La francese Strasburgo coccola i suoi studenti. E l’Italia?

di Silvia Motta*

Quando si parla di Erasmus è sempre facile cadere nei banali luoghi comuni; appena lo si sente nominare ecco che riecheggiano parole stereotipate quali divertimento, serate, libertà, indipendenza senza però a queste attribuire un significato più articolato e complesso.

Strasburgo: Silvia Motta davanti al Parlamento europeo.

Strasburgo: Silvia Motta davanti al Parlamento europeo.

Per quanto mi riguarda la scelta di andare quattro mesi in Francia a studiare, conoscendo a malapena la lingua, è stata dettata dal desiderio di fare una reale esperienza di vita all’estero. A Strasburgo non ho cercato l’eccesso, la novità ma tutto ciò che mi avrebbe permesso di dire, alla fine dell’Erasmus, “ho vissuto una reale vita francese”. Obiettivo non facile per una come me che non era abituata a stare fuori casa per tanto tempo, lontana da genitori, fidanzato e amici. Ma andiamo con ordine.

PAURE INFONDATE. Sarebbe falso dire che, prima della partenza, non abbia avuto alcun minimo dubbio. In primis per questioni universitarie: l’Università Cattolica mi aveva comunicato a marzo che sarei stata iscritta non ai corsi della Facoltà di Lettere ma a quelli della Facoltà di Teologia in quanto la convenzione Erasmus era attiva solo con il Dipartimento di Studi Religiosi. La prima difficoltà è stata dunque quella di creare un piano studi ad hoc e vi assicuro che non è stato per nulla facile. Inoltre, temevo di trovarmi in un ambiente universitario ristretto, tra seminaristi e suore, ma per fortuna le mie paure si sono rivelate in gran parte infondate.

L’Université de Strasbourg, infatti, mi ha accolto, e con me moltissimi altri studenti provenienti da tutta Europa, davvero a braccia aperte proponendo fin da subito incontri formativi, visite al centro storico della città e alle istituzioni europee che costituiscono da sempre il cuore pulsante del capoluogo alsaziano.

Il programma d’accoglienza, dal titolo esemplificativo “Strasbourg aime ses étudiants”, mi ha messo subito di fronte alla profonda differenza che ho visto tra il modo di concepire e vivere l’università in Francia rispetto all’Italia. A Strasburgo gli studenti si sentono realmente tali, con molti doveri (preparazione di dossier ed exposés davanti alla classe quasi ogni mese, frequenza obbligatoria alle lezioni con tanto di giustificazione in caso d’assenza) ma anche e soprattutto con diritti intoccabili.

Ho scoperto, infatti, vivendo in questi mesi in un residence universitario, che quasi tutti gli studenti francesi sono beneficiari di una borsa di studio che consente loro di vivere fuori casa mantenendo una certa autonomia; ho constatato come l’università offra, quasi a titolo gratuito, la possibilità di praticare sport in strutture davvero moderne, di studiare in biblioteche enormi fino alle 11 di sera durante la settimana, di organizzare in aule universitarie corsi serali di danza tenuti da volenterosi studenti di ingegneria.
Insomma, università come sinonimo di partecipazione e voglia di fare. E la città aiuta in questo senso a far sentire i giovani al centro di qualunque aspetto della vita cittadina: musei gratuiti, abbonamenti dei mezzi pubblici e biglietti del cinema a metà prezzo, sconti sulla spesa al supermercato.

ARIA INTERNAZIONALE. A Strasburgo ho inoltre respirato una meravigliosa aria internazionale: sarà stato l’effetto del Parlamento europeo che ogni anno accoglie moltissimi stagisti di tutto il mondo ma, a differenza di quello che si possa pensare sui francesi e sul loro modo di relazionarsi con gli stranieri, non ho fatto fatica a integrarmi nonostante il mio francese di partenza fosse molto elementare. A parte quella volta in cui sono stata corretta per il mio accent terrible da un’anziana signora incontrata per caso al parco.

Oltre gli aspetti positivi non sono mancati però quelli negativi che mi hanno permesso di rivalutare con gioia molte cose made in Italy: una burocrazia borbonica non molto diversa dalla nostra, degli autisti di autobus impazziti che credono di essere nel bel mezzo del traffico milanese di un lunedì mattino e una cucina non minimamente paragonabile a quella italiana. Perciò, leggendo un articolo di qualche mese fa circa il rischio di chiusura del progetto Erasmus per via della mancanza fondi della Unione europea (leggere la proposta avanzata da Giannella Channel: Quel programma di scambi merita il Nobel e i 923.680 euro del premio, link), mi sento di condividere e di far mia una frase della giornalista: “Perché che tu finisca nel posto più civilizzato del Nord Europa oppure in un Portogallo che sembra fermo ai nostri anni Sessanta, quello che più impari a conoscere sono i vizi e le virtù di casa tua”.
Niente di più vero.

Tuttavia ho anche scoperto come la cultura francese, nonostante sia orgogliosa e fiera delle sue origini, ami moltissimo la nostra italiana. Perciò non mi sarei mai aspettata di incontrare più di un ragazzo francese che mi chiedesse lezioni di italiano perché “studio storia della musica, sai, non posso non parlare italiano” o una studentessa, incontrata per caso al bar dell’università, che mi domandasse aiuto perché alle prese con il Leopardi.
Sono stati questi in quattro mesi i momenti più felici in cui mi sono sentita davvero orgogliosa di essere italiana ma, allo stesso tempo, consapevole che, se l’Italia vuole amare realmente i giovani come la Francia, ha molto ancora da imparare.

* Silvia Motta, 23 anni, abita a Cernusco Lombardone (Lecco). Laureata in Lettere moderne all’Università Cattolica di Milano nel dicembre 2011, attualmente frequenta il secondo anno di Filologia moderna. Ha vissuto a Strasburgo da settembre a dicembre 2012, frequentando la facoltà di Teologia presso l’Université de Strasbourg.

Author: admin

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1 Comment

  1. E brava la nostra Silvia Motta!

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