Un libro intrigante
sui segreti di Fellini,
un Sos per la casa in Romagna
dove trascorreva estati felici

Arti & culture

testo di Salvatore Giannella

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La copertina di Segreti e bugie di Federico Fellini, di Gianfranco Angelucci

Mi arriva l’invito dalla Fondazione Cineteca di Milano per assistere, nella cornice dello Spazio Oberdan, alla presentazione del volume Segreti e bugie di Federico Fellini (Luigi Pellegrini editore) in presenza dell’autore, Gianfranco Angelucci, amico e collaboratore del grande regista per oltre vent’anni, sceneggiatore del film “L’intervista” (1987), Premio speciale della giuria a Cannes e primo premio al Festival di Mosca.

Seguo Angelucci da tempo nelle sue incursioni letterarie, giornalistiche (sul quotidiano romagnolo La Voce) e cinematografiche e mi sento di consigliarlo a chi ama le buone trame delle parole. Il libro che ho sul comodino nel mio nido romagnolo è un imperdibile racconto dal vivo del più grande artista del Novecento, con i suoi misteri, illusioni e verità inconfessabili.

Ne avevo accennato su “Sette”, lo storico magazine del Corriere della Sera, e se torno a parlarne è per una coincidenza geo-temporale che mi ha colpito: al centro, il paese di Gambettola, a pochi chilometri da Rimini, e un allarme su un luogo caro della memoria felliniana che merita una fiammata creativa.

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Federico Fellini (Rimini, 1920 – Roma, 1993) è considerato universalmente uno dei più grandi ed influenti cineasti della storia del cinema mondiale. Già vincitore di quattro premi Oscar al miglior film straniero, per la sua attività da cineasta gli è stato conferito nel 1993 l’Oscar alla carriera. Vincitore due volte del Festival di Mosca (1963 e 1987), ha inoltre ricevuto la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1960 e il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985.

Sono arrivato a metà volume, laddove Angelucci illumina il rapporto di Federico con Rimini, la città natale (“preferiva portarsela dentro, in cento modi diversi”) e per darvi un’idea del suo parlare chiaro e piacevole riporto alcuni brani.

Rimini aleggiava anche tra lui e me fin da quando, laureando in lettere con una tesi dedicata al Satyricon, lo incontrai per la prima volta a Roma, col batticuore, e mi invitò al ristorante dell’Hotel Plaza a pranzare con un fumante piatto di tortellini (“li fanno buoni, quasi come da noi!”); oltre ai cappelletti in brodo, Rimini era anche le telline aperte in padella – sauté – servite in tavola dentro profumate fiamminghe nelle trattorie di Fiumicino o di Fregene.

Rimini era anche il lungomare di Ostia, raggiunto in macchina dalla Cristoforo Colombo a ogni buona occasione, giorno e notte, pioggia o vento; era il ristorante La Vecchia Pineta, costruito a tolda di nave, con le onde che si infrangono quasi contro le vetrate; era la spianata di cemento che costeggia il lido, diventata poi la passeggiata dei bagnanti in Amarcord; era persino la spiaggia, non importa se nera e di grana spessa e ferrosa.

In quella sabbia affonda i piedi Gambòn, il bagnino guascone della riviera romagnola, infaticabile appagatore di femmine straniere: “Ogni giorno dovevo punirne anche sei di seguito, nei capanni, in acqua, sul moscone, dove capitava; quando la donna ha bisogno, ha bisogno, te lo fa capire… Da cosa? ma dall’occhio, le viene l’occhio bagarein, l’occhio bagarino”

Ma Rimini era anche Tonino Guerra, santarcangiolese, che custodiva con caparbietà la lingua degli avi e la poesia dell’infanzia; o meglio la ‘poescia’, come ripeteva Fellini divertendosi a imitarne la pronuncia romagnola. E per prenderlo in giro collocava il suo paese d’origine fuori dal mondo civile, anzi disperso nella foresta vergine. Aveva disegnato una vignetta in stile coloniale dove alcuni selvaggi in fila indiana appoggiano a terra i pesanti fagotti in prossimità di un cartello a freccia con sopra scritto “Sant’Arcangelo km 10”; e la guida spiega ai cacciatori bianchi: “I portatori si rifiutano di proseguire”. (Avverto l’eco del racconto sugli Indios che aspettano la propria anima, riferitomi da Michael Ende e da me riportato a Tonino Guerra, che l’apprezzò tanto da inserirlo nel film di Michelangelo Antonioni, “Al di là delle nuvole”, Ndr).

Rimini era anche Sergio Zavoli, peraltro ravennate, con la sua voce vellutata come bruma di mare, al quale i provvidi e fedeli amici romagnoli inviano regolarmente lo squacquerone fresco con la prima auto in partenza per Roma… (Mentre scrivo, a Rimini Zavoli è al centro di una festa per i suoi primi 90 anni, auguri a un maestro anche da Giannella Channel, Ndr)

Rimini era la mamma Ida, romana, che viveva nella palazzina vicino alla stazione e non sapeva nascondere la sua delusione per quel figlio stravagante che non aveva voluto diventare come il suo amico Benzi.

Rimini era Gambettola e la fattoria della nonna Francesca, anzi Franzscheina, l’azdora con la faccia bruciata dal sole come Toro Seduto.

Alt, fermiamoci qua. Perché a Gambettola sono andato per visitare la secolare bottega artigianale della famiglia Pascucci (con le sue tele stampate a mano ho arredato mezza casa) e lì, alla mia domanda sulla vicina casa Fellini dove il regista ha trascorso le estati più felici della sua infanzia in compagnia dei nonni Luigi e Francesca Lombardini, mi hanno raccontato una storia che mi ha addolorato. La casa Fellini, in sostanza, è a pezzi da 20 anni. Sta per crollare. Si deve al generoso impegno di un’associazione di volontari (la cooperativa Idea, con Giorgio Foschi e Daniele Brandolini) se almeno viene tagliata l’erba attorno alla casa.

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Fellini nasce in casa, al numero 10 di via Dardanelli il 20 gennaio 1920. La numerazione civica era allora diversa dall’attuale. La famiglia si era trasferita da Gambettola da circa un mese e la sua nascita riminese è registrata all’anagrafe come “occasionale”.

Tanti i progetti presentati in questi anni: un museo felliniano, un circolo culturale, la casa dove accogliere le storie e le immagini dell’infanzia dei grandi (questa è mia, Ndr), una trattoria… L’ex sindaco Daniele Zoffoli (in carica dal 1995 al 2004) lanciò l’idea del recupero con un tempio dei sapori al piano terra e al piano superiore un museo dedicato alla figura del grande regista, una specie di amarcord felliniano”. L’idea sembrava interessante. La stessa Francesca Fabbri, nipote del grande Fellini e custode attiva della sua memoria, disse: “Sarebbe bello farla diventare il luogo dell’Amarcord dei sapori di Romagna, una specie di osteria-trattoria dove gustare sia i frutti dimenticati che i semplici piatti della cucina romagnola quasi abbandonati”.

Tante belle idee, rimaste senza un seguito. La casa Fellini è ancora lì, in piedi per poco, bollata burocraticamente come “casa pericolante”. Pare proprio non avere futuro. A meno di uno scatto auspicabile da parte di una Romagna che a quell’uomo deve gran parte della sua fortuna e identità.

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Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

A PROPOSITO

Le interviste impossibili:

il ritorno di Fellini al Grand Hotel

di Salvatore Giannella

 

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Il Grand Hotel Rimini è stato eletto monumento nazionale nel 1984 e situato nel Parco Federico Fellini.

Era il Ferragosto del 2008. Entrai nel Grand Hotel di Rimini, storico albergo della Riviera adriatica, inaugurato il 1° luglio 1908 e ancora in festa per il suo centenario. Sulla facciata dell’albergo progettato dall’estroso architetto sudamericano Paolo Somazzi, venivano proiettate immagini di Federico Fellini e dei suoi principali film. Il grande regista di origine riminese ha dato fama mondiale al tempio delle vacanze di monarchi e principi, artisti e scienziati, attori e statisti, frequentandolo nelle sue incursioni romagnole (la sua stanza era la numero 315, al terzo piano) e immortalandolo in molte delle sue pellicole, a partire da Amarcord, in cui il Maestro ne riproduce le atmosfere inimitabili e travolgenti. Lì, dopo quella con Garibaldi (link), ambientai la seconda delle mie interviste impossibili per la rivista De Vinis. Ecco i brani principali.

Nella sala da pranzo tutti i tavoli sono occupati meno uno, quello a destra dell’entrata, con il muro alle spalle e una vista d’insieme sul salone e su parte dei 4 mila metri quadrati di parco. “E’ il tavolo di Fellini”, mi spiega il direttore, Leopoldo Veronesi, il più antico “servitore” dell’albergo (ci lavora dal 1981). “Lui amava avere le spalle coperte e la migliore visuale sull’ingresso, proprio come il mitico John Wayne, che quando entrava nei saloon dei suoi film western si metteva con le spalle al muro e controllava l’ingresso per motivi di sicurezza. Chissà perché, da quando lui è morto, 15 anni fa, nessuno ha mai voluto prendere quel posto. Guardi, non si tratta di superstizione. Direi, per una questione di rispetto…”.

“Direttore, credo di non mancare di rispetto a Fellini se scelgo di sedermi a quel tavolo. Lei che lo ha conosciuto bene, che cosa ordinava?”

“Guardi, non era un mangione, bastava poco per saziarlo, preferiva quei pasti che lo riportassero all’infanzia riminese: adorava i primi, i passatelli in brodo, le tagliatelle, gli strozzapreti, i cappelletti con ripieno di Morra romagnola. Di secondo una sogliolina dell’Adriatico o una tagliata di carne o una porzione di cosciotto di maialino in porchetta con due-tre patate arrosto. Chiudeva raramente con un dolce (potrà assaporare stasera una mela artusiana così come piaceva a lui) con un sorbetto al limone o al cedro. Tanta acqua, un sorsetto di vino rosso Sangiovese, qualche volta sostituito da un mezzo bicchiere di bianco Trebbiano.

Fellini a tavola era un “gourmet con gli occhi”, un francescano che godeva del piacere di veder mangiare gli altri”. Parole che non mi sorprendono. Le avevo più o meno lette in una confessione di Paolo Villaggio, superbo interprete della felliniana Voce della luna: “Verso mezzogiorno io e Fellini andavamo a mangiare da Cesarina, vicino a Via Veneto. E lì faceva il guardone. Certo, il guardone al ristorante. Invecchiando, per via della salute, era diventato controllatissimo sul cibo. Però faceva mangiare gli altri. Ordinava: prendi questo; assaggia questa scheggia di parmigiano con aceto balsamico. Gli dicevo: ‘Ma tu non la vuoi?’. E lui: ‘Macché!’. Magari poi, mentre mangiavo, mi contemplava con occhio avido. Era un voyeur del godimento altrui col cibo”.

Li ordino anch’io, al Grand Hotel, i sapori della Romagna felliniana, questa terra dove il cibo entra in tutto e condiziona la vita. Una vecchia ballata narra la lite di due innamorati: “La mia morosa mi ha detto gnocco, e io ci ho detto: brutta crescentona”. Do un’occhiata alla guida La mia Rimini, dove Fellini ricorda così lo storico albergo: “Il Grand Hotel era la favola della ricchezza, del lusso, dello sfarzo orientale. Quando le descrizioni nei romanzi che leggevo non erano abbastanza stimolanti da suscitare la mia immaginazione, allora ricorrevo al Grand Hotel.

Sto per inforcare il primo cappelletto quando mi appare proprio Lui, Fellini. Si è servito da solo, raccogliendo pochi cappelletti in un piatto dal tavolo centrale. “Posso accomodarmi?”, chiede con gentilezza.

GIANNELLA Questo tavolo fu e resta ancora Suo. Prego, sono onorato della Sua compagnia, Maestro. O preferisce che la chiami dottor Fellini?

FELLINI Dottor Fellini è tecnicamente sbagliato. Non sono laureato e quelle volte che mi furono offerte le lauree honoris causa le rifiutai.

GIANNELLA Oh, questa è bella. Da chi le vennero offerte? Quando? E perché le rifiutò?

FELLINI Fu un’idea dell’allora Rettore Magnifico dell’Università di Bologna, Fabio Roversi Monaco. Eravamo nel 1992 e io, pur capendo il sentimento di generosità che muoveva i professori dell’ateneo più antico del mondo, mandai due righe di rinuncia. “Mi sento come Pinocchio decorato dal Preside e dai Carabinieri per essermi divertito nel Paese dei Balocchi… mi creda, Rettore, sono già premiato dall’aver fatto i miei film perché mi sono divertito a farli”. Roversi Monaco capì e mi concesse la sua silenziosa approvazione. Un’altra volta scontentai il professor Carlo Bo, Rettore in Urbino, che ebbe a rimbrottarmene con affettuosa e intelligente bonomia.

GIANNELLA La sua presa di posizione, Maestro, ha anticipato di anni quella di un ministro dell’Università, Fabio Mussi. Che nel 2007 si è opposto alla proliferazione delle lauree honoris causa attraverso un comunicato rivolto ai Rettori delle Università italiane: il ministro non avrebbe più esaminato ulteriori proposte di candidature avanzate dalle Università. A differenza del suo originale prestigio, negli ultimi anni la laurea honoris causa (“titolo accademico conferito come riconoscimento di meriti eccezionali” secondo la definizione del dizionario Devoto-Oli), sarebbe stata, al contrario, troppo spesso assegnata a diverse personalità, anche leggere, dello star-system nostrano, della politica, dello sport, del cinema, del mondo delle imprese, della letteratura.

FELLINI La cosa mi è sfuggita. Sa, non leggo più i giornali come un tempo, quando facevo una scorpacciata di lettura ogni mattina.

GIANNELLA Allora le è sfuggita la notizia di qualche ora fa. E’ morta, in una casa di cura vicino a Chicago la donna che recitò nel ruolo di “gigantessa” nel “Casanova”. Sandy Allen era la donna più alta del mondo, se la ricorda? Due metri e 32 centimetri. Malata e da diverso tempo costretta su una sedia a rotelle, Sandy, 53 anni, si era rivolta al Guinness dei primati, che ne aveva riconosciuto il record, per chiedere di trovarle un compagno «alla sua altezza».

FELLINI Mi dispiace per Sandy, ne conservo un bel ricordo. Guardi, a tutti noi dell’Emilia Romagna, la morte non fa paura. Pensi che a Goro la domenica, ai miei tempi e ritengo che la consuetudine sia ancora oggi rispettata, prendono una seggiola e vanno al cimitero, davanti a una tomba: riferiscono al defunto i fatti della settimana. C’è sempre un legame con quaggiù. A me non fa paura, l’inesorabile falciatrice, a differenza del mio amico Tonino Guerra, che ha scritto anche una poesia sull’argomento: “A me la morte / mi fa morire di paura / perché morendo si lasciano troppe cose / che poi non si vedranno più: / gli amici, quelli della famiglia, i fiori / del viale che hanno quell’odore / e tutta la gente che hai incontrato/ anche una volta sola…”

Nella sua lunga carriera ha collaborato con alcuni fra i più importanti registi italiani del tempo (Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Francesco Rosi, i fratelli Taviani, ecc.). Dalla collaborazione con il regista ferrarese Antonioni, gli giungerà anche la nomination al premio Oscar nel 1967, per il film Blow-Up. Negli anni ottanta torna in Romagna. Dal 1989 vive e lavora a Pennabilli, centro del Montefeltro romagnolo, che gli ha conferito la cittadinanza onoraria in riconoscenza dell'amore dimostrato nei confronti di questo territorio. « Piano piano ti prende quella lentezza di gesti quasi da uomo primitivo e siedi su lunghe e semplici panchine artigianali e ti pieghi a toccare l' erba magari per accarezzare una margherita.[3] »

Nella sua lunga carriera, Tonino Guerra (Santarcangelo di Romagna, 1920 – Santarcangelo di Romagna, 2012) ha collaborato con alcuni fra i più importanti registi italiani del tempo (Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Francesco Rosi, i fratelli Taviani, ecc.). Per Federico Fellini ha curato la sceneggiatura in Amarcord (1973), E la nave va (1983) e Ginger e Fred (1986).

GIANNELLA Lasciamo questi argomenti tristi, Maestro. Intanto, le verso un po’ di vino buono? E’ Sangiovese, il vino da Oscar della Romagna. Lo ricordano perfino nelle canzoni: “Evviva la Romagna, evviva il Sangiovese” si canta ancora oggi nelle balere della Riviera, al ritmo della celebre canzone scritta negli anni ’70 da Raul Casadei, a testimonianza di quanto questo vino faccia parte del quotidiano di ogni romagnolo doc.

FELLINI L’assaggio volentieri un dito di Sangiovese. Un buon vino è come un buon film: dura un istante e ti lascia in bocca un sapore di gloria; è nuovo a ogni sorso e, come avviene con i film, nasce e rinasce in ogni assaggiatore.

GIANNELLA Pur non essendo un gran bevitore, sarà contento dei passi avanti fatti dai vini romagnoli…

FELLINI Effettivamente questo tentativo serio di fare vini romagnoli buoni mi pare che si possa dire riuscito. Noi non siamo stati terra di grandi vini, però siamo dignitosi, perché noi il vino siamo capaci di berlo. Si ricordi che c’è un modo di dire: quando uno ha sete tu romagnolo non gli offri un bicchiere d’acqua ma uno di vino. L’Albana di Romagna, che si è aggiudicata l’Oscar 2008 nella categoria vini dolci, all’interno di «Squisito» a San Patrignano, il Pagadebit, il Trebbiano, e soprattutto il Sangiovese. A proposito, lo sa perché si chiama così?

GIANNELLA Non ho le idee molto chiare. Una volta mi hanno accennato che c’entrino i vigneti piantati su un monticello vicino a Rimini…

FELLINI Esatto. Le prime notizie storiche sul vitigno, autoctono, risalgono al 1600 e la tradizione vuole che la sua denominazione derivi da Monte Giove (l’allora Collis Jovis), la collina su cui sorge Santarcangelo di Romagna: qui i frati cappuccini, che coltivavano la vite, un giorno ospitarono un illustre personaggio che gradì moltissimo la bevanda. Interrogati sul nome, i cappuccini, che fino ad allora non gliene avevano mai dato uno, coniarono prontamente quello di Sanguis Jovis, trasformatosi poi negli anni in Sangue di Giove e in Sangiovese. Quello Doc è un vino rosso da tavola: nasce dai vitigni presenti in diversi comuni delle province romagnole, che concorrono a formare nella nostra terra una squadra di cinque Sangiovese diversi per carattere e personalità: il Cesenate, il Forlivese, il Riminese, il Faentino e l’Imolese. E poi, lo sa che il Sangiovese, sparso da questo colle, dà linfa a molti vini italiani? Anche i più nobili vini toscani sono in gran parte fatti di Sangiovese. La storia dei vini, come vede, riserva tante sorprese.

Colonna degli Anelli (o "delle Anella") è il monumento principale di Bertinoro. È una colonna di sasso bianco e testimonia l'indole ospitale dei cittadini bertinoresi. Si narra infatti che la Colonna fu fatta costruire da Guido del Duca e Arrigo Mainardi nel 1497 e dalle famiglie nobili del paese per porre fine alle dispute su chi dovesse ospitare un forestiero ogni qualvolta uno di essi posasse piede in città. La colonna fu dotata di 12 anelli che servivano per legare le briglie dei cavalli. Ad ogni anello corrispondeva il nome di una famiglia. A seconda di quella che veniva scelta per legare il cavallo dall'ignaro viandante, la famiglia corrispondente aveva l'onore di ospitare il forestiero.

Colonna degli Anelli (o “delle Anella”) è il monumento principale di Bertinoro. È una colonna di sasso bianco e testimonia l’indole ospitale dei cittadini bertinoresi. Si narra infatti che la Colonna fu fatta costruire da Guido del Duca e Arrigo Mainardi nel 1497 e dalle famiglie nobili del paese per porre fine alle dispute su chi dovesse ospitare un forestiero ogni qualvolta uno di essi posasse piede in città. La colonna fu dotata di 12 anelli che servivano per legare le briglie dei cavalli. Ad ogni anello corrispondeva il nome di una famiglia. A seconda di quella che veniva scelta per legare il cavallo dall’ignaro viandante, la famiglia corrispondente aveva l’onore di ospitare il forestiero.

GIANNELLA D’ora in poi quando mi capiterà di andare all’osteria Sangiovesa, guarderò in modo diverso la strada che porta in cima al colle di Santarcangelo. La sento molto preparato sui temi enogastronomici.

FELLINI Le confesso che, se avessi potuto cambiare mestiere, avrei fatto il produttore. Non di film, ma di olio e di vini. E non lo dico solo perché Lei scrive per De Vinis. L’ho messo nero su bianco in una lettera di tanti anni fa all’amico Bernardino Zapponi, il giorno dopo una visita alla proprietaria dell’azienda che produce il Brunello di Montalcino. Volevo mandare una cassa a Bernardino, ma costava troppo, 50mila lire a bottiglia, quello d’annata, e così gliene portai soltanto una bottiglia per festeggiare il nostro incontro. Tutta la sera, quella sera in Toscana, ho ascoltato dei racconti meravigliosi sul vino. Non sapevo che quando bevi un sorso di vino pregiato bevi il frutto di una serie di operazioni basate su conoscenze che abbracciano quasi tutto il sapere umano: geologia, meteorologia, astrologia e poi un’infinità di altre nozioni ed esperienze e riti e metodi tramandati da secoli… Era bellissimo ascoltare questa bella donnona che da sempre sbevazza i suoi tre o quattro litri al giorno per assaggiare, consigliare, controllare, correggere, degustare. Era proprio la moglie di Bacco. Avrei voluto registrare tutto quello che ha raccontato, forse i vari Veronelli, Soldati lo hanno già fatto un libretto con tutte queste storie sul vino, certo che sarebbe stato proprio piacevole proporle a un lettore. Comunque, torniamo a noi e alla mia mitica Casa riminese, gioiello liberty che dal 1994 è stato vincolato dalle Belle Arti e che quest’anno ha compiuto cento anni. Lo vedo come il simbolo di noi romagnoli, intraprendenti, curiosi, ospitali: pensi che risale al XIII secolo la Colonna delle Anella di Bertinoro, simbolo dell’accoglienza del passato, quando i signori del posto facevano a gara per ospitare i forestieri di passaggio. A proposito del Grand Hotel, ha visto come il nuovo proprietario, Antonio Batani, lo sta riportando al suo antico splendore? E spero che, lui che è bravo nel recupero di antichi ambienti (nel 2013 ha inaugurato il Grand Hotel Leonardo da Vinci, 5 stelle sul lungomare di Cesenatico, sulle macerie dell’ex colonia Veronese, Ndr) presto riesca a coronare il sogno preannunciato ai giornalisti: ricostruire le due cupole in stile orientale che l’edificio aveva sul terrazzo prima dell’incendio del 1920 e che ospitavano due magnifiche suite.

Grand Hotel Leonardo Da Vinci di Cesenatico, ultimo cinque stelle della catena alberghiera Select Hotels Collection della famiglia Batani, già titolare del Grand Hotel Rimini e del Palace Hotel di Milano Marittima

Il Grand Hotel Leonardo Da Vinci di Cesenatico, ultimo cinque stelle della catena alberghiera Select Hotels Collection della famiglia Batani, già titolare del Grand Hotel Rimini e del Palace Hotel di Milano Marittima

GIANNELLA Fu proprio lei a segnalare a uno dei precedenti proprietari, il mitico commendator Pietro Arpesella, le tracce di quelle misteriose cupole. Lei pensa che ce la faranno a ricostruirle?

FELLINI Sono molto ottimista sulle capacità dei miei concittadini riminesi. E glielo spiego con un solo dato. Rimini, dopo Cassino, era la città più distrutta alla fine dell’ultima guerra mondiale. Aveva avuto il 99 per cento delle case abbattute. E’ una prova delle nostre capacità positive: mettersi insieme e fare. Per vincere le nuove sfide, bisogna tornare tutti insieme a sognare, tutti insieme a innamorarsi di questa inimitabile Riviera e della sua umanità, quella che Marino Moretti elogiava per il cuore generoso e la luminosa saggezza. Bisogna tornare a guardare la saggezza. Bisogna tornare a guardare la luna seduti su un pedalò in spiaggia senza sentire una voce poco amica che, puntandoti una pila negli occhi, ti dice: è vietato.

L’intervista è finita. Il Maestro si alza, saluta e se ne va. Resto solo io a vedere il secondo piatto sul tavolo e nel gesto rituale del cameriere che sparecchia togliendo solo il mio piatto mi accorgo di aver avuto l’esclusivo onore di condividere con il Maestro due cappelletti e un bicchiere di buon vino.

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