Cuba, Fidel Castro e la ricerca medica contro il cancro: illuminiamo una pagina in penombra della ricerca scientifica

di Josè Manzaneda, di CubaInformacion

Ieri, 2006: il famoso settimanale americano Time, il 13 settembre, citando fonti dei servizi segreti statunitensi, informa il mondo che il leader rivoluzionario di Cuba Fidel Castro, allora 80enne, era “ammalato di cancro in fase terminale”. In effetti per la prima volta dal 1959, il mese precedente, il 1° agosto 2006, Castro aveva ceduto il governo, prima temporaneamente e poi definitivamente, al fratello Raùl, vicepresidente del Consiglio di Stato, per sottoporsi a un intervento chirurgico all’intestino.

Oggi, 2013: il 4 febbraio l’86enne Fidel Castro è riapparso a sorpresa per votare alle elezioni politiche. Ha depositato la scheda nel seggio numero 1 della Piazza della Rivoluzione all’Avana. Il voto pubblico è la smentita di chi, più di sei anni fa, aveva dichiarato lo stato terminale del tumore all’intestino.

Una domanda viene spontanea: a che punto è la ricerca medico-scientifica a Cuba in generale e, in particolare, sul fronte della lotta al cancro? Le aspettative di vita a Cuba erano, secondo recenti statistiche, solo leggermente inferiori a quelle degli Stati Uniti. Il tasso di mortalità infantile cubano è il secondo più basso delle Americhe (dopo il Canada, dati OMS, 2000). Viene generalmente riconosciuto che Cuba ha fatto sostanziali progressi nello sviluppo farmaceutico. Cuba ha un suo portafoglio di brevetti e cerca di commercializzare le sue medicine in tutto il mondo. E allora: c’è qualcosa che in quell’isola hanno scoperto che possa far pensare a maggiori speranze per poter ridurre il numero dei malati di tumore, o stabilizzare la malattia o far aumentare (se la malattia non si è già metastasizzata come nel caso del presidente venezuelano Chavez) le aspettative di una migliore qualità di vita? Con curiosità di cronista (convinto che l’informazione e la ricerca, al di là di ogni ideologia, possano aiutare a prevenire, convivere, guarire) voglio sottoporre all’attenzione dei lettori questo contributo di Josè Manzaneda, coordinatore di CubaInformacion, con l’augurio che voglia aprire un dibattito sul fronte medico e farmaceutico nella lotta al generale “K” (così i medici chiamano il cancro), che è al primo posto nella classifica delle paure degli italiani. (s.g.)

L'Avana, 4 febbraio 2013: Fidel Castro deposita la scheda alle elezioni cubane (ap)

L’Avana, 4 febbraio 2013: Fidel Castro deposita la scheda alle elezioni cubane (ap)

A Cuba abbiamo sviluppato già quattro vaccini contro altrettanti differenti tipologie di tumori: è senza dubbio una importante notizia per l’umanità, se teniamo presente che (secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità) ogni anno muoiono nel mondo, per queste malattie, circa 8 milioni di persone. I grandi mezzi internazionali hanno ignorato il fatto quasi completamente.

Nel 2012 Cuba ha testato il primo vaccino terapeutico contro il cancro al polmone avanzato a livello mondiale, la CIMAVAX-EGF. E nel gennaio 2013 è stato annunciato il secondo, la cosiddetta Racotumomab. Sperimentazioni cliniche in 86 Paesi dimostrano che questi vaccini, sebbene non curino l’infermità, ottengono la riduzione dei tumori e permettono una tappa stabile dell’infermità, aumentando le speranze e la qualità di vita.

Il Centro Immunologico Molecolare de L’Avana, appartenente allo Stato cubano, è l’artefice di tutti questi vaccini. Già nel 1985 venne sviluppato il vaccino della meningite B, unica al mondo, e più tardi altre, come quelle contro l’epatite B o contro la febbre dengue, una malattia infettiva tropicale causata appunto dal virus Dengue. Inoltre opera da molti anni per sviluppare un vaccino contro l’Hiv-Aids. Altro centro statale cubano, il laboratorio Labiofam, sviluppa medicamenti omeopatici anche contro il cancro: è il caso del VIDATOX, elaborato partendo dal veleno dello scorpione azzurro.

Cuba esporta questi farmaci in 26 paesi, e partecipano in imprese miste in Cina, Canada e Spagna. Tutto questo rompe completamente uno stereotipo molto diffuso, rafforzato dal silenzio mediatico sui successi di Cuba e di altri paesi del Sud: che la ricerca medico-farmaceutica di avanguardia si produce solo nei paesi cosiddetti “sviluppati”.

Indubbiamente, lo Stato cubano ottiene una rendita economica dalla vendita internazionale di questi prodotti farmaceutici. Senza dubbio, la sua filosofia di ricerca e commercializzazione è agli antipodi della pratica imprenditoriale della grande industria farmaceutica.

Il Premio Nobel della medicina Richard J. Roberts denunciava recentemente che le aziende farmaceutiche orientano le proprie ricerche non verso la cura delle infermità, ma lo sviluppo di farmaci per malattie croniche, molto più remunerativi. E segnalava che le malattie proprie dei Paesi più poveri (a causa della loro bassa redditività) non venivano investigate. Per questo, il 90% dei finanziamenti per le ricerche viene destinato verso le malattie del 10% della popolazione mondiale.

L’industria pubblica medico-farmaceutica di Cuba, sebbene sia una delle principali fonti di entrate per il Paese, si regge su princìpi radicalmente opposti. In primo luogo, le sue ricerche vanno dirette, in buona parte, a sviluppare vaccini che proteggono dalle malattie e, di conseguenza, abbassano il costo dei medicamenti sulla popolazione.
In un articolo della prestigiosa rivista Science, i ricercatori dell’Università di Stanford (California) Paul Drain e Michele Barry assicuravano che Cuba ottiene migliori indici nella salute che gli Stati Uniti con un costo venti volte inferiore. La ragione: l’assenza – nel modello cubano – di pressioni e stimoli commerciali da parte delle aziende farmaceutiche, e una riuscita strategia di educazione della popolazione nella prevenzione.

Inoltre, le terapie naturali e tradizionali (come l’agopuntura, l’ipnosi e molte altre, pratiche poco redditizie per i produttori di farmaci) sono integrate da molti anni nel sistema sanitario pubblico gratuito dell’isola. Dall’altro lato, a Cuba i farmaci vengono distribuiti, in primo luogo, nella rete ospedaliera pubblica nazionale, in modo gratuito o altamente sussidiato. L’industria farmaceutica cubana, poi, destina praticamente nulla in pubblicità, mentre nel caso delle multinazionali è superiore al costo dell’investimento stesso della ricerca.

Per ultimo, Cuba spinge alla produzione di farmaci generici che mette a disposizione di altri Paesi poveri e dell’Organizzazione Mondiale della Salute, a un prezzo molto inferiore a quello della grande industria mondiale.

Questi accordi, alieni alle regole del mercato, generano forti pressioni dall’industria farmaceutica. Recentemente, il governo dell’Ecuador annunciava l’acquisto da Cuba di un numero importante di farmaci, in reciprocità alle borse di studio fornite a studenti ecuadoriani sull’isola e per l’appoggio di specialisti cubani al programma “Manuela Espejo” per persone diversamente abili. Le proteste dell’Associazione dei Laboratori Farmaceutici Ecuadoriani si sono commutate immediatamente in campagne mediatiche, diffondendo il messaggio della insinuata cattiva qualità dei farmaci cubani.

Dall’altro lato, numerosi analisti vedono dietro il colpo di Stato in Honduras, nel 2009, la grande industria farmaceutica internazionale, dato che il governo del deposto Manuel Zelaya, nel quadro degli accordi ALBA, pretendeva sostituire l’importazione di medicamenti delle multinazionali con farmaci generici cubani.
Il blocco degli Stati Uniti a Cuba impone importanti ostacoli per la commercializzazione internazionale dei prodotti farmaceutici cubani, però pregiudica anche direttamente i cittadini degli Stati Uniti. Per esempio, le 80.000 persone diabetiche che soffrono in questo paese ogni anno dell’amputazione delle dita dei piedi, non possono accedere al farmaco cubano Heperprot P., che le evita.

Il Premio Nobel della Chimica Peter Agre affermava recentemente che “Cuba è un magnifico esempio di come si possa integrare la conoscenza e la ricerca scientifica”. Irina Bokova, direttrice generale dell’UNESCO, dichiarava di sentirsi “molto impressionata” dai successi scientifici di Cuba e mostrava la volontà di questa organizzazione delle Nazioni Unite per promuoverli nel mondo. La domanda è inevitabile: conterà sulla collaborazione imprescindibile dei grandi strumenti di informazione internazionali per diffonderli?

Josè Manzaneda

Fonte: cubainformacion.tv. Traduzione a cura di Puntocritico Onlus, puntocritico.net

Author: admin

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3 Comments

  1. Nell’articolo sulla ricerca medica cubana anticancro leggo: “Altro centro statale cubano, il laboratorio Labiofam, sviluppa medicamenti omeopatici anche contro il cancro: è il caso del VIDATOX, elaborato partendo dal veleno dello scorpione azzurro”. Su questo farmaco so qualcosa in più per esperienza diretta (un parente era in partenza per L’Avana proprio per sottoporsi a queste cure, poi ci ha ripensato). Lo scorpione azzurro in cubano si dice Escoazul (dalla contrazione di escorpión azul, in spagnolo appunto: scorpione azzurro).

    Con questo termine i cubani indicano diverse miscele usate da loro come antinfiammatorio, la cui composizione prevede alla base sempre un dose molto diluita del veleno del Rhopalurus junceus, uno scorpione che si trova a Cuba, Haiti e in Repubblica Dominicana.

    Il veleno dello scorpione azzurro, di colore blu, contiene una tossina la cui composizione e struttura non è stata ancora del tutto chiarita.

    A Cuba questo scorpione viene allevato per derivare le tossine del suo veleno a scopo farmaceutico: la tossina naturale viene emessa disturbando lo scorpione con una piccola scossa elettrica.

    Rhopalurus junceu

    Il Rhopalurus junceus (in basso a sinistra), il cui veleno è alla base di un farmaco cubano dalle presunte proprietà antitumorali) a confronto con il Centruroides margaritatus e il Tityus obscurus

    La fama di questo veleno si è allargata notevolmente in America Latina e in Europa a seguito del diffondersi di voci riguardo a un suo eventuale effetto antitumorale. In realtà a Cuba sono in corso, a quanto abbiamo saputo, studi ancora in fase preliminare su cavie animali e su un numero ristretto di malati di tumore con un farmaco derivato da tale veleno, commercializzato, per ora solo a Cuba, e sul mercato nero internazionale, col nome di Vidatox. Un’azienda privata albanese commercializza l’Escoazul, preparato dalla stessa ditta cubana ma in forma estremamente diluita, come rimedio omeopatico, talmente diluito che non contiene alcuna molecola del farmaco originale: è semplice acqua, e basta.

    Il mio parente che aveva raccolto queste voci, prima di partire per Cuba, ha consultato un paio di oncologi nella regione dove vive, l’Emilia Romagna, ricavandone queste informazioni: al 2012 non esiste alcuna evidenza clinica o preclinica di efficacia antitumorale in letteratura scientifica.

    Pare che il veleno conterrebbe proteine a basso peso molecolare, che possono inibire la produzione di proteasi. Invece secondo i medici cubani sostenitori dell’efficacia anche antitumorale (abbinata a trattamenti e farmaci antineoplastici), i meccanismi d’azione della tossina si esplicherebbero bloccando l’angiogenesi, cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni nel tumore, inibendo gli enzimi cellulari.

    Il mio parente, dopo questo consulto, ha desistito dal mettersi in volo per Cuba, ma gli è rimasta la forte curiosità di capire quanto c’è di vero e quanto di esagerato nelle proprietà farmacologiche del veleno dello scorpione azzurro.

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    • E’ una curiosità anche nostra. Avanti chi può portare testimonianze valide a far luce sui misteri (e vantati progressi) della ricerca medica a Cuba. (s.g.)

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