La crisi dei rifugiati:
un piano Marshall europeo
per accogliere i profughi

ECONOMIA E SOSTENIBILITÀ

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Invece di una ripartizione parziale e traballante dei rifugiati fra stati membri reticenti, l’Unione dovrebbe lanciare un programma simile a quello avviato dagli americani all’indomani della seconda guerra mondiale.

In un intervento apparso su diversi giornali francesi, il caporedattore di Alternatives économiques, Guillaume Duval e gli eurodeputati Pervenche Bérès e Yannick Jadot suggeriscono alcune possibili soluzioni affinché l’Unione europea possa assicurare una degna accoglienza alle decine di migliaia di rifugiati che bussano alle sue porte.

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Guillaume Duval

Ora che la crisi finanziaria è in lenta via di superamento, grazie all’introduzione del Meccanismo europeo di stabilità (MES) e all’allontanamento dello spettro della “Grexit”, “il massiccio afflusso di rifugiati, principalmente provenienti dalla Siria, innesca nuovi sviluppi nella crisi europea”, affermano. Afflusso che “ha colpito in particolare la Grecia e l’Italia, due dei paesi che sono stati anche al centro della crisi dell’euro”. Così, “questa nuova difficoltà ha rinforzato i contrasti fra questi paesi e le istituzioni europee, con la minaccia di escludere la Grecia dalla zona Schengen”.

Come se non bastasse, aggiungono, si è creato un fossato coi paesi dell’Europa centro-orientale, alimentando il mulino dei britannici tentati dalla Brexit. Infine, questa crisi indebolisce in modo considerevole la posizione di Angela Merkel nel suo paese, e difatti si ritrova isolata in Europa sulla sua posizione di apertura verso i rifugiati. […] Per altro, è stata la cancelliera tedesca a incarnare l’onore dell’Europa sul fronte dei migranti. Bisogna dunque evitare a qualsiasi costo che gli altri governanti europei possano trarre dalle sue disavventure la conclusione che solo il cinismo e la demagogia xenofoba ripagano.

In questo contesto, come “potremo uscire dalla crisi a testa alta?”, si chiedono gli autori del dibattito, che ricordano che “la questione non è assolutamente in primo luogo una questione economica”: è infatti “insopportabile” che si evochi il “bisogno di manodopera di un’Europa che invecchia” come motivo principale per accogliere dei richiedenti asilo appartenenti all’élite del loro paese, a spese di quest’ultimo.

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Credit: Hajo. In apertura: arrivo di profughi ad Atene, in Grecia.

“Se dobbiamo a tutti i costi abbassare il ponte levatoio della fortezza Europa”, affermano Bérès, Duval e Jadot, “è anzitutto per ragioni umanitarie”: perché queste persone rischiano le loro vite se rimangono nel loro paese e perché noi non possiamo più lasciare l’onere di occuparsene ai soli paesi vicini come il Libano, la Turchia o la Giordania, che rischiano a loro volta di uscirne destabilizzati. Dopo la seconda guerra mondiale o ancora dopo la fine della guerra d’Algeria, la Francia e l’Europa hanno dovuto superare esodi ben più importanti. Perché non ci sono stati più problemi? Essenzialmente perché all’epoca l’accoglienza dei rifugiati era finanziata a credito.

Sostenendo che la soluzione della ripartizione per quote dei rifugiati proposta dalla Commissione non fa altro che “programmare i conflitti”, i tre suggeriscono piuttosto d’ispirarsi al piano Marshall, che “in particolare ha permesso l’insediamento in Germania di milioni di rifugiati provenienti da est”: se si finanzia a credito l’accoglienza dei migranti, i redditi del resto della popolazione non diminuiranno e il volume dell’attività globale aumenterà di pari passo… E i rifugiati pongono paradossalmente tanti meno problemi quanto più sappiamo mostrarci generosi con loro: infatti, se i redditi che gli vengono assegnati sono troppo deboli rischiano di mettere in atto un dumping sociale dedicandosi al lavoro nero… Grazie all’attività economica che innescano una volta stabilitisi (processo che può anche essere rapido se ben gestito), il rimborso dei debiti contratti non dovrebbe creare difficoltà.

In un’Europa che conta 510 milioni di abitanti, “accogliere dignitosamente 2 milioni di rifugiati” costerebbe “intorno ai 30 miliardi di euro annui, ovvero lo 0,2% del Pil dell’Unione”: come si può sostenere che sarebbe impossibile indebitarsi collettivamente ai livelli citati per questa causa, nel momento in cui la Banca centrale europea fa stampare denaro per immettere ogni mese 60 miliardi di euro supplementari nella macchina europea?

Per riuscirci, gli autori propongono di “introdurre una tassa per finanziare l’accoglienza dei rifugiati”

In cambio di una ripartizione più sostenibile dei rifugiati in Europa, la Germania accetta che l’Unione s’indebiti per permettere ai suoi vicini di accoglierli dignitosamente.

Fonte: voxeurop.eu, periodico che raccoglie il meglio della stampa europea. È realizzato da una squadra di giornalisti e di traduttori volontari. Questo testo è tradotto dal francese da Andrea Torsello.

A PROPOSITO

Lavoro, lavoro, lavoro: anche in America evocano il Piano Marshall contro l’Isis

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James Stavridis (West Palm Beach, Florida, 1955).

James Stavridis, ammiraglio statunitense, già comandante delle forze della Nato, nell’ultimo numero di Foreign Policy spiega qual è la sua ricetta: contro un nemico che crede nella tortura, nelle sevizie, nella schiavitù sessuale, va senza dubbio rafforzato un intervento militare, fatto di intelligence, ma non basta. Ciò che davvero può fare la differenza è il cosiddetto “soft power”, che significa convincere la gente senza costringerla. Come si fa?

Stavridis ha le idee chiare: ci vuole lavoro, lavoro, lavoro (“jobs jobs jobs”). Una sorta di Piano Marshall. Ovviamente non sarà il lavoro a risolvere tutto, però la prospettiva di un impiego stabile, di una famiglia sana, di una comunità semplicemente “normale” potrebbe allontanare più di qualcuno dalla scelta radicale violenta. Quanto costa tutto questo? Un sacco di soldi. Per creare lavoro, offrire istruzione, sanità e infrastrutture ci vogliono 200 miliardi di dollari all’anno. Se però si pensa che nella coalizione ci sono più di 60 paesi non è un obiettivo così irraggiungibile (tanto meno se si considera – e Stavridis lo considera – che durante la guerra in Iraq e in Afghanistan gli Stati Uniti spendevano quasi un miliardo al giorno).

Author: admin

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