9 maggio: “Giorno della memoria”
dedicato alle vittime del terrorismo.
Mattarella riceve i parenti al Quirinale
e noi vogliamo ricordarle così

Per non dimenticare

testo di Salvatore Giannella

Dal 2008 la Repubblica Italiana riconosce il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro e di Peppino Impastato, come “Giorno della memoria” per ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di questa matrice. In questa data vengono indette manifestazioni pubbliche, cerimonie, incontri, momenti comuni di ricordo dei fatti e di riflessione, anche nelle scuole di ogni ordine e grado, per conservare, rinnovare e costruire una memoria storica condivisa in difesa delle istituzioni democratiche. E domani al Quirinale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceverà una delegazione di parenti dei numerosi Caduti per servizio. Tra loro, anche una delegazione dell’Associazione Emilio Alessandrini, il magistrato di Milano, assassinato durante gli anni di piombo (il 29 gennaio 1979 da un “commando” del gruppo terroristico Prima Linea) con la vedova Paola e il figlio Marco, oggi sindaco di Pescara, e l’ex commissario di polizia Ennio Di Francesco, che i lettori di Giannella Channel conoscono e apprezzano per il suo continuo impegno civico e per la sezione “Poliziotti di luce” avviata su questo blog (LINK).

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Emilio Alessandrini (Penne, 1942 – Milano, 1979). Maturità nel 1960 al liceo classico D’Annunzio di Pescara (vedi testo a seguire). Laurea a Napoli nel 1964. Nel 1968 è sostituto Procuratore della Repubblica a Milano. 1969: sposa Paola Cecilia Bellone e nel 1970 nasce il figlio Marco. Alessandrini, scrisse il giornalista Walter Tobagi ucciso a sua volta da terroristi di sinistra sul Corriere della Sera all’indomani del delitto, “è il prototipo del magistrato di cui tutti si possono fidare”. Si occupa di indagini sul terrorismo e, dal 1972, delle indagini sulla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, per la prima volta tracciando quella che sarebbe stata poi definita “la pista nera”. Viene ucciso il 29 gennaio 1979 da un “commando”
del gruppo terroristico Prima Linea.

La memoria è la radice su cui si costruisce la convivenza sociale, democratica e civile. Per questo vogliamo dedicare a questa Giornata un video, l’elenco delle vittime che troverete alla fine del video e le parole (Per non dimenticare) che, per migliorarne la comprensione, riportiamo a seguire:

 

PER NON DIMENTICARE

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Ennio Di Francesco
visto da Nazareno Giusti.

La Memoria è il tempo della storia. Ancorché lancinante di dolore e di pianto ogni ricordo deve restare. Ieri, oggi, domani. Accusatore implacabile di coscienze inclini all’oblio. Patrimonio vergognoso e amaro. Per non dimenticare mai. La Memoria è il tempo della storia, il futuro di ieri. Cucita nel filo nero e rosso che dai lager di Polonia e Siberia inesorabilmente conduce agli scempi di Iraq e Somalia, ai bambini massacrati di Bosnia… e domani chissà. Per non dimenticare. Cucita nel filo rosso e nero di fanatismo e falsa dottrina che dagli anni di piombo di piazza Fontana, dell’Italicus e delle tante stragi impunite, conduce a via Fauro, via Palestro e domani chissà. Per non dimenticare, per non permettere ai “cattivi maestri” che armarono le menti a essere esse caine di disquisire ancora oggi, magari in dotte lezioni su nuovi sepolcri imbiancati. Lo impediscano l’urlo dei morti per amore di giustizia, il dolore muto dei figli, delle mogli, dei padri, l’incolmabile debito che tutti abbiamo verso questi Eroi silenziosi. La Memoria è strada amara e sofferta. Per non dimenticare.

(Ennio Di Francesco, Per non dimenticare, Edizioni Tracce, Pescara, 1994)

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

A PROPOSITO/ L'ATTUALITÀ DELLA MEMORIA

Pescara, la classe dei giusti:

in una fotografia

un pezzo di storia italiana

Il magistrato eroe di piazza Fontana, il giudice istruttore della strage

di Bologna, la magistrata di ferro dei processi a Previti e Berlusconi,

il commissario che democratizzò la polizia italiana… Ecco le foto

di un gruppo di compagni di liceo che hanno cambiato la giustizia italiana

testo di Paolo Biondani / l’Espresso*

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Giustizia di classe. O meglio, una classe per la giustizia. Qualche volta succede che in un gruppo di compagni di scuola si crei un’affinità elettiva, un sentire comune, un particolare contesto umano e intellettuale in grado di prefigurare uno speciale incrocio di destini. Queste foto ingiallite dal tempo sono una testimonianza delle “vite parallele” di una classe di studenti del liceo classico D’Annunzio di Pescara: tra quei compagni di scuola, in posa sulla scalinata d’ingresso dell’istituto con il loro carismatico professore di filosofia, che fu anche il loro primo maestro di diritto, c’è un pezzo di storia della giustizia italiana. Nell’Italia di oggi, dove anche la giustizia sembra in crisi, l’Espresso pubblica queste immagini con la speranza che il futuro possa regalarci una nuova generazione di giovani capaci di raccogliere idealmente il testimone di questi uomini e donne, che tanti anni fa, in una normalissima classe di liceo, scelsero di dedicare la loro vita a realizzare il sogno di creare un paese più onesto, più libero, più giusto.

Tra i ragazzi in piedi nella fila più in alto, il terzo da sinistra, di cui si vede solo il volto vicino alla porta, è Emilio Alessandrini, il futuro pubblico ministero che negli anni Settanta, con il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, saprà dimostrare le responsabilità della destra eversiva di Ordine nuovo, e le complicità dei servizi segreti militari dell’allora Sid, nella catena dei 17 attentati terroristici che nel 1969 sconvolsero per la prima volta l’Italia. Un’escalation di bombe nere, per cui sono stati condannati in via definitiva i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura, culminate nella strage di piazza Fontana, che invece è rimasta impunita, dopo troppi depistaggi di Stato. E dopo che l’inchiesta fu sottratta a quei coraggiosi giudici di Milano. Alessandrini è uno dei magistrati che in questo paese hanno dovuto sacrificare la vita alla ricerca di verità e giustizia. È stato assassinato a Milano il 29 gennaio 1979 da un commando di terroristi rossi guidato da Sergio Segio e Marco Donat Cattin. Il giornalista Walter Tobagi, che verrà ucciso con la stessa insensata ferocia, ci ha lasciato un memorabile ritratto di quel pm «dalla faccia mite, da primo della classe che si lascia copiare i compiti», definendo Alessandrini, per il suo rigore, capacità e umanità, come «il prototipo del magistrato di cui tutti si possono fidare». Suo figlio, Marco Alessandrini, che aveva otto anni quando gli ammazzarono il papà, ha studiato giurisprudenza ed è diventato avvocato, ereditando la sua passione per l’impegno civile: candidato dal centrosinistra come emblema di legalità, oggi è il sindaco di Pescara.

Seduta in prima fila, a sinistra, con il vestito nero e le scarpe bianche, c’è Laura Bertolè Viale, una “donna di ferro”, entrata in magistratura quando il mondo dei tribunali era ancora quasi esclusivamente maschile, che è andata in pensione da poco, dopo 48 anni, 6 mesi e 25 giorni di lavoro: 13 da giudice civile, 15 nei collegi penali, 20 come sostituto procuratore generale, fino a diventare la reggente dell’ufficio di livello più alto della pubblica accusa nell’intero distretto di Milano. Il suo nome è legato a molti processi che hanno fatto storia, dalle stragi nere all’omicidio Calabresi, dai maggiori scandali economici ai casi giudiziari di Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Impermeabile alle velenose polemiche che, per contestare questo o quel verdetto, la bollarono prima come “giudice fascista” e poi come “toga rossa”, Laura Bertolè Viale si è sempre battuta per una vera indipendenza della giustizia, e di ogni singolo magistrato, da qualunque potere, pressione o condizionamento. E ha saputo contestare dall’interno anche certi eccessi di protagonismo o correntismo giudiziario: tra i colleghi è rimasto famoso il suo elogio, in una delle rarissime interviste (concessa l’anno scorso a l’Espresso), del «magistrato normale, serio, preparato, capace di dare giustizia a tutti i cittadini nei tanti piccoli casi della vita di ogni giorno».

Il ragazzo in alto a destra con il maglione chiaro è Vito Zincani, il futuro giudice istruttore di Bologna che ha diretto le indagini sulla strage nera del 2 agosto 1980, inchiodando alle loro responsabilità, confermate da due diverse sentenze definitive di condanna, tre terroristi della destra eversiva romana, che furono protetti da ufficiali criminali dei servizi segreti sotto la regia di Licio Gelli, il burattinaio della loggia P2 e del Banco Ambrosiano, morto nei giorni scorsi dopo essere riuscito per troppi anni a sfuggire alla pena. Dopo aver portato a termine altre indagini molto complesse come la bancarotta Parmalat, Zincani ha chiuso la sua carriera da poco come procuratore di Modena, ma continua a lavorare per la giustizia.

Nella stessa foto di classe si riconoscono altri protagonisti della vita giudiziaria italiana: i due ragazzi sopra il professore sono Angelo Angelini (a sinistra con la giacca scura), che diventerà giudice civile a Pescara, e Franco Zuccaro (a destra con il maglione bianco), che farà l’avvocato civilista; mentre il secondo da sinistra con gli occhiali nella fila in alto, accanto ad Emilio Alessandrini, è il compianto Carlo Mimola, che ha istruito generazioni di giuristi come professore universitario di diritto civile. Tra tante persone di legge, in quella classe è cresciuta anche una brava giornalista: tra le ragazze in primo piano che reggono la scritta del liceo, la prima a sinistra è Alessandra Gasbarro, che diventerà una colonna dell’agenzia di stampa nazionale Agi.

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Nel giorno della prima foto era assente da scuola un altro uomo di giustizia, che compare nella seconda immagine qui sopra. Il ragazzo più a sinistra nella fila in alto, con la giaccia grigia e la camicia chiara, sopra Emilio Alessandrini, è il suo grande amico Ennio Di Francesco, che diventerà un’istituzione della pubblica sicurezza. Laureatosi in giurisprudenza, entrato nei carabinieri e poi nella polizia quando erano ancora corpi militari di tradizione repressiva, Di Francesco si è impegnato senza risparmio (scontrandosi anche contro le gerarchie) in delicatissime indagini contro il terrorismo di destra e di sinistra ed è stato un pioniere delle inchieste su mafia e droga. Negli anni Settanta è stato uno dei “poliziotti carbonari”, secondo la sua ironica auto-definizione, che hanno vinto la battaglia per democratizzare la polizia di Stato, che con la riforma del 1981 è diventata una struttura di funzionari civili. Dopo aver lavorato in mezza Italia nell’Anti-terrorismo, nella Criminalpol e nell’Anti-narcotici, arrivando a negoziare per l’Italia il testo della fondamentale convenzione internazionale del 1988 contro il traffico di droga, ha vinto il concorso che gli ha permesso di chiudere la carriera come dirigente dell’Interpol e dell’Europol. Poliziotto colto e scomodo, ha scritto anche libri, tra cui spicca la sua autobiografia, “Un commissario”, con prefazione del grande filosofo del diritto Norberto Bobbio.

Emilio Alessandrini ed Ennio Di Francesco erano stati compagni di scuola già alle medie, dove erano in classe con un altro amico destinato a impegnare la vita nella ricerca di verità e giustizia, che non compare nelle immagini del liceo: è lo storico Giuseppe De Lutiis, considerato il massimo esperto delle vicende, misteri e deviazioni illegali dei servizi segreti in Italia, consulente delle più importanti commissioni parlamentari d’indagine sulle stragi e il terrorismo nonché delle migliori inchieste televisive di Sergio Zavoli sulla “Notte della Repubblica”.

Le vite parallele di questi pacifici e sorridenti compagni di scuola sembrano quasi una lezione per l’Italia di oggi. Tra guerre, terrorismo, crisi economica ed emergenze ambientali, c’è da sperare che la nostra Italia possa trovare tante nuove classi di giovani giusti, capaci e pronti a costruire un futuro migliore.

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Fonte: l’Espresso, 22 dicembre 2015.

Author: admin

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