I diversamente giovani:
Franchino, scienziato di campagna,
confessa il segreto
della sua “vecchiaia felice”

Trascorro idealmente la Giornata della Terra (22 aprile) con una antica
figura amica, Franchino Sarcina (foto), uno di quegli agricoltori che con
le loro mani sapienti fanno fiorire la terra del Tavoliere pugliese.
Tenace, innovatore, voglioso di progresso, Franchino mi ricorda i fratelli
Cervi che sull’aggiornamento continuo avevano posto le basi della crescita
della loro azienda familiare. Ritratto di una colonna della cattedrale
laica della civiltà. A seguire l’intervista che mi rilasciò Ermanno Olmi
sulla civiltà della vigna.

Economia & Sostenibilità

introduzione di Salvatore Giannella,
intervista di Antonietta D’IntronoCorriere dell’Ofanto*

Nella Giornata tradizionalmente dedicata alla Terra (22 aprile) penso a Franchino Sarcina, che da ragazzo mi insegnava molte cose della vita di campagna e dei protagonisti della natura del Tavoliere pugliese, e mi vengono in mente quei contadini di scienza come erano i fratelli Cervi prima di essere fucilati dai fascisti. Tenaci, coraggiosi, innovatori, mossi da tanta voglia di progresso: quando erano arrivati a Gattatico nella pianura di Reggio Emilia, la famiglia di papà Alcide (mi raccontava la guida di Casa Cervi, Gianfranco Morena) avevano 5 capi di bestiame, quando sono stati catturati dai fascisti quei capi erano diventati 42. Le loro mucche producevano il doppio dei litri di latte al giorno. Avevano anticipato di 15-20 anni la nascita degli abbeveratoi. Mentre sei di loro lavoravano i campi, uno si fermava a casa a leggere giornali e riviste che indicavano nuovi prodotti, miglioramenti di concimi, di macchine agricole. “Il figlio lettore era il capitale migliore, perché ci faceva intravvedere con anticipo gli sviluppi della migliore agricoltura”, era la convinzione di papà Alcide. Ecco, in questo “capitale educativo” Franchino Sarcina mi ricorda i Cervi. Un giorno l’ho sentito contrattare con un acquirente venuto da lontano: parlava delle sue piante come esseri viventi, le conosceva tutte, stupì il forestiero indicandogli il numero esatto delle numerose piante del campo che custodiva attivamente. Antonietta D’Introno, scrittrice di talento alla quale mi lega l’amicizia degli anni scolastici, lo racconta così: “Nato nel 1938, dopo la licenza elementare, Franchino iniziò a 11 anni ad andare in campagna dove raccoglieva le olive che rimanevano a terra per comprarsi il castagnaccio, una leccornia per i bambini del dopoguerra. A 16 anni imparò nelle proprietà di Don Eugenio Di Fidio “l’arte” della potatura. Era un periodo di miseria nera e talvolta sua madre regalava al curatolo bocconotti e sfogliatelle nella speranza di fargli avere una giornata di lavoro. Concluso il suo apprendistato, diventò un bravissimo potatore al punto che a soli 26 anni l’imprenditore agricolo Francesco Di Leo (detto Ciccillo Gizio) gli affidò l’incarico di condurre i suoi vigneti, attività che ha svolto sino al suo pensionamento. Fu il primo ad avviare a Trinitapoli un tendone di uva Italia. Coniugato, ha avuto tre figli e tre nipoti”.

Franchino Sarcina

Franchino Sarcina (foto di Giuseppe Beltotto).

DOMANDA. Quando è andato in pensione, circa 20 anni fa, ha abbandonato in modo definitivo il suo lavoro in campagna?

RISPOSTA. Assolutamente no. Sarei morto di malinconia senza respirare l’aria profumata della campagna. Ho iniziato a coltivare a tempo pieno il vigneto che avevo acquistato e l’oliveto che mia moglie aveva portato in dote, un impegno che già svolgevo durante le mie “sopragiornate”. Sono stato abituato a lavorare dall’alba al tramonto, in tutte le stagioni dell’anno, e non ho mai trascurato i miei poderi neanche quando facevo il curatolo all’azienda Di Leo.

I suoi figli continuano l’attività di famiglia?

Ho lavorato tanto per dare ai miei figli quello che io non avevo potuto avere a causa delle difficoltà economiche dell’epoca. Tutti e tre hanno studiato alla scuola superiore e all’università e ora sia la figlia femmina che i due maschi hanno un ottimo lavoro a Milano e Roma. Sono il mio orgoglio.

Franchino Sarcina

Franco Arminio, il poeta paesologo, incomincia una sua poesia con questi versi. “Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento”(….). Si ritrova in queste parole?

Certo, se avessi avuto “le scuole grosse” avrei potuto scriverle io. Considero l’oliveto un po’ come un figlio da crescere. Porto con me le forbici per potare, il serracchio e l’accetta che continuo a molare con la pietra ogni settimana. Sui miei 120 alberi, salgo 360 volte all’anno e sui rami faccio dei tagli all’interno (per carità, non all’esterno!) per non perdere la linfa. Conosco la storia di ogni albero, so come curare tutte le imperfezioni, tiro i succhioni a mano, controllo i germogli, rendo i miei alberi belli e maestosi e rimango estasiato quando le loro chiome mi appaiono nella luce del mattino come una scia di cupole verdi: un quadro dipinto con pennelli d’artista. C’è un dialogo aperto con i miei alberi e spesso, tra lo stormire delle foglie, ho l’impressione di ascoltare con il vento parole di affetto. Dall’alto dei loro rami guardiamo insieme il cimitero che confina con il mio podere e penso alla mia grande fortuna. Staremo sempre vicini. Anche quando starò dall’altra parte.

Nessuno le darebbe 81 anni, anche per l’energia e la gioia che trasmettono le sue parole. Ci confessa il segreto della sua “vecchiaia felice”?

Semplicissimo: grande amore per qualcosa e qualcuno (nel mio caso gli alberi e la mia bella famiglia), una vita sana all’aperto, una dieta che i giovani chiamano “mediterranea”, con tanta frutta e verdura, e soprattutto il piacere immenso di mangiare il pane arrostito, i pomodori e l’olio che ottengo dalle olive spremute “a freddo” sotto i miei occhi. Vi assicuro, una squisitezza!

Ha ancora qualche desiderio nascosto per il futuro?

Uno non proprio nascosto è quello di riuscire a curare i dolori alle ginocchia che hanno deciso da qualche tempo di fare sciopero. Non rinuncerò facilmente a salire sui miei alberi. Mi aspettano fiduciosi. E poi ci sarebbe la musica. Mi piace l’opera lirica. Molti dei miei tenori preferiti sono morti, ma anche se noi anziani melomani usiamo dire: “morto Francesco Tamagno, morto l’Otello”, spero sempre che nasca un nuovo Pavarotti.

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* Fonte: corriereofanto.it. Il Corriere dell’Ofanto è un periodico di approfondimento socio-culturale edito dall’Associazione di Promozione Sociale VITA di Margherita di Savoia (BT). Tel. 349.3410737. Mail: [email protected]. Direttore: Giuseppe Daloiso. L’intervista a Franchino Sarcina fa parte di una serie condotta da D’Introno a personalità originarie di Trinitapoli: le altre riguardano una dirigente scolastica, Mariella Giannattasio; un funzionario dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust), Antonino D’Ambrosio; un imprenditore educativo, Francesco Pagano; una insegnante creativa e solidale, Lucia Di Fidio; un dirigente d’azienda sanitaria, Michele Triglione; lo storico Pietro Di Biase; il medico e chirurgo Enzo Centonze; una nonna creativa, Rosa Sarcina; e infine il giornalista Salvatore Giannella.

REPRINT

Dove c’è vigna, c’è civiltà.

Le parole sagge

che mi regalò Ermanno Olmi

La voce ferma e pacata di Ermanno Olmi si è spenta per sempre, ieri a Asiago, a 86 anni. Mi piace ricordare quel grande regista che abbiamo imparato ad amare al cinema (e, personalmente, anche nelle indimenticabili serate del Cenacolo Missoni) ripescando le parole che mi regalò in occasione di un’intervista in cui illuminava una parola chiave nel rapporto uomo-natura: il rispetto. Olmi, che coltivava la memoria forte della sua infanzia contadina, era convinto che ci salveranno i coltivatori della terra e la loro civiltà, a differenza delle lusinghe tecnologiche e finanziarie.

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Il celebre regista e sceneggiatore Ermanno Olmi (Bergamo, 1931 – Asiago, 2018).

«Dove c’è vigna c’è civiltà: lì io la cerco e lì cerco di rivivere il rito del vino». «Ci salveranno i contadini». «Il nostro futuro sarà l’agricoltura». Ermanno Olmi, nel mezzo di una grave crisi economica globale, lancia una profezia culturale e chi conosce da anni il regista de L’albero degli zoccoli sa che questa leggenda vivente del nostro cinema poetico e non futile, come i poeti, scorge il futuro in anticipo. Olmi lancia questa profezia provocatoria negli stessi giorni in cui i giornali danno spazio al grido d’allarme dei contadini («Siamo sull’orlo del collasso, redditi crollati per il tracollo dei prezzi, dal produttore al consumatore aumenti fino al 1000 per cento» denuncia al Corriere di Romagna il presidente degli agricoltori romagnoli Valter Bezzi). E lo lancia dal nido d’aquila che è la sua casa sull’Altopiano di Asiago, dove lo costringe una frattura del femore. Una scelta geografica sorprendente per un uomo nato a Bergamo da una madre di famiglia contadina e da un padre ferroviere trasferitosi alla Bovisa, periferia povera (allora) di Milano.

Una curiosità: come mai è approdato sull’Altopiano e ha scelto di vivere qui?

“È una scelta che risale a mezzo secolo fa. Quell’anno, memorabile anche per il premio Nobel per la letteratura assegnato al nostro Salvatore Quasimodo, io capitai da Milano ad Asiago, per incontrare Mario Rigoni Stern e avviare così una creativa collaborazione per il Sergente nella neve prima e poi con i Recuperanti…”

Quell’incontro tra un grande regista e un grande scrittore ha dato buoni frutti: due sguardi, due linguaggi e due mondi che decidono di chinarsi l’uno verso l’altro.

“L’Altopiano, allora, era una sorta di presepio, un trionfo della natura con cui contadini e boscaioli vivevano in serena sintonia. Un territorio isolato, autosufficiente. Pochi gli scambi con la pianura: formaggio contro sale. Una comunità saldata da un’unità culturale e di intenti, guidata da un governo locale che seguendo le “regole” della montagna sapeva riflettere lo spirito della società. Ogni capo contrada aveva una campana da suonare per riunirsi e discutere i vari problemi. Un modello di democrazia e di federalismo esemplari (un mondo che fatico a riconoscere, perché il boom edilizio, la smania della seconda casa hanno snaturato tutto, paesaggio, rapporti umani, modi di vita). Ebbene, io e Mario camminavamo l’uno a fianco dell’altro. A un certo punto, dal basso di una collinetta, sopra un denso strato di nebbia si aprì un squarcio di luce. Alzai gli occhi, poi raccolsi un sasso dal selciato, lo tirai verso l’alto e lo lasciai cadere poco più in là, dicendo: ‘Se un giorno mi sposerò e avrò figli, farò la casa lì’. Anche Rigoni si chinò a prendere una pietra, la buttò a pochi metri dalla prima e disse: ‘Vegno anca mì, in piassa massa confusiòn’. In piazza, ad Asiago, dove abitava allora lo scrittore, c’era troppa confusione”.

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Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 – 2008) è stato un militare e scrittore italiano. Legatissimo alla sua terra, l’altopiano di Asiago, e alla sua gente, i cimbri, è noto soprattutto per l’opera Il sergente nella neve. Primo Levi lo definì “uno dei più grandi scrittori italiani”.

Promessa mantenuta.

“Fino a due anni fa io e Mario abitavamo a pochi metri di distanza. Rigoni Stern non c’è più. Dal 2008 e io sono rimasto qui, con mia moglie Loredana, in questa grande casa lungo via Valgiardini, sulla collina, dove il legno prevale su tutto. Qui studio, qui ogni tanto raccolgo parole e perle di umana saggezza. Per esempio, stamattina ne ho una sotto gli occhi: ‘Non è la fine del mondo ma è la fine del nostro mondo’. È di Evelyne Pieller, una scrittrice francese contemporanea”.

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Martino V, nato Ottone Colonna (Genazzano, 1368 – Roma, 1431), il pontefice esperto di enologia, fu il 206º Papa della Chiesa cattolica dal 1417 alla morte.

Qualche perla raccolta sul vino e dintorni?

“Senta questa. ‘Ci sono cinque buoni motivi per bere: l’arrivo di un amico, la bontà del vino, la sete presente e quella che verrà e qualunque altro’. Sembra la campagna pubblicitaria per il Vinitaly e invece sono parole pronunciate nel 1431 da Oddone Colonna, meglio conosciuto come papa Martino V: un testimonial al di sopra di ogni sospetto che ho scelto come citazione finale nell’ultimo mio documentario intitolato, appunto, Rupi del vino”.

Oltre al pontefice enologo, a chi altro rende omaggio nel suo film?

“Allo scrittore Mario Soldati che nel lontano 1957 diresse per la televisione un celebre Viaggio sul Po alla ricerca dei cibi genuini, rimasto nella memoria di molti italiani. Lo stesso Soldati, poi, raccolse il frutto del suo viaggio nel fondamentale Vino al vino: alla ricerca dei vini genuini, raccolta di appunti, racconti, biografie, aneddoti, descrizioni dei luoghi e dei protagonisti della produzione enogastronomica del nostro Paese, messi da parte in tre viaggi in giro per l’Italia nel 1968, nel 1970 e nel 1975. Una raccolta anticipata da queste parole:

Dirò subito che mi considero anch’io, del vino, un amatore inesperto. È vero, i viaggi d’assaggio che racconto mi hanno istruito un pochino: ma il loro risultato più apprezzabile è stato di misurare, dopo anni di esperienze enologiche, quanto sia vasta ancora la mia ignoranza e l’arte del vino quanto difficile.
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Mario Soldati (Torino, 1906 – Tellaro, 1999). Ci ha lasciato opere memorabili in letteratura, nel cinema e nella televisione.

Lo ricordo quel libro pubblicato da Mondadori nel 1981, «il più bel libro sul vino mai scritto in Italia», a parere di un giornalista che se ne intende, Franco Ziliani. Non si tratta solo delle descrizioni dei vini – che sono deliziose e vive – ma sono anche e soprattutto i ritratti degli osti che gli hanno servito un Picolit, le descrizioni degli scorci che ha ammirato sorseggiando un Chianti, i racconti dei contadini da cui ha acquistato un fiasco di Lambrusco o i pensieri ispiratigli da un ombra di Merlot. A rileggerlo oggi si rimane ammirati dalla magnifica scrittura, dallo stile inimitabile, arguto e lieve di Soldati. E si possono meglio apprezzare le parole splendide con cui Natalia Ginzburg parla di Soldati: “Fra gli scrittori del Novecento italiano, l’unico che abbia amato esprimere, costantemente e sempre, la gioia di vivere. Non il piacere di vivere, ma la gioia; il piacere di vivere è quello del turista che visita i luoghi del mondo assaporandone le piacevolezze e le offerte ma trascurandone o rifuggendone gli aspetti vili, o malati, o crudeli; la gioia di vivere non rifugge nulla e nessuno: contempla l’universo e lo esplora in ogni sua miseria e lo assolve”.

“Nel film cito un proverbio: ‘Dove c’è vigna c’è civiltà’. Ma oggi chi fra noi ha un rapporto così diretto con il mondo del vino? Per noi cittadini metropolitani l’approccio al vino è sugli scaffali dei supermercati: la bottiglia da rigirare tra le mani, per capire che cosa contiene. Anche se non si capisce molto e alcuni, ingenuamente, mettono la bottiglia controluce, per vedere il colore del contenuto. Chissà… Nella mia infanzia contadina, invece, il momento del vino era un rito che si ripeteva ogni anno. Si cominciava appena fuori dall’inverno con la preparazione della vigna. In primavera le mani del vignaiolo frugavano tra le foglie dove spuntavano i primi grappoli. In autunno si guardava il cielo e si invocava l’aiuto divino perché la temutissima grandine non rovinasse il raccolto. E finalmente arrivava la vendemmia…”.

Per questo film lei ha viaggiato molto nella Valtellina con il collaboratore Giacomo Gatti. Che cosa ha trovato in quella valle?

“Ho trovato una terra dove l’uomo vive da secoli in armonia con la natura, costruendo muretti a secco che non solo permettono di coltivare la vigna tra le rocce, ma evitano anche le frane. Nonostante le inevitabili devastazioni provocate dal processo industriale, la Valtellina ha comunque conservato un legame con il passato proprio perché queste colture così eroiche, così difficili, curate lungo le appendici rocciose della valle, sono la prova della tenace volontà dell’uomo quando vuole sopravvivere in un determinato luogo. Chi mai avrebbe pensato di andare a coltivare delle vigne a più di mille metri di quota? E invece l’homo valtellinensis si è accorto che, ad alte quote, nella parte esposta al sole, cresceva una flora di tipo mediterraneo: segnale di un microclima mite. E la coltivazione, proprio a causa delle difficoltà del luogo, ha creato anche i presupposti per una qualità eccelsa del raccolto”.

Non solo, ma ha aiutato a frenare il dissesto idrogeologico che sta devastando tanta parte dell’Italia.

“Certo, quando l’uomo agisce con lealtà nei confronti della natura, con quel bisogno di ricevere da essa dei doni senza mortificarla e con un’attenzione particolare alla prevenzione, allora la natura offre il meglio di se stessa all’umanità rispettosa. Ma oggi il patto uomo-natura lo vedo infranto. Bisogna acquisire la consapevolezza della stupidità che ha portato a tutto ciò. Rendersi conto di come una ricchezza fasulla non può dare che un godimento fasullo”.

Il rispetto: mi sembra la parola chiave del rapporto uomo-natura di questo terzo millennio. La filosofia dell’incontrollabile e selvaggio dominio sulla natura rischia di cancellare la natura stessa e con essa, ovviamente, anche l’uomo. La filosofia della sottomissione è fondata su un rifiuto della presenza dell’uomo e ci rende impotenti. L’idea del rispetto per la natura può essere vincente.

“Per questo io credo che ci salveranno i contadini e la loro civiltà, a differenza di quella tecnologica e finanziaria. Avevamo creduto alle lusinghe delle scienze innovative e vi avevamo riposto le nostre certezze di progresso. Come mai proprio tutto questo nostro progresso non ci ha assicurato un mondo più sicuro e più giusto? Quali sono state le ragioni per cui il nostro tempo ha fallito il suo proposito di porre le condizioni permanenti per un’autentica e solidale convivenza civile? Dove sono finiti tanti entusiasmi per le moderne economie delle società del benessere e tutte le baldanzose euforie per le ricchezze dei capitali che potevano fruttare come le monete d’oro seminate da Pinocchio nel campo dei miracoli? I gatti e le volpi di questi ultimi anni stanno mutando pelo per nascondersi sotto altri camuffamenti. Ma stiamo certi che, come dice il saggio proverbio, non perderanno il vizio. E invece noi non possiamo più accettare che pochi prevaricatori sottraggano ai più deboli. Non è più il tempo delle regge e dei sontuosi palazzi per magnificare la potenza di principi e re, né delle cattedrali per ogni sorta di divinità. E, più di tutte, le divinità del denaro”.

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L’altopiano di Asiago si trova sulle Alpi vicentine, nella zona di confine tra le regioni Veneto e Trentino-Alto Adige.

Lei è fiducioso in un cambiamento di rotta?

“Sì, lo sono davvero. Non sarà facile e ci vorrà tempo, volontà e sacrifici, così come ogni importante trasformazione richiede. Ma oramai non si torna più indietro. Il superamento di ogni condizione di difficoltà è sempre e solo nel coraggio del cambiamento e quindi nel futuro”.

Da dove cominciare?

“Intanto decidendo da che parte stare. E io, come prova anche il mio documentario Terra madre, sto dalla parte della Terra come unica risorsa sicura di sopravvivenza e di chi la cura con rispetto. Io sto con il mondo dei contadini, assediato dalle grandi imprese il cui unico scopo è il profitto. Anche il contadino vuole guadagnare ma il suo attaccamento alla terra è un atto d’amore e di rispetto verso la natura, mentre i potentati economici (imponendo un’agricoltura forzata) stanno distruggendo la biodiversità. Sì, io credo che ci salveranno i contadini non solo con il loro lavoro, ma anche perché risveglieranno dentro di noi che facciamo altri mestieri utili quella civiltà contadina di cui tutti siamo figli. L’economia del mondo deve tornare a essere ecologia e la sapienza contadina deve riconquistare la sua attualità. Basta con la narcosi di questa società dell’immagine”.

Recentemente ho ripreso in mano il Codice di Ippocrate. Ho trovato una frase che le piacerà: “Oggi molti vedono, pochi sanno”. Sembra una diagnosi della società d’oggi, e invece è scritta in un’isola dell’Egeo dal padre della medicina quattro secoli prima di Cristo…

“Io lo aggiornerei così: ‘Troppi vediamo, pochi sappiamo’.

Chiudiamo con altre parole e perle di umane saggezza, come quelle che ama raccogliere lei. Anch’io ne ho messe da parte alcune. Gliele cito:

Guardo fuori dalla finestra e vedo il paesaggio tutto sommerso dalla neve, che quest’anno è caduta in abbondanza. Qui da noi, in montagna, la neve segna il riposo invernale della natura e il manto rimane candido e intatto fino a primavera. Intorno a casa vedo segnate le tracce degli animali che dal bosco escono in cerca di cibo. Fra tutte, riconosco quelle di uno scoiattolo che è diventato amico. Oramai si fida di noi e ogni giorno, da quattro anni, viene a prendersi dalle nostre mani una noce, un pezzo di pane secco e qualche volta persino un biscotto. Lui, in cambio del cibo, si lascia accarezzare. Una gioia grande, che non costa nulla. Perché la felicità, quella vera, che riempie il cuore, è sempre gratis. Forse questi momenti di amichevole condivisione del cibo con ogni creatura del Creato somigliano un po’ a quel giardino di Eden che, per peccato di superbia, abbiamo tradito. Allora il castigo fu il dover lavorare la terra per vivere. Oggi, coltivare la terra con una nuova consapevolezza, del reale valore, potrebbe essere il migliore dei progetti per riconquistare un nuovo Giardino di Eden.

“Bello. Chi ha detto queste parole?”

Lei, in occasione della prima mondiale del documentario Terra madre al Festival di Berlino dell’anno scorso.

“Io? Oh, questa è bella. Sono d’accordo con Olmi. D’altra parte come non esserlo, con quel nome che si alimenta con radici profonde nella Terra che gli è madre?”.

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “Guida ai paesi dipinti di Lombardia”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo”), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).
Fonte: De Vinis (maggio-giugno 2010), rivista dell’Associazione Italiana Sommelier, viale Monza 9, 20125 Milano. Le altre interviste da me fatte per la serie “Le parole maestre” riguardano Umberto Veronesi, Stefania Campo su Andrea Camilleri, Nicola Dioguardi, Vittorino Andreoli e Silvio Garattini.

Author: admin

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