Ricostituiamoci! L’anima liberale
della Costituzione nelle parole
che raccolsi da Giovanni Ferrara

Dopo l’anima di sinistra (Nilde Iotti) e l’anima cattolica (nelle parole di Tina Anselmi)
concludo il nostro viaggio tra le tre anime della Costituzione italiana
con i brani centrali dell’intervento tenuto dallo storico Giovanni Ferrara (foto)
nel Polesine il 14 gennaio 1995 sull’anima liberale
della nostra Carta costituzionale. Una lectio magistralis che, a distanza
un quarto di secolo appare più attuale che mai

IL TEMPO DELLA STORIA

testi a cura di Salvatore Giannella (3)

 

Questa Repubblica si può salvare. Ma, per questo,

deve diventare la Repubblica della Costituzione

Nilde Iotti

Illustrazione per «La Costituzione italiana»

Illustrazione di Ro Marcenaro per
libro “La Costituzione italiana”,
Regione Emilia Romagna, 2019.

Giovanni Ferrara è stato uno scrittore, storico e politico di straordinaria cultura e ironia. Nacque nel 1928 a Roma, figlio di Mario Ferrara, un grande avvocato liberale che aveva difeso, davanti al Tribunale speciale, alcuni antifascisti. Ha insegnato Storia Antica all’Università di Firenze, è stato uno dei più grandi studiosi della civiltà e della storia greca. Il fratello Maurizio, che ha aderito, durante la Resistenza al Pci, fa parte del gruppo dei giovani intellettuali che Palmiro Togliatti coltiva con attenzione. Lui, Giovanni, pur frequentando molto il fratello (“a Porto Ercole ci si vedeva praticamente ogni mattina, quando si andava al mare insieme, alla Feniglia o alla Giannella”, ricorderà nel suo ultimo libro, Il fratello comunista, una specie di testamento spirituale) imbocca un’altra strada. A poco più di vent’anni è borsista all’Istituto Storico di Napoli, dove ascolta le lezioni di Federico Chabod su Alexis de Tocqueville e Niccolò Machiavelli, due maestri che tornano costantemente nel suo pensiero. Lì si lega ai giovani intellettuali che hanno creato Nord e Sud, la storica rivista del meridionalismo laico. Diventa collaboratore del Mondo di Mario Pannunzio e sarà tra i fondatori del Partito radicale. Nel 1965 aderisce al Partito repubblicano, per il quale sarà anche eletto senatore per diverse legislature. Ha anche collaborato, per i quotidiani, al Giorno e, più a lungo, a Repubblica. Muore a Pavia nel febbraio 2007.

La democrazia, per Ferrara, faceva tutt’uno con la laicità. E Apologia di un uomo laico è intitolato un suo prezioso e oggi purtroppo introvabile libro. Apologia del laico, solitario, anticonformista, non fanatico, non anarchico. Il laico, scrive Ferrara, è “un uomo che nulla può salvare dal suo compagno segreto, il dovere; un uomo che conosce la sconfitta e l’errore, ma il suo status di libero è inalienabile”.

Dall’articolo in suo ricordo di Miriam Mafai sulla Repubblica (24 febbraio 2007):

La democrazia, per Ferrara, è per sua natura laica. O non è. Era inevitabile dunque che nel corso degli ultimi anni Giovanni Ferrara guardasse con sofferenza e preoccupazione gli attacchi rivolti alla nostra Costituzione. E con grande generosità e impegno personale si adoperava per farne conoscere l’importanza, il carattere, i princìpi essenziali. Solo pochi mesi fa aveva partecipato a una serie di incontri organizzati in Toscana dal Comitato Salviamo la Costituzione e rivolti soprattutto ai più giovani. “La nostra Carta”, ricordava in queste occasioni, “è nata dalla Resistenza: non è un’espressione retorica o romantica, ma veramente sostanziale. Bisogna ricordare che gran parte della classe dirigente che compose l’Assemblea costituente proveniva in modo organico dalla Resistenza: l’imprinting antifascista era fortissimo, non formale. La realtà che emerge in maniera organica è quella di una Carta costituzionale liberal democratica, basata su un forte parlamentarismo e un’attenzione importante al sociale; le libertà e i conseguenti diritti di libertà dei cittadini sono molto sottolineati”. Alla difesa di questi princìpi, contro ogni tentativo di manomissione, Giovanni Ferrara chiamava i suoi giovani ascoltatori ricordando loro che “il destino finale è sempre nelle mani dei cittadini che al momento del voto possono decidere a chi affidare la custodia dell’anima della propria società”. E il termine anima sulla bocca di un laico come lui aveva davvero un significato alto, particolare.

Ho voluto ricordare quelle parole di commiato di Miriam Mafai perché è proprio con quella parola, anima, che Giovanni Ferrara iniziò il suo intervento sulla Costituzione nel ciclo d’incontri organizzato nel Polesine.

giovanni-ferrara

(Qui e in apertura) Lo scrittore, storico e politico Giovanni Ferrara (Roma, 1928 – Pavia, 2007).

I greci antichi dicevano che la Costituzione è l’anima della città, l’anima dello Stato. La Costituzione italiana, l’anima della società italiana, che è stata promulgata nel 1948, porta tre firme: quella dell’allora presidente della Repubblica (Enrico De Nicola, rappresentante dell’area liberale), del presidente del Consiglio (Alcide De Gasperi, cattolico, esponente della Democrazia cristiana) e del presidente dell’Assemblea costituente (Umberto Terracini, comunista). Non erano circostanze casuali, erano il prodotto della storia di quel tempo e della particolare natura di questi personaggi.

De Nicola era stato l’ultimo presidente della Camera pre-fascista, quindi in un certo senso rappresentava anche la continuità della tradizione dell’Italia al di fuori della parentesi fascista. De Gasperi era stato deputato nel Parlamento che poi fu sciolto con l’avvento del fascismo. Terracini era più giovane ma era stato il fondatore del Partito comunista. Si trovarono insieme in queste alte funzioni istituzionali nel dopoguerra, perché questa era la storia d’Italia che aveva visto riunirsi intorno a un tavolo, il tavolo ideale della Resistenza e poi della ricostruzione, le forze che erano state escluse dal fascismo e dalla vita pubblica. De Nicola durante il fascismo aveva fatto l’avvocato, De Gasperi era vissuto in Vaticano a fare il bibliotecario e Terracini era stato in esilio. Era un’Italia, quindi, che si ritrovava dopo la tragedia della guerra e dopo la Liberazione, un’Italia di macerie e di grandi speranze. La frase che spesso si sente ripetere “Costituzione nata dall’antifascismo e dalla Resistenza” corrisponde a una realtà storica.

Nonostante che nell’Assemblea costituente (molto pluralista) fossero presenti persone con tradizioni molto diverse, da una destra liberale conservatrice a una sinistra estrema, c’era un cemento fondamentale che era quello dell’antifascismo e della lotta della Resistenza, cioè l’idea che l’Italia andasse ricostruita su basi di libertà e di democrazia. Quindi un’organizzazione dello Stato, delle istituzioni di tipo democratico fondata su una concezione dell’uomo e della società e dei doveri della società che era complessa, in cui c’erano risonanze di origine liberale, cattolica e socialista.

L’Assemblea Costituente è stato uno dei miracoli della storia moderna italiana per come andarono le cose. Gli italiani si trovarono a eleggere nel ’46 un’Assemblea con il compito di dare una nuova Costituzione all’Italia. Lo Statuto della monarchia era caduto e si doveva dare una Costituzione di carattere repubblicano perché contemporaneamente era stato fatto un referendum “monarchia o repubblica” e aveva vinto la repubblica. Non c’erano stati lavori preparatori. Nel periodo precedente c’era stato il fascismo, quindi nessuna libertà di discutere di questa materia. L’Assemblea fu costituita da più di 500 costituenti ciascuno dei quali portava le sue esperienze personali. Molti erano giuristi ed esperti, altri no. E quindi fu un’Assemblea molto interessante perché non fu un’Assemblea di soli tecnici. Tra i tecnici ce n’erano di grandissimi come Costantino Mortati, Vittorio Emanuele Orlando, Piero Calamandrei, ma la massa era costituita da professionisti e operai, gente che rappresentava un po’ tutte le dimensioni della vita italiana. In questo senso il lavoro che hanno fatto è stato miracoloso perché da questo coacervo improvvisato di esperienze diverse, di linguaggi diversi, è venuto fuori un organismo giuridico costituzionale di tutto rispetto.

Piero Calamandrei

Piero Calamandrei (Firenze, 1889 – Firenze, 1956).

I padri della Costituzione: Vittorio Emanuele Orlando

Vittorio Emanuele Orlando (Palermo, 1860 – Roma, 1952).

Crisi attuale e rilettura della Costituzione

La Costituzione italiana è eccellente. Riesaminata a mezzo secolo di distanza è una Costituzione che regge magnificamente all’esame della sua struttura logica interna e della coerenza tra le varie parti. Non ha contraddizioni, ha affrontato tutti gli aspetti possibili. Ogni articolo è stato il frutto di un’analisi lunga e paziente dei problemi da affrontare.

Tanto per fare un esempio. L’art. 67 (che è di natura fortemente liberal-democratica) dice, rifacendosi all’esperienza dei Parlamenti della Rivoluzione francese:

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Se n’è parlato molto di quest’articolo per ricordare che i parlamentari, una volta eletti, non rispondono che alla propria coscienza e all’interesse nazionale. Il loro dovere principale è verso la nazione nel suo complesso e questo dovere è delegato esclusivamente alla loro libertà di coscienza, cioè non sono vincolati da nessun mandato. Una volta eletti sono liberi di interpretare la responsabilità del loro ruolo secondo la propria coscienza avendo di vista l’interesse nazionale e non l’interesse dei gruppi o dei movimenti che li hanno eletti.

Quest’articolo naturalmente fu abbastanza dibattuto perché era un principio riconosciuto nel costituzionalismo moderno: un Parlamento per avere una globalità di funzionamento, per essere un organismo vitale non può essere composto di 500 persone ognuno delle quali rappresenta un pezzetto dell’elettorato e solo quello. Deve essere composto di persone che, pur avendo origine ciascuno da una parte dell’elettorato però nel complesso si riconoscono tutti insieme in una funzione superiore. È un principio che in questi tempi è stato contestato, sostenendo che i parlamentari devono obbedire al mandato che hanno avuto dai loro gli elettori.

La nostra Costituzione è eccellente, il che naturalmente non vuol dire che non abbia più di mezzo secolo. E che in parte non è mai stata applicata. Tutta la storia delle Costituzioni occidentali dimostra che possono esserci degli articoli che per moltissimi anni non sono applicati, forse perché sono stati concepiti troppo presto rispetto ai tempi. Per esempio, noi ci abbiamo messo moltissimi anni per costituire le Regioni. Le Regioni erano nella Costituzione del ’48, ma le prime elezioni regionali si sono avute nel ’70 e quindi 22 anni dopo. Questo era legato alle contingenze della vita politica e sociale italiana.

Uno dei risultati dell’attuale crisi politica italiana è che si è ridestata un’attenzione per la Costituzione che prima non c’era. Finora non ci si è resi conto di quanto fosse importante la Costituzione perché sembrava una cosa quasi ovvia: si capisce l’importanza di una Costituzione quando qualcuno la contesta, soltanto allora appare chiaro che certe scelte erano già state fatte e ci avevano guidato senza che ce ne rendessimo conto. Tutta la discussione sulla questione dell’informazione, che è nata negli ultimi tempi di fronte a una realtà che ai tempi della Costituente non esisteva (a quel tempo accanto ai giornali c’era solo la radio, che non aveva certo l’influenza che ha adesso la televisione), il linguaggio politico non era dominato dall’immagine televisiva, l’assunto di Berlusconi “l’elettore è un telespettatore” allora non aveva alcun senso. Da questo punto di vista si avverte che nella Costituzione il problema dell’informazione è appena toccato, anche se lo affronta efficacemente nei suoi princìpi fondamentali, che sono l’indipendenza e la libertà, sia libertà di informare sia libertà di informarsi.

L’art. 92 ha un’origine nella tradizione costituzionalista tipicamente liberale, perché nei suoi articoli definisce i criteri della formazione del governo e i compiti del presidente del Consiglio. Dice:

Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.

Come si vede, all’origine del potere del Consiglio dei ministri c’è solo il presidente della Repubblica. È lui che gli affida il governo. L’articolo seguente, il 93, riguarda il giuramento dei ministri:

Il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica.

mentre l’art. 94 dice che

Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia. Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

Io cito questi articoli perché in essi non viene posta nessuna condizione al presidente della Repubblica. La Costituzione da questo punto di vista è molto lucida e definisce con assoluta brevità i princìpi. Il ruolo del presidente della Repubblica è molto più forte di quanto si creda. Il presidente del Consiglio ha una funzione decisiva nel governo e nella stessa definizione del governo. Io faccio questi esempi per vedere come mai adesso si comincia a discutere per cercare di capire cosa c’è in questo testo nel momento in cui ci si comincia a rendersi conto che bisogna decidere se va bene o non va bene. Spero che le circostanze siano tali per cui, qualora si facciano dei referendum o si facciano delle riforme istituzionali, gli italiani sappiano di che cosa si parla.

In questa Costituzione c’è una parte che s’ispira alla democrazia liberale, cioè che si occupa essenzialmente delle garanzie della libertà e del loro esercizio (libertà d’ espressione, della difesa dell’individuo, ecc..). Se è vero che in questa Costituzione sono confluite tre tradizioni politico-culturali, il grande sforzo di fonderli è riuscito.

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Benedetto Croce (Pescasseroli, 1866 – Napoli, 1952) nella sua biblioteca.

Luigi Einaudi

Luigi Einaudi (Carrù, 1874 – Roma, 1961).

Liberismo e liberalismo: Croce ed Einaudi

Negli anni ’30 e ’40 vi fu una grande polemica, molto importante per il pensiero liberale: una discussione tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi, cioè tra il maggior esponente della cultura, della filosofia e della politica liberale in senso teorico com’era Croce e il maggior esponente della scuola economica liberale, Einaudi, economista e nostro primo presidente della Repubblica. Che cosa sostenevano? Sostenevano che oggi, quando si discute di liberalismo, ci si dimentica che è invece fondamentale nella concezione liberale.

Einaudi affermava che è impossibile attuare un sistema politico liberale, cioè un sistema fondato sulle libertà, se non vi è anche libertà economica. Cioè se non c’è il liberismo, la libertà di mercato dell’impresa, se non viene garantita a ogni cittadino la possibilità di arricchirsi con il proprio lavoro, di creare capitale, nella libertà di mercato. Se non si realizza questo, lo Stato che ne viene fuori è necessariamente uno Stato oppressivo. Perché se il cittadino viene impedito nella sua capacità di libertà economica, di esprimersi come soggetto economico, è impossibile che poi sia rispettato come cittadino dal punto di vista della libertà di espressione e di pensiero. Einaudi identifica liberalismo e liberismo. Non c’è libertà dove non c’è libertà economica. Dove c’è socialismo e socialità economica si finisce per perdere anche la libertà.

Croce aveva una tesi opposta. Lui era un liberale molto moderato e anche conservatore, ma era un filosofo molto lucido. Per lui la libertà non è un fatto, bensì un’aspirazione costante ed eterna dell’uomo, è nell’essenza stessa dell’uomo. Se si porta avanti questo concetto, si vede che si può organizzare uno Stato in modo liberale, cioè fondato sul rispetto delle libertà di tutti, senza che questo riguardi la sfera economica. In sostanza Croce sosteneva che si può avere uno Stato socialista dal punto di vista economico e sociale ma liberale nella prassi politica e nel rispetto delle libertà individuali. Si può avere una società liberista e anche liberale, si può avere una società liberista che non è liberale perché garantisce la libertà economica, ma non garantisce per niente la libertà politica e si può avere una società liberale che non è liberista poiché dà ampio spazio alla socialità e all’organizzazione della società fondata più sull’aspetto della solidarietà e dell’interesse comune che non sull’aspetto dell’espressione individuale del bisogno economico e della crescita economica. Croce sosteneva che si può avere uno stato socialista dal punto di vista economico-sociale ma liberale nella prassi politica e nel rispetto delle libertà individuali. Liberismo e liberalismo, quindi, sono due cose diverse.

Oggi è curioso e interessante osservare come i due termini liberismo e liberalismo si confondano come se fossero equivalenti. Molti articoli della nostra Costituzione non sono liberisti. Per es. l’art. 4 nel 1° comma dice:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Mentre nel 2° comma sancisce che

Il cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Questo non si può certamente definire un articolo liberale nel senso tradizionale. È un articolo che non lascia alla sfera privata la capacità di trovarsi un lavoro e di esercitarlo, di acquisire quindi la possibilità di lavorare. Affida allo Stato il compito di garantire a tutti questa possibilità. In secondo luogo non lascia al cittadino il diritto di essere inoperoso, anzi gli dà il dovere di svolgere una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Questi sono gli articoli della primissima parte della Costituzione, quelli che stabiliscono i princìpi generali che hanno un carattere non prescrittivo ma indicativo, cioè indicano delle mete ideali e non prescrivono delle leggi. Quest’articolo si ispira a concetti di solidarietà doverosa, di doverosa socialità e garantisce da parte dello Stato che i cittadini saranno aiutati dalla comunità nel trovare lavoro, nell’esercitarlo. Questo non ha niente a che fare con il liberismo, nel quale invece ognuno se la cava per conto suo, il più forte vince e crea capitale e ricchezza. Chi non è capace di questo non troverà lavoro: se le contingenze economiche sono tali che la disoccupazione è necessaria per l’accumulazione e quindi per lo sviluppo economico, ci sia la disoccupazione.

La componente liberale in questa Costituzione è profondamente fusa con la componente di tipo diciamo più democratico, più sociale che è quella di origine cattolica e marxista, pur diverse tra loro.

Gli articoli che fondamentalmente riguardano la più tipica tradizione liberale sono gli articoli in cui comincia la prima parte vera e propria della Costituzione.

Negli articoli 13, 14 e 15 ci sono le tre grandi libertà individuali classiche che sono l’inviolabilità (la figura del cittadino è sacra, non si può toccare), la persona, il domicilio e la corrispondenza: nessuno può entrare dentro casa nostra, aprire la posta e leggere i nostri telegrammi, nessuno può ascoltare i nostri telefoni. Sono forme d’inviolabilità che garantiscono la persona nella sua gelosa individualità. Nessuno può toccarti fisicamente, toglierti la libertà di muoverti, nessuno può guardarti dentro casa. A meno che sei soggetto a un processo di carattere legale.

Nell’art. 16 si parla della libertà di muoversi (tipica componente della storia liberal democratica):

Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge.

Il liberalismo consiste nel ridurre al massimo l’autorità e l’arbitrio del potere e garantire il più possibile l’individualità della persona. Sono conquiste attive che sono passate nella nostra Costituzione.

I cittadini (art. 17) hanno anche il diritto di associarsi in organizzazioni che non sono vietati dalla legge. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono scopi politici mediante organismi di carattere militare. “Tutti hanno diritto di associarsi liberamente”, elemento tipico del moderno stato liberale. Un po’ in tutti i tipi di Stato si trova l’articolo che riguarda le associazioni segrete e il carattere militare e terroristico: è il concetto che la legge non può essere violata costituendo delle strutture segrete e ignote agli altri cittadini. Qualsiasi tipo di Stato è un’organizzazione che assume su di sé esclusivamente il diritto all’uso della forza.

Ed ecco l’art. 21:

Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
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Io ricordo il fascismo. Durante il fascismo non c’era nessuna di queste libertà, anzi era tutto vietato. La stampa era soggetta sia ad autorizzazioni sia a censure. Questo per indicare che la nostra Costituzione è nata in un’epoca in cui il bisogno di riaffermare sulla carta i grandi princìpi era un bisogno fondamentale perché tutto il mondo veniva fuori da una catastrofica guerra. E proprio la guerra aveva avuto questo carattere di guerra di liberazione democratica.

La nostra Costituzione, in questi elementi di natura liberale, è stata il terreno d’incontro di tradizioni che non avevano origini liberali, ma cattolica e marxista. Queste due tradizioni, pur così diverse, hanno trovato un punto d’incontro nelle libertà individuali e politiche classiche.

La nostra Costituzione è fondamentalmente di tipo liberale classico, i suoi fondamenti ultimi stanno nel fatto che tutti gli elementi della Costituzione, di qualsiasi origine siano, si fondono insieme in una visione unitaria intorno all’elemento catalizzatore che è la garanzia delle libertà.

Non fu un’operazione artificiosa, fu innanzitutto un’operazione necessaria perché non sarebbe mai nata una Repubblica democratica italiana se non si fosse fatta quest’operazione di mettere insieme queste cose anche nella loro diversità. E quindi chi si accosta alla nostra Costituzione deve tener conto dello straordinario risultato storico che è stata. Bisogna stare molto attenti a non perdere questa Costituzione. Studiamola, questa Costituzione, e vedremo come tanti dubbi che abbiamo ogni giorno sono già stati previsti, tante cose sono già state dette. Qui ci sono i princìpi fondamentali delle nostre libertà.

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3. FINE. Si conclude qui il viaggio che feci alle radici della nostra Costituzione, ma non la mia studiosa attenzione alla nostra Carta comune, l’aquilone da cui ripartire sul felice terreno d’incontro tra le tradizioni cattolica e riformista, fuse insieme nella garanzia di libertà e democrazia. Lì c’è tutto quello che ci unisce: un insieme di princìpi, di valori, di regole e di equilibri, di diritti e di doveri. Nelle precedenti puntate ho presentato l’anima di sinistra della Costituzione, affiorata nell’intervista pubblica che feci a Nilde Iotti (link) e l’anima cattolica (con le parole raccolte di Tina Anselmi: link). Illustrazioni di Ro Marcenaro per il libro La Costituzione italiana, a cura della Regione Emilia-Romagna.

A PROPOSITO

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Author: admin

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