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“SOS Congiuntivo for dummies”, di Antonio Zoppetti.

Nei giorni segnati dal clamore su tre congiuntivi applicati erroneamente al verbo “spiare”, in un colpo solo, da Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, mi arriva la copia fresca di stampa di un utile volume di Antonio Zoppetti: SOS congiuntivo (Hoepli editore, 180 pagine, euro 14,90), ricco di esempi e di paradigmi, opera nata dall’esperienza sul campo attraverso lezioni per adulti e per stranieri.

Ho conosciuto Zoppetti (Milano, 1965) come bravo professionista curatore di servizi editoriali per varie case editrici ed esploratore, in laboratori ludico-didattici, di ogni forma di scrittura: dai multimedia agli e-book, dalle sceneggiature per il video ai testi per il teatro. Con i suoi dizionari fatti dai bambini e attraverso performance come quella del Webcabolario, ha vinto il premio “Alberto Manzi” per la comunicazione educativa. Per i tanti italiani (specie giovani: le ragazze, mi raccontavano, amerebbero meglio uno che sa maneggiare bene il congiuntivo)che soffrono di congiuntivite, la notizia buona è che non è poi tanto difficile guarire: e queste pagine, bagnate in Arno guardando all’Accademia della Crusca, possono essere il toccasana.

Sintetizzo gli argomenti del libro: Cos’è il congiuntivo – quando si usa, come si coniuga e le differenze con il condizionale; Per non sbagliare – le tabelle con le coniugazioni e gli esempi variati in tutte le relazioni di contemporaneità, anteriorità e posteriorità; Quando è (e NON è) obbligatorio – i consigli per scegliere di volta in volta il giusto modo: Gli errori più diffusi – le forme scorrette, i periodi ipotetici e i trucchi pratici per debellare per sempre la “congiuntivite”. Vi porgo le parole introduttive. (s.g.)

In italiano si possono fare – e spesso si fanno – tanti errori, ma guai a sbagliare un congiuntivo! In televisione capita a volte di sentire personaggi pubblici, presentatori o anche giornalisti che dicono “films” invece di film, “disfava” invece di “disfaceva”, “rùbrica” invece di rubrica e persino “propio” e “presempio” al posto di proprio e per esempio, ma pazienza, nessuno si scandalizza.

Eppure, sbagliare un congiuntivo non si perdona, un solo errore del genere può vanificare e ridicolizzare un lungo discorso serio, sensato e corretto. La gente si ricorderà solo del congiuntivo a sproposito.

GLI ERRORI “ALLA FANTOZZI”

“Non azzecca un congiuntivo” è la frase fatta che serve per bollare qualcuno come ignorante, burino o irrimediabilmente incapace. Nell’immaginario collettivo scatta subito l’associazione con Fantozzi, il simbolo dell’uomo mediocre e “sfigato” che sbaglia sistematicamente tutti i congiuntivi (“vadi”, “facci”, “dasse”, “me lo dii”). Prima di lui era Totò a ironizzare sull’argomento (ma mi facci il piacere, “vadino”, “venghino”), ma fuori dalla satira cinematografica, la sindrome del congiuntivo maccheronico, chiamiamola pure “congiuntivite”, ha lasciato le sue tracce indelebili anche in altri contesti. Adriano Celentano, in Una carezza in un pugno (1968) cantava: “Ma non vorrei che tu a mezzanotte e tre stai già pensando a un altro uomo”, invece di usare stessi, mentre in Quel mazzolin di fiori ricorre il tormentone “e bada ben che non si bagna” al posto di bagni.

Licenze poetiche? Polemica contro l’uso di un italiano troppo erudito contro il parlato della gente comune? Beata ignoranza? Ognuno la pensi come vuole, ma di fatto, la difficoltà di padroneggiare il modo più ostico della nostra lingua è molto diffusa, anche tra le fasce della popolazione scolarizzate o in possesso di una laurea. Più che la coniugazione sbagliata del congiuntivo (per esempio “stasse” invece di stesse), è il suo uso a creare difficoltà: i dubbi amletici su cosa sia meglio dire (si dice penso che è o penso che sia?), il padroneggiarlo quando è obbligatorio (“voglio che sia” e non “voglio che sei”, “sebbene fosse” e non “sebbene era”), l’impiegarlo nella giusta correlazione dei tempi (“vorrei che fosse” e non “vorrei che sia”) e nei periodi ipotetici insieme al condizionale (“se lo sapevo…”, o “se lo avrei saputo andavo…” al posto di se lo avessi saputo sarei andato).

Spesso si pensa, a sproposito, che questi errori siano il sintomo di una imminente “morte del congiuntivo” e di un dilagare dell’ignoranza che porterà alla sua scomparsa. Uno scenario contrapposto al falso mito di una “età dell’oro” in cui queste cose non succedevano. Non c’è nulla di vero in tutto ciò.

Storicamente, almeno nel parlare, l’italiano è molto giovane e l’unificazione linguistica dell’Italia si è fatta strada solo nel Novecento, con la diffusione di radio, cinema e televisione. Soltanto con i grandi flussi migratori e poi con la scolarizzazione di massa, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la nostra lingua ha cominciato a sostituire i dialetti in tutto il Paese e a diffondersi come patrimonio comune. Perciò non c’è mai stata nessuna età dell’oro. Quanto alla morte del congiuntivo, se ne parla da oltre trent’anni, e dopo tutto questo tempo non è affatto scomparso, né sta per scomparire, anzi! Tutti gli studi sull’italiano dell’età televisiva e del nuovo Millennio, compresi quelli dell’Accademia della Crusca, documentano che complessivamente sopravvive benissimo anche nel linguaggio della televisione, della canzonetta moderna e del Web.

Dunque, non solo il congiuntivo è vivo e vegeto, ma gode anche di ottima salute, ed è per questo che bisogna saperlo! Nel parlare, l’uso improprio o errato espone al rischio di essere percepiti negativamente e di compromettere importanti opportunità di lavoro o di relazione.

Se soffrite di “congiuntivite”, la notizia buona è che non è poi così difficile guarire.

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A PROPOSITO/ L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA A FIRENZE

Villa medicea di Castello,

il faro della lingua italiana

Il turista culturale che capiti a Firenze si segni in agenda questo indirizzo: via di Castello, 46. Qui, nella splendida Villa medicea di Castello, dal 1974 ha la sede centrale l’Accademia della Crusca, l’istituzione italiana che raccoglie studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana. Oggi presieduta da Claudio Marazzini, è la più antica accademia linguistica del mondo e rappresenta una delle più prestigiose istituzioni culturali del pianeta.

Nata a Firenze nel 1583 a opera di Leonardo Salviati, nei suoi oltre quattro secoli di attività si è sempre distinta per lo strenuo impegno nella diffusione e studio della lingua italiana e a mantenere “pura” la lingua italiana originale, pubblicando, già nel 1612, la prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca. Il suo motto: Il più bel fiore ne coglie.

La Villa si trova molto vicina all’altra celebre villa medicea della Petraia, ed è famosa soprattutto per i magnifici giardini, secondi solo a quelli di Boboli. Oggi la villa, chiamata anche Villa Reale, L’Olmo o Il Vivaio, è visitabile su prenotazione in occasioni speciali (tel. 055 454277-454278, sito: accademiadellacrusca.it). È sede, oltre che della Crusca, anche dell’Opera del Vocabolario Italiano, mentre i giardini sono un sito gestito dalla Soprintendenza per il Polo Museale di Firenze.

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Esterno di Villa di Castello a Firenze.

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Il cortile interno.

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Affresco nella Sala degli Armadi.

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Pale degli Accademici.

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Affreschi naturalistici nella Sala delle riunioni.

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Il giardino all’italiana.

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RIDIAMOCI SU

La grammatica essenziale

firmata da Ennio Flaiano

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Ennio Flaiano (Pescara, 1910 – Roma, 1972).

Fine e ironico moralista, Ennio Flaiano (Pescara, 1910 – Roma, 1972) è stato uno sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico cinematografico e drammaturgo italiano. Specializzato in elzeviri, Flaiano scrisse per Oggi, Il Mondo, il Corriere della Sera e altre testate. Lavorò a lungo con Federico Fellini, con cui collaborò ampiamente ai soggetti e alle sceneggiature dei più celebri film del regista riminese, tra i quali La strada, La dolce vita e . A lui si devono questi “consigli a un giovane analfabeta che vuol darsi alla letteratura attratto dal numero dei premi letterari”.

Chi apre il periodo, lo chiuda.

È pericoloso sporgersi dal capitolo.

Cedete il condizionale alle persone anziane, alle donne e agli invalidi.

Lasciate l’avverbio dove vorreste trovarlo.

Chi tocca l’apostrofo muore.

Abolito l’articolo, non si accettano reclami.

La persona educata non sputa sul componimento.

Non usate l’esclamativo dopo le 22.

Non si risponde degli aggettivi incustoditi.

Per gli anacoluti, servirsi del cestino.

Tenere i soggetti al guinzaglio.

Non calpestare le metafore.

I punti di sospensione si pagano a parte.

Non usare le sdrucciole se la strada è bagnata.

Per le rime rivolgersi al portiere.

L’uso del dialetto è vietato ai minore di 16 anni.

È vietato servirsi del sonetto durante le fermate.

È vietato aprire le parentesi durante la corsa.

Nulla è dovuto al poeta per il recapito.

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