A Bari felicità è ascoltare
storie d’autore
con un Caffè Dolceamaro

IL LATO BELLO DEL SUD

intervista di Maria Paola Porcelli per Giannella Channel

Nato qualche anno fa a Bari con l’intenzione di far rivivere l’idea dei grandi Caffè storici, letterari o d’arte, della tradizione francese e mitteleuropea, è ormai un punto di riferimento grazie ai sofisticati appuntamenti di scrittori, editori e concertisti. Filosofia e retroscena nel racconto dell’animatrice culturale Marina Losappio Triggiani.

“Il primo corner FMR al mondo che si inaugurerà al Caffè d’Arte Dolceamaro di Bari vuole essere soprattutto un’occasione per avvicinare i pugliesi alle mie pubblicazioni”. Parola dell’intellettuale ed editore Franco Maria Ricci: copertine in seta nera, carta azzurra vergata, fregi d’oro sui suoi volumi, tra tutti, la ristampa dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Era il 2002 e dalla casa editrice parmense si annunciava così di aver “condiviso con entusiasmo l’idea della signora Silvia Volpe” ovvero l’idea di dedicare un angolo del suo caffè letterario alle preziose pubblicazioni Éphémère.

La scelta del Dolceamaro cadeva, si diceva, su questo “luogo sociale in cui realizzare incontri ideali”.
Avevano ben indovinato quella che ne era la vocazione. Perché è passato del tempo, son successe molte cose e quella parete tappezzata di volumi così importanti insieme alle teche con esposti oggetti d’arte ricercatissimi che Silvia trova in ogni parte del mondo continua a far da testimone a incontri esclusivi.
Protagonisti del mondo della letteratura, della cultura non solo nazionale riconoscono il Dolceamaro come luogo di elezione nel Mezzogiorno d’Italia, in cui far tappa per incontrare in maniera speciale il pubblico.

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L’ingresso del Dolceamaro in Via S. Francesco d’Assisi.

Difficile scegliere tra i nomi dei tanti ospiti che nel tempo passano da qui: Corrado Augias, Alessandro Barbero, Gianfranco Dioguardi, Bossi Fedrigotti, Natalia Aspesi, Vittorio Gregotti. Per esempio, Ginevra Bompiani a raccontare come nacque durante la mostra-mercato dei piccoli editori organizzata nel pavese Castello di Belgioioso, da una sua idea, da un desiderio di suo padre, la casa editrice Nottetempo. O Francesco Freda, truccatore nei set cinematografici da Altri tempi di Alessandro Blasetti, poi con Pietro Germi, Michelangelo Antonioni e Billy Wilder; poi giornalisti, costumisti, autori, editori e librai come Agnese e Diego De Donato, Adele Cambria, Giulia Mafai. Presentazioni che via via scivolano nel buio di serate per lo più invernali come chiacchierate tra vecchi amici a ricordare pesche miracolose, in un’atmosfera che sanno non potersi ripetere facilmente.

Dal morbido portoncino, tra profumi di frutti di bosco (sono le tisane di Brunico) e mandorle salate, il marmo verde bottiglia per pavimento, velluti e improvvise folate al cioccolato migliore d’Europa (c’è anche quello salentino), ci si guadagna l’ingresso in questo mondo. Breve spazio sospeso, terra di mezzo animata in quei primi anni Duemila da due donne intelligenti: la padrona di casa, dicevamo, Silvia Volpe, e Marina Losappio Triggiani, sapiente animatrice culturale, molto amata e rispettata negli ambienti affatto facili delle grandi case editrici, degli autori, degli appassionati di letture. Queste due donne hanno fatto del tempo che si consuma qui al Dolceamaro un tempo speciale (dolceamarocaffedarte.it).

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Marina Losappio Triggiani, animatrice culturale del Caffè d’Arte Dolceamaro di Bari, con lo scrittore Maurizio De Giovanni, vincitore del Premio Giorgio Scerbanenco 2012 con il romanzo Il metodo del coccodrillo (Mondadori).

“Abbiamo aperto nel 2002 e dal 2003 siamo Presìdio del libro, aderendo all’associazione pugliese per la promozione del libro”, racconta Marina. “C’è chi dice che portiamo fortuna, visto che prima di vincere il Premio Campiello son passati da noi Salvatore Niffoi e Michela Murgia, Andrea Molesini e altri ancora. Dunque, con il Campiello siamo forti”, ironizza. “Ma non solo: Andrej Longo, il famoso pizzaiolo napoletano che è in realtà un grande sceneggiatore anche di fiction televisive e che scrive per Adelphi è venuto da noi tre volte e poi ha vinto i premi Bagutta e Chiara”.

Vi manca di portar fortuna ai candidati allo Strega?

“È vero, un premio Strega ci manca. Tant’è che avevamo pensato alla napoletana Wanda Marasco, scrittrice, attrice e regista. Era tra i dodici finalisti con il romanzo Il genio dell’abbandono edito da Neri Pozza: racconta di Vincenzo Gemito, anch’egli napoletano e tra i maggiori scultori italiani vissuti tra Ottocento e Novecento”.

Sulle poltroncine tappezzate di velluto del Dolceamaro si è accomodata tanta gran bella gente. Uno tra i ricordi più belli?

“La serata più bella è stata quella con Enza Buono Carofiglio, esattamente un anno prima che lei finisse. Era stato rieditato un suo lavoro, con un bellissimo lavoro di Gianrico (intervistato da Salvatore Giannella a seguire, Ndr) come premessa. Questa scrittrice ormai anziana era presentata e sostenuta da tutti e due i figli scrittori. Gran bel momento”.

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Il Caffè non offre grandi spazi e ha esercitato nel tempo una sorta di selezione naturale del suo pubblico. Cosa ha significato?

“È vero, c’è chi ha trovato la situazione troppo impegnativa e ha preferito non tornare o chi l’ha trovato chic. La cosa divertente è che gli autori, gli intellettuali e in genere chi viene da fuori Bari trova il posto molto bello mentre i baresi come sempre scelgono a seconda dei loro momenti. Molti non vengono: preferiscono il clima e le offerte delle librerie che apparentemente lasciano maggiore libertà”.

Non solo per come lo spazio del Dolceamaro è progettato?

“L’autore da noi ha una vicinanza irrituale con il suo pubblico, svaniscono differenze, lo percepisce: è allo stesso livello del pubblico. Qualcosa di studiato. Si partecipa attivamente, si è acquisita consuetudine. Non a caso il Caffè d’Arte è stato inaugurato da Benedetta Craveri, nipote del grande Benedetto Croce, che ci raccontava del salotto di sua madre Elena e della civile conversazione nel Settecento francese”.

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La scrittrice Benedetta Craveri, nipote di Benedetto Croce. Ha inaugurato il ciclo degli incontri al Dolceamaro con il suo romanzo su una schiava nera: Ourika (Adelphi).

Che segno ha lasciato la Craveri?

“La signorilità, l’eleganza, la semplicità assoluta di una signora che è la nipote del più grande filosofo italiano io non le ho mai riconosciute in altri. Ti prende per mano e ti porta in un mondo dove non oseresti mai entrare. E questo per chi ama la cultura è una sorta di privilegio. Così grande che tu rimani poi la sera a pensare: ma come ho fatto a capire, ad entrare in questo mondo?”.

Con le grandi librerie della città che rapporti avete?

“Non siamo mai entrati in competizione perché c’è stato una specie di gentlemen’s agreement, un accordo tra gentiluomini: siamo sempre state consapevoli del fatto che la grande libreria avesse possibilità e capacità di organizzare grandi iniziative, cosa che noi non possiamo fare. E ci siamo ritagliate spazi alternativi. Anche dedicati alla musica, all’Opera. Abbiamo poi avuto ospiti alcuni intellettuali e storici che in città son passati solo dal Caffè, dove comunque la formula è quella della conversazione e non della presentazione stile conferenza: il luogo non lo permetterebbe”.

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Nella serata di lunedì 23 maggio, Benedetta Craveri ha presentato il suo libro “Gli ultimi libertini” (Adelphi). Insieme a lei al Dolceamaro, il francesista dell’Università di Bari, professor Fiorentino (a sinistra) e l’assessore alla cultura del Comune di Bari, Silvio Maselli (a destra).

E dell’effervescente fan club di Maurizio De Giovanni, giallista napoletano tradotto in tutto il mondo che pubblica con Einaudi, cosa racconta?

“Sì, è vero, Maurizio è il nostro cuore. Non sono solo io a pensarlo ma il pubblico del Caffè d’Arte. Maurizio è venuto a Bari quando qui non lo conosceva nessuno. Ed in questo rivendico il diritto di averlo in qualche modo scoperto. Arrivò una domenica pomeriggio da Napoli portando le sfogliatelle del Gambrinus, lo storico caffè letterario. Perché Ricciardi, il suo commissario, nei suoi romanzi siede al Gambrinus, dove ora c’è proprio la sedia del Commissario Ricciardi, e mangia la sfogliatella, accompagnandola a un caffè”.

E che accadde, in quella domenica pomeriggio?

“Portammo le sfogliatelle al Dolceamaro e iniziammo questa conversazione: questa abitudine a conversare con lui iniziò allora, quando era al secondo libro della prima tetralogia. Lo pubblicava per Fandango dove devo ricordare che c’era la mano di Mario Desiati: aveva ben intuito le potenzialità di questo scrittore. La storia è continuata. Tutte le volte che Maurizio scrive un libro e ogni anno viene da noi”.

Come siamo messi a premi con De Giovanni?

“Con Il metodo del coccodrillo pubblicato da Mondadori ha vinto lo Scerbanenco, miglior riconoscimento nazionale dedicato al genere giallo/noir. Quindi siamo messi bene”.

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INFO UTILI

Dolceamaro Caffè d’Arte

Via S. Francesco d’Assisi 9-11
70123 – Bari – ITALIA
Tel./Fax: +39 080 528 93 68
e-mail: [email protected]

Maria Paola Porcelli, giornalista free lance per le pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno e collaboratrice di Oggi dalla Puglia. Ha pubblicato interviste, inchieste e servizi per diverse testate pugliesi e nazionali. Per i libretti di sala della Fondazione lirico sinfonica Petruzzelli e teatri di Bari ha pubblicato sinossi e interviste a direttori d’orchestra, registi e scenografi.

A PROPOSITO

Il mio uomo faro? Emilio Lussu,

politico rigoroso

dalle parole precise e ironiche

intervista di Salvatore Giannella per Sette* a Gianrico Carofiglio, ex magistrato e scrittore

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Gianrico Carofiglio (Bari 1961), da magistrato a scrittore e presidente della Fondazione Petruzzelli di Bari. I suoi ultimi libri: Con parole precise (Laterza) e Passeggeri notturni (Einaudi).

Credit: GIACOMO GIANNELLA/STREAMCOLORS

Poche settimane fa, Carofiglio, eravamo a Matera, nella rassegna “Tu non conosci il Sud”, e lì avevi raccontato storie sui lieviti creativi di persone e imprese che hanno scelto di vivere da Roma in giù…

“È del Sud anche il mio uomo faro: Emilio Lussu, straordinario scrittore e politico sardo, tra i fondatori del Partito sardo d’azione e poi a capo di Giustizia e Libertà, movimento cui impresse una forte impronta socialista. Ma Lussu non va incasellato nel Sud come categoria geografica, ma come categoria dello spirito, cioè di tutti quei luoghi in cui i popoli vivono in povertà subendo umiliazioni e oppressioni. Per questo lo avevo scelto come eroe dei miei anni giovanili: leggevo e consigliavo i suoi libri (Un anno sull’Altipiano, il mio preferito, e Marcia su Roma e dintorni) e la sua bellissima biografia, scritta da Giuseppe Fiori. In quelle pagine ho trovato un corso completo all’etica civile oltre che alla buona scrittura, asciutta, nitida: un modello per la politica e la letteratura che devono parlare chiaro, e anche una sorpresa piacevole per chi apprezza il senso dell’umorismo”.

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Emilio Lussu (Armungia, Cagliari 1890 – Roma 1975). Scrittore, tra i fondatori di Giustizia e Libertà, due volte ministro nel dopoguerra.

Credit: GIACOMO GIANNELLA/STREAMCOLORS

Lussu e umorismo: effettivamente la connessione sembra nuova.

“Invece è una delle luci che illuminano le pagine dei suoi libri. Ci sono alcuni brani in cui l’imbecillità, la mediocrità, il trasformismo sono raccontati con un tono apparentemente neutro, in realtà fremente di indignazione. I suoi libri contengono una grande lezione morale, sulla facoltà di scegliere. Lussu è un uomo che nella sua vita avventurosa è sempre stato capace di scegliere. La combinazione affascinante è proprio questa sapiente miscela di politica e letteratura: la fuga con Carlo Rosselli dal confino di Lipari, dove era stato relegato da Mussolini (del quale fu tra i più fermi oppositori dopo il delitto Matteotti), e prima ancora, la Grande guerra, il carcere e il confino, il coraggio. Quest’ultima dote ne fa un personaggio che io apprezzo molto perché a fare discorsi teorici sono bravi tutti, a mettere in pratica la teoria anche a costo della propria incolumità o della vita, un pochino meno. Insomma, mi piace questa coerenza rotonda che emerge dalla sua storia”.

Una vita ricostruita oggi nel suo paese natale, Armungia (Cagliari), in un museo intitolato a lui e alla seconda moglie, Joyce Salvadori.

“Anche lei è una figura leggendaria. Fiorentina, è stata poetessa, scrittrice, traduttrice (ci ha fatto conoscere il poeta turco Nazim Hikmet), valorosa partigiana. Volle trasferirsi in Sardegna per incontrare i contadini-pastori che erano stati anche soldati della Brigata Sassari sull’Altipiano di Asiago. Una vita contro, come recita il titolo della sua biografia raccolta da Silvia Ballestra. Vita spesa tenendo d’occhio, nelle sue visite alle scuole, i giovani, quelli che lei chiamava il ‘futuro vivente’. Quelli ai quali dobbiamo consegnare il testimone delle vite di un uomo e di una donna che onorano l’Italia”. (Fonte: “Sette” (lo storico magazine del “Corriere della Sera”, diretto da Pier Luigi Vercesi), gennaio 2016)

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog che vuole essere una bussola verso nuovi orizzonti per il futuro, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “Guida ai paesi dipinti di Lombardia”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo” e, a quattro mani con Maria Rita Parsi, “Manifesto contro il potere distruttivo”, Chiarelettere, 2019), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

Dalla collana “Il mio eroe”:

Author: admin

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