Tate e bambini:
quella relazione profonda
che non ha nome

Con il tempo imparo che la situazione delle helper o nanny o
maid (le domestiche) che vivono e lavorano a Hong Kong non è facile:
non lo è in tutto il mondo ma qui è particolarmente complicata. Come racconta
il documentario del giovane regista Cheung

MONDI CHE CAMBIANO

Sei anni fa, proprio in questo periodo dell’anno, sono venuta a Hong Kong a cercare casa in previsione del mio trasferimento da Milano. Stavo passeggiando in una strada di Midelevel, una bella zona residenziale a metà collina, tra il Peak e il porto, quando vedo due donne litigare. In realtà una urla e l’altra quasi piange, in mezzo a loro un bimbo che avrà avuto tre anni di fianco a una macchina di grossa cilindrata, parcheggiata e con il portapacchi aperto. Decido di non farmi i fatti miei e di seguire, da distante, la scena che va avanti per almeno dieci minuti buoni; dopo un po’ capisco che la proprietaria della macchina, mamma del bambino, sta prendendo a male parole la sua donna di servizio. Le urla addosso di tutto, insulti pesanti, volgari, le intima di non lasciare mai più la mano del figlio, che è una irresponsabile e che se il fatto si fosse ripetuto l’avrebbe risbattuta nelle Filippine da dove arrivava. Col senno di poi non è difficile pensare alla sequenza dell’accaduto: la domestica filippina, carica di pacchi da mettere in macchina, lascia per un attimo la mano del bimbo. Ma al di là del fatto in sé, mi ha sconvolto la tracotanza della donna, le ingiurie urlate senza freno, lo sguardo sprezzante e cattivo, sguardo che la signora flippina sostiene con dignità mentre, con una forte emozione addosso che la porta alle lacrime, cerca di spiegarsi. L’altra si arrabbia ancora di più, diventa più aggressiva finché il bambino urla alla mamma di smetterla di trattare così Kathy (un nome a caso perché non lo ricordo).

La madre sale in macchina furibonda e parte. Fine.

Con il tempo imparo che la situazione delle helper o nanny o maid (le domestiche) che vivono e lavorano a Hong Kong non è facile, non lo è in tutto il mondo ma qui è particolarmente complicata. Spesso ci sono abusi, maltrattamenti, leggi molto restrittive che impongono loro di vivere sotto lo stesso tetto dei datori di lavoro, il che può significare piccole stanze della grandezza di un normale ripostiglio (nei casi fortunati), letti adagiati su lavatrici e asciugatrici, soggiorni, cucine, balconi, bagni. Qualcuna condivide la camera dei bambini o degli anziani che segue.

Ma qui mi vorrei concentrare su un altro aspetto e cioè il tipo di rapporto che si instaura tra i bambini e le tate che li crescono, che passano con loro la maggior parte del tempo. Perché a Hong Kong viene delegato loro il tempo da passare con i bambini: tempo per il pranzo o per la cena, tempo per il gioco e per le attività extra scolastiche, tempo per la storia prima della nanna.

Tempo che, anno dopo anno, inevitabilmente cementifica una relazione speciale tra di loro, quasi parentale ma non del tutto. Una relazione su cui ha indagato il giovane regista Justin Cheung, figlio di Alfred noto attore, sceneggiatore, regista cinese cresciuto a Hong Kong e di Cyndy Yeung, presidente e amministratore delegato di Emperor Watch and Jeweller.

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Justin ha voluto esplorare questa relazione senza nome, intima e complessa, attraverso un film documentario dal titolo YaYa, uscito ad aprile del 2018 ma in circolazione presso alcune scuole internazionali di Hong Kong in questi giorni. Yaya è il nome con il quale lui e la sua famiglia chiamavano Teresita Lauang che ha vissuto in casa con loro per più di trent’anni svolgendo il ruolo di domestica e tata. Quando Teresita è arriva a casa Cheung, Justin aveva solo due mesi e cresce con lei, così come sua sorella e suo fratello, di qualche anno più piccoli.

“Volevo stimolare il dibattito, non particolarmente seguito a Hong Kong, sul ruolo delle helper che lasciano la propria famiglia e i propri figli per crescere quelli della famiglia come la mia. Mi interessava affrontare il tema della loro condizione di lavoro, mi sono però reso conto che era troppo ampio e allora mi sono concentrato sul mio rapporto con lei, Yaya o auntie Tessy (zia Tessy) come la chiamavo”, spiega in una intervista al quotidiano filippino Philstar Global.

Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di profondamente ingiusto nel ruolo di Teresita all’interno della società, ma non sapevo come esprimerlo. Solo nel momento in cui ho lasciato Hong Kong per studiare Scienze politiche alla Tisch School of Arts della New York University, ho visto il problema da una prospettiva diversa. E ho deciso di comunicarlo attraverso il mio mezzo ideale, un film documentario.

Il giovane regista, 23 anni, ricorda che da bambino Yaya “era una figura materna, volevo dormire nella sua stanza e i primi ricordi d’infanzia sono con lei. Ma, mentre potevo baciare mia madre prima di andare a dormire non potevo fare la stessa cosa con Yaya. Ricordo un episodio in particolare che mi ha fatto davvero ribollire il sangue da bambino, quando la mia famiglia l’ha portata a pranzare con noi in un club della città, ma al momento di sedersi con noi ci dissero che ai domestici non era permesso. Mi sono sentito come se un mio familiare avesse subito una discriminazione contro la quale non potevo fare nulla”.

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Per la realizzazione del documentario Jonathan e Teresita hanno viaggiato insieme nelle Filippine, tornando al villaggio natale di Nueva Vizcaya, dove Zia Tessy ha lasciato un marito, peraltro molto amato, i figli e i nipoti.

Crescendo a Hong Kong, di solito vediamo i lavoratori domestici in un contesto esclusivamente lavorativo. Quando non li vedi mai ridere con i loro amici o vivere in un contesto di normale quotidianità non ti ricordi che sono madri, sorelle, nonne e che con il loro duro lavoro sostengono tutta la famiglia. Incredibilmente, li percepisci solo come una transazione tra denaro e lavoro. Ma dopo avere visto la casa di Teresita, dopo avere incontrato la sua famiglia, dopo averla vista ridere, giocare con i suoi nipoti, il sacrificio emotivo che ha fatto mi è sembrato talmente evidente.

“Sî è stato doloroso”, conferma Teresita Lauang, “ma volevo dare un futuro più luminoso ai miei figli e mi sono sacrificata sapendo quello che facevo. Adesso ho 64 anni, più di trenta passati in casa Cheung, una famiglia amorevole e i ragazzi che ho contribuito a crescere sanno quanto io li ami. Sono fortunata, non per tutte le mie colleghe è così”.

A Hong Kong vivono e lavorano 350 mila domestiche filippine (lem).

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valentina-giannella-lucia-maruzzelli* Mind the Gap è un’agenzia editoriale e giornalistica che produce storie da Hong Kong e dall’Asia Pacific, Australia inclusa, per le testate italiane e internazionali.

Le fondatrici: Lucia Esther Maruzzelli (a sinistra, nella foto) e Valentina Giannella sono giornaliste professioniste con 15 anni di esperienza nei principali giornali italiani. Oggi, dal Foreign Correspondents’ Club di Hong Kong, confezionano servizi e approfondimenti su misura insieme a fotografi e registi locali.

Le collaborazioni: Sette, Oggi, Corriere.it, Io Donna, Living, Panorama, MF Fashion, Famiglia Cristiana, Touring Club, Civiltà del Bere, Il Fotografo, RadioRai e Rai. A Hong Kong, il Post Magazine del South China Morning Post. Contatti: Mind The Gap Ltd, Unit 305-7, 3/F, Laford Centre – 838 Lai Chi Kok Road / Cheung Sha Wan, Kowloon (Hong Kong). Email: [email protected], web: mindthegaphk.com

A PROPOSITO

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