questi autori, diviene “sostenibile” coniugandola con il Welfare, con la sicurezza sociale. Nasce così la flessicurezza. In un comunicato diffuso nel 2007 la Commissione europea definisce la flessicurezza come “una strategia integrata per accrescere, al tempo stesso, flessibilità e sicurezza sul mercato del lavoro”. Quel comunicato mi spinse a salire in Danimarca, all’epoca governata da Anders Fogh Rasmussen, premier di centrodestra ieri e dal 1° agosto 2009 segretario generale della Nato, a indagare su questa strategia, per farne un articolo per Oggi (che trovate qui di seguito) e un capitolo più approfondito sul libro “Voglia di cambiare”, diario di viaggio nell’Europa eccellente (edito da Chiarelettere).

Secondo questa impostazione, spiega il sociologo Luciano Gallino nella recente opera Vite rinviate. Lo scandalo del lavoro precario (Laterza, 2014) “la flessibilità del lavoro va mantenuta e anzi innalzata, poiché giova alle imprese, alla competitività e al risanamento del bilancio pubblico (…) Si tratta però di provvedere affinché i costi che essa genera a carico dei dipendenti siano temperati con interventi ad hoc, mirati soprattutto ai soggetti più deboli in modo da farla apparire più sostenibile in termini di sicurezza sociale. Per questo la flessicurezza è stata definita ‘la flessibilità dal volto umano’”.

È prevedibile che i lavori flessibili continueranno a diffondersi. I teorici della flessicurezza pongono in primo piano l’obiettivo di lasciare alle imprese un’ampia libertà di licenziamento, facendo tuttavia in modo che i lavoratori che perdono il posto, anche a più riprese nel corso dell’anno, ricevano adeguato ristoro e protezione.

Nei paesi che hanno elaborato programmi nazionali di flessicurezza, come la Danimarca, “essa viene perseguita mediante una combinazione di misure attive e passive che comprendono: ampia libertà di licenziamento da parte dell’impresa, con l’obbligo però di un esteso preavviso (…); dispositivi di legge per assegnare automaticamente un posto di lavoro a tempo indeterminato a chi abbia cumulato un certo periodo, o un certo numero di contratti temporanei presso agenzie interinali o contratti da dipendente a tempo determinato; indennità di disoccupazione relativamente generose, pagate da apposite casse assicurative a partecipazione volontaria, per la maggior parte finanziate dallo Stato …” (L. Gallino, op.cit., p. 43-45), utilizzo di un nutrito numero di impiegati altamente specializzati nelle agenzie di collocamento, piani intensivi di formazione obbligatori per il disoccupato, evidentemente finalizzati ad un suo più agevole inserimento nel mercato del lavoro, severe sanzioni amministrative per il disoccupato che rifiuti senza giustificato motivo i lavori propostigli dai servizi pubblici. E ciò è solo una parte della normativa che accompagna il lavoro flessibile in Danimarca. Eppure neanche in Danimarca è realmente diminuita la disoccupazione: nel 2008 era del 3,4 per cento, oggi è salita al 5,1. “Oggi il 30% dei salariati cambia lavoro ogni anno. L’indennità per chi cerca lavoro è di 48 mesi, e l’indennità di licenziamento per i lavoratori a paga bassa è superiore al 90 per cento dell’ultimo salario per un anno. Gli occupati hanno diritto a 2 settimane di aggiornamento professionale ogni anno che vengono pagate dalle imprese. Questi servizi però costano molto e la Danimarca infatti ha, nell’Unione Europea, la spesa più alta per le politiche attive del lavoro pari al 2,6 per cento del Pil. Per avere un termine di paragone l’Italia è allo 0,4% e la media di molti Paesi Ue non è molto più in su: si ferma allo 0,7%” (Dario Di Vico, Corriere della Sera).

L’Italia sarà in grado di assicurare la flessicurezza virtuosa della Danimarca? Al momento non sono previsti sistemi di flessicurezza vera e propria, anche se si parla di salario minimo garantito e di qualcos’altro, ma è ancora poco rispetto alla Danimarca. E’ comunque opinione di molti esperti interpellati che il lavoro flessibile non risolverà i problemi del Paese e che sarebbe meglio prevedere agevolazioni per le imprese che assumono e un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale.

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Una seduta del Parlamento danese. Su 179 membri, l’80 per cento sono impiegati, 38 per cento donne. Guadagnano 72,4 mila euro annui. Le spese del Parlamento sono di 79,3 milioni (in Italia sono 1.589 milioni).

Copenhagen, agosto 2007

Fino a ieri Anders Fogh Rasmussen, primo ministro della Danimarca, a capo di un governo di centrodestra dal 27 novembre 2001, era conosciuto dagli italiani per la frase di Silvio Berlusconi lanciata in un’affollata conferenza stampa a Palazzo Chigi e destinata a restare negli annali della piccola storia: «Rasmussen è il premier più bello d’Europa. Penso di presentarlo a mia moglie Veronica perché è molto più bello di Massimo Cacciari». Da oggi la notorietà del beautifuliano premier danese, sposato con la pedagogista Anne Mette e padre di tre figli, è destinata a crescere per un motivo meno frivolo: il sondaggio sui livelli di soddisfazione dei cittadini di 15 Paesi europei (condotto dall’Università di Cambridge con la guida dell’italiana Luisa Corrado), pone al primo posto per il più alto tasso di fiducia nel proprio governo, nelle leggi e nei propri concittadini proprio la Danimarca, idealmente rappresentata dal 54enne leader del Partito liberale (nome danese Venstre, letteralmente «sinistra», ma in realtà con il tempo diventato un partito liberale). I cittadini danesi hanno tanti motivi per essere soddisfatti del loro premier (che spesso incontrano in palestra), dei loro politici e amministratori «che qui devono essere “francescani” e trasparenti, altrimenti è meglio che cambino mestiere, la “casta” italiana evocata nel libro di Stella e Rizzo non abita qui», sottolinea Bruno Amoroso, economista e scrittore di origine italiana, professore emerito (e critico) nella storica Università di Roskilde.

«La politica danese sarà pure noiosa», ha scritto l’inglese Times, «ma ai danesi piace così. Hanno un alto prodotto interno lordo, bassa disoccupazione, e amano la loro famiglia reale» (i cui figli hanno sempre frequentato asilo e scuole pubbliche).

Cifre alla mano, la Danimarca è diventata il paradiso degli economisti. I primi dati del bilancio statale del 2007 «mostrano segni di un’altra buona annata con un attivo (potenzialmente di 11 miliardi di euro) superiore al 2006», dicono le statistiche della Handelsbanken. È soddisfatto anche Steen Bocian, economista principale della Danske Bank: «È molto piacevole constatare che l’economia danese si trova nella situazione di avere un debito pubblico esiguo e allo stesso tempo con il più alto numero degli ultimi 20 anni di persone che lavorano e il più basso (3,3 per cento) di disoccupati. Questo è quasi il paradiso degli economisti».

Esagerazioni? I severi esperti del World Economic Forum (Wef) arrivati la scorsa primavera a Davos, in Svizzera, per il convegno annuale hanno reso noto che gli studi di settore relativi all’informatica e alle nuove tecnologie danno per la prima volta la palma del miglior Paese alla Danimarca, che l’anno scorso era terza. «La Danimarca», dice Irene Mia, senior economist del Wef, «ha beneficiato della lungimiranza del suo governo in tema di nuove tecnologie. Ha livelli eccezionali nell’uso di Internet e dei Pc. Formazione, ricerca e sviluppo hanno contribuito a formare una industria high-tech d’eccellenza». (Per i più curiosi, l’Italia segue distaccata di molto, 38ª, anche se negli ultimi due anni ha guadagnato 4 posizioni).

Lo specchio della nazione felice è la stessa capitale, Copenhagen, diventata la città tra le più ricche d’Europa: l’ufficio Eurostat di statistiche dell’Unione Europea ha reso noto due mesi fa che la zona più ricca del continente è la City di Londra, il centro finanziario regno delle banche, con il reddito annuo pro capite di circa 65 mila euro, seguita al secondo posto proprio dalla capitale danese (reddito pro capite: 58 mila euro) che anticipa di gran lunga, nell’ordine, Lussemburgo, Bruxelles, Amburgo, Vienna, Utrecht e infine, la prima metropoli italiana: Milano.

Sono questi primati (volete sapere l’ultimo? Un gruppo di esperti dell’aviazione europea il 27 giugno ha assegnato all’aeroporto di Copenhagen il premio quale migliore scalo d’Europa) che fanno guardare a questo Paese lillipuziano (5,4 milioni di abitanti in tutto, all’incirca come il Lazio o la Campania) come al grande modello per tutto il continente. Non lo dice il cronista, ma la Commissione Europea: il presidente José Manuel Barroso, portoghese, succeduto nel 2004 a Romano Prodi, raccomanda ai Paesi membri «di imparare dal modello danese perché pone l’accento sulla creazione di posti di lavoro» e si dice «portavoce convinto della invenzione danese, la flexicurity, in italiano «flessicurezza», neologismo che indica la felice alchimia tra la grande flessibilità sul mercato del lavoro e l’elevata sicurezza sociale per i cittadini. Una invenzione che ha il grande vantaggio di enfatizzare la protezione delle persone invece che dei lavori». Ne è convinto anche l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, reduce da una missione in Danimarca «per imparare qualcosa che possiamo utilizzare in America». E invita a guardare alla Danimarca, «come esempio da contrapporre agli Stati Uniti, Paese ricco di gente povera» anche Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia.

Ciclisti nella piazza della Town Hall, il palazzo del municipio: un terzo dei danesi va al lavoro in bici

Copenhagen. Ciclisti nella piazza della Town Hall, il palazzo del municipio: un terzo dei danesi va al lavoro in bici.

Ma come funziona questa ricetta danese, inventata dal precedente governo socialdemocratico di Povl Nyrup Rasmussen (omonimo ma non parente del premier di centrodestra)? Lo ricostruiamo con l’aiuto di una italiana che l’ha provata (felicemente) sulla propria pelle, Adriana Gliozzo, già impiegata all’Ansaldo di Copenhagen e oggi (dopo il licenziamento e una laurea in Economia più una maternità) dirigente all’Istituto del commercio estero di qui. Immaginate di poter essere licenziati con un preavviso di soli 5 giorni, ma che questo non vi precipiti in un dramma esistenziale. Perché da subito riceverete un’indennità di disoccupazione mediamente dell’80 per cento della retribuzione (l’attuale governo tende ad abbassarla fino al 60 per cento) sulla quale, se necessario, potrete contare per 4 anni: ma, attenti, chi rifiuta offerte di lavoro perde l’assegno pubblico. E poi, entro 3 mesi, l’Ufficio pubblico del lavoro preparerà un job plan su misura per voi, cioè un piano di reimpiego che, al massimo entro un anno dal licenziamento, dovrà cominciare a produrre offerte di occupazione o di formazione volte a farvi avere non solo un nuovo lavoro ma un buon lavoro. Possibilmente migliore di quello precedente.

Un sistema, insomma, dove a dire dei suoi fan, la flessibilità richiesta dalle aziende per migliorare la competitività si coniuga con la sicurezza del lavoratore che lo Stato sociale aiuterà, ma non tanto per assisterlo quanto per trasformare la perdita del posto in un’occasione per migliorare la sua condizione. Certo, ci sono differenze strutturali tra la Danimarca e l’Europa, tanto che lo stesso Barroso (preannunciando una pubblicazione speciale sulla «flessicurezza») precisa che «gli invidiabili risultati del modello danese sono basati su quasi un secolo di storia sul mercato del lavoro e che esso non può essere subito trasferito negli altri Paesi».

Prendiamo l’Italia: ci sono almeno tre fattori che rendono «complesso» il percorso verso la flessicurezza. 1) La situazione della finanza pubblica: contro il nostro 100 per cento del rapporto debito pubblico/Pil, loro sono a meno del 30 per cento. Questo brillante risultato è raggiunto attraverso pareggi di bilancio realizzati tenendo alte le tasse (lo Stato danese preleva fino al 52 per cento a cittadini e imprese). Ma queste tasse alte non provocano malumori perché ricadono su ogni singolo cittadino sotto forma di servizi sociali efficienti e investimenti in ricerca; e non sono dirottate a pagare i debiti, com’è costretto a fare il nostro Padoa Schioppa. 2) L ’alto livello medio d’istruzione che facilita il reimpiego dei lavoratori danesi. 3) Il clima di cooperazione che pervade tutto il sistema danese. Paolo Borioni, economista della Fondazione Istituto Gramsci di Roma, che un anno fa ha pubblicato un libro (Il modello sociale scandinavo, Ed. Unità/Europa) dopo un viaggio-studio a Copenhagen con Tiziano Treu (responsabile Lavoro della Margherita) e Cesare Damiano (Ds, sindacalista, oggi ministro del Lavoro), è rimasto colpito proprio da quest’ultimo, decisivo fattore storico-culturale: «Gli Uffici del lavoro sono cogestiti da autorità pubbliche, sindacati e imprese. Alla base di tutto c’è quella che gli studiosi scandinavi chiamano “l’economia negoziata”».

«Le parti sociali cogestiscono gli interventi per i disoccupati e questo fa sì che l’80 per cento dei lavoratori sia iscritto al sindacato. Insomma, gli Epifani di lì hanno pesi di gestione maggiori, ma ricevono più consenso rispetto ai nostri che non entrano in maniera così sistematica nei meccanismi del mercato del lavoro. Ecco perché», conclude Borioni, «da noi ci vorrà molta gradualità per introdurre la ricetta danese, ma l’importante è cominciare. La Danimarca insegna che ci vuole più consenso generale per produrre merci a più alto valore di conoscenza. Ciò dà più soddisfazione a imprenditori e lavoratori, e aiuta a pagare i costi del debito pubblico e dei servizi sociali, finalmente anche da noi più efficienti».

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog che vuole essere una bussola verso nuovi orizzonti per il futuro, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “Guida ai paesi dipinti di Lombardia”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo” e, a quattro mani con Maria Rita Parsi, “Manifesto contro il potere distruttivo”, Chiarelettere, 2019), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

A PROPOSITO

Cari italiani, qui sono gli italiani a bruciare i rifiuti danesi

L’appello di una figlia di Napoli trapiantata a Copenhagen, dove l’inceneritore è “made in Italy”

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Il grafico mostra, in kg per abitante, quanti rifiuti brucia l’Europa: i danesi sono al primo posto. E sono anche i più “ricicloni” con il 70%. (in Italia il 38,7% nel 2013).

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L’impianto costruito dall’Ansaldo vicino alla Sirenetta, simbolo della Danimarca in onore del grande scrittore di fiabe Hans Christian Andersen (1805-1875).

Immaginate di essere uno dei turisti che a frotte attorniano la Sirenetta, nel porto che dà il nome alla città (Copenhagen vuol dire «porto dei mercanti»). Ebbene, se sollevate lo sguardo oltre la romantica statua di vedrete, su un’isola sita un chilometro dopo il braccio di mare, le ciminiere di un inceneritore. Qui i danesi bruciano quel poco (30 per cento) dei rifiuti che non riescono a imbrigliare nella pratica delle «4 R» raccomandata dall’Unione Europea: e cioè Riduzione, Raccolta differenziata, Riciclaggio, Recupero dell’energia. Lo bruciano con tecnologia «made in Italy»: infatti l’impianto fu costruito nel 1995 dai genovesi dell’Ansaldo Volund.

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La n. 1 degli italiani a Copenhagen, Grazia Mirabelli, napoletana, classe 1950.

Ben 4.250 connazionali. «Ogni volta che rifletto su questa realtà, io che sono originaria di Napoli vengo presa da rabbia e tristezza», mi confida Grazia Mirabelli*, la presidente del Comites di Copenhagen, che conta ben 4.250 nostri connazionali. «Ogni giorno la televisione rovescia nelle nostre case, anche quassù, le immagini dell’emergenza rifiuti in Italia. E allora mi viene da urlare agli italiani: “Venite quassù, venite a vedere come cervelli italiani hanno aiutato i danesi a risolvere i loro problemi senza creare allarmismi e a raccogliere lusinghieri bilanci di ogni tipo, a partire da quelli turistici”».

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* Direttrice della rivista Il Ponte (www.ilponte.dk), cinquemila copie destinate alla comunità italiana in Danimarca.