GRANDI ITALIANE:
ISABELLA LATTES COIFMANN,
LA PIU' GRANDE INVIATA NEL MONDO DEGLI ANIMALI

testo di Salvatore Giannella

“Finché l’uomo non impara a rispettare

e a dialogare con il mondo animale,

non potrà mai conoscere

il suo vero ruolo su questa Terra”

(Enzo Maiorca,

campione di immersione subacquea)

La telefonata destinata a illuminare una piccola pagina di storia all’interno della grande Storia del mondo mi raggiunse nella stanza di direttore di Airone: “Buongiorno, sono un vostro lettore, chiamo da Londra. Sono appena rientrato dalla California dove ho letto sui giornali locali la  cronaca dei festeggiamenti per un importante anniversario dell’Università di Los Angeles.  Il rettore ha parlato di una lettera ritrovata in archivio proveniente dall’Italia. Era datata 1939. Una giovane ricercatrice, laureata in biologia,  Isabella Lattes Coifmann, scriveva da Napoli per chiedere se c’era un posto di lavoro per lei, minacciata dal varo delle leggi razziali antiebraiche del regime di Mussolini. Anche solo da segretaria…”. A quella lettera non era stata data risposta e il rettore si chiedeva quale destino avesse avuto quella biologa Isabella, firmataria dell’appello trascurato. “Mi pare di riconoscere in quel nome una delle vostre principali firme su Airone, la bravissima erologa e divulgatrice della vita animale. Corretto?”, concludeva il telefonista. Certo che era così.

Informai Isabella andandola a trovare per l’ennesima volta nella sua casa bianca e silenziosa in un parco condominiale al Vomero, con la finestra spalancata sul mare di Napoli: un posto al sole pieno di ninnoli, illustrazioni di animali, un archivio fornitisimo di schede accanto al computer, una collezione di argenti sul tavolino rotondo del salotto e i ritratti alle pareti  del figlio Sergio, apprezzato pianista, e della nipote Serena, alla quale, mi confessò, “non ho mai raccontato fiabe, ma dedicato i libri”.

Lei confermò. Milanese di nascita, s’era trasferita a Napoli con la famiglia. E lì aveva trovato accoglienza serena nella Comunità ebraica (con le famiglie dei Beraha, dei Temin, dei Sinigallia, dei Soria) e lavoro all’interno della Stazione zoologica fondata dallo scienziato tedesco Anton Dohrn (LINK). Quel centro di ricerca sulla via Caracciolo era un albergo per scienziati di tutto il mondo. A mensa si parlavano tutte le lingue e conoscevi i premi Nobel: ne passarono 19, e quasi duemila scienziati di eccezionale valore.

Sedici specie portano il suo nome. Isabella aveva trascorso i suoi primi anni di ricercatrice, individuando e descrivendo persino 16 specie di Invertebrati che portano il suo nome, coifmani. Risultati vani i tentativi di espatriare, aveva continuato a insegnare clandestinamente ai giovani visitatori della Stazione zoologica fino alla caduta del regime fascista.

L’happy end della storia è prevedibile: informai il rettore dell’Università californiana che quella ricercatrice era fortunatamente in vita, che era diventata la più fertile e avvincente tra i divulgatori italiani di etologia animale e che era disponibile a un viaggio oltreatlantico per festeggiare da par suo l’anniversario dell’Università tanto desiderata in tempi difficili. Invito confermato, festa onorata in California cui dedicò la prima pagina il San Francisco Chronicle ma con una tirata d’orecchi da parte della festeggiata al sottoscritto che, nel ricostruire la vicenda, aveva indirettamente rivelato al pubblico la sua età: 80 anni. “Potevi scrivere che avevo compiuto i miei secondi quarant’anni…Invece adesso gli altri giornali con i quali collaboro, La Stampa e L’Europeo, sapendo della mia età avanzata, tenderanno a diminuirmi il compenso…”, mi rimproverò amichevolmente.

I suoi verbi chiave. In realtà nessuno dei direttori ed editori con i quali collaborava, fiera (e a ragione) del suo aspetto giovanile e della freschezza dei suoi neuroni,  le diminuì i meritati compensi fino al suo ultimo giorno di vita che arrivò 14 anni dopo,  a 94 anni, il 3 agosto 2006. Una vita straordinaria, la sua,  scandita dalla sequenza di pochi verbi chiave: osservare, leggere, capire, archiviare, insegnare, divulgare, divertire. Con leggerezza, arguzia, spigliatezza, senza aver paura di utilizzare l’antropomorfismo (“non è che vedo gli animali in un’ottica troppo umana, è solo che per descriverli non abbiamo a disposizione altri termini se non quelli del linguaggio degli uomini”).  Sui giornali, in televisione (con Piero Angela e il Maurizio Costanzo Show), con conferenze alle donne in carriera del Soroptimist e con  tanti  libri

Uno dei libri di maggiore successo di Isabella Lattes Coifmann. I principali suoi volumi sono elencati a questo link: https://www.amazon.it/Libri-Isabella-Lattes-Coifmann/s?rh=n%3A411663031%2Cp_27%3AIsabella+Lattes+Coifmann&page=2

Isabella usava parole con il fascino raro della semplicità. Scopriva in natura il già conosciuto e lo faceva scoprire a tutti: “Il mio stile nasce da un limite: in casa si parlava un pessimo italiano, i miei parlavano russo. Io non uso termini difficili semplicemente perché non li conosco. E non essendo un’accademica, non mi scappano termini noiosi. Ho sempre pensato di avere un vocabolario povero”. Invece, quello che lei considerava un limite, era diventato il suo pregio.

I tempi, poi, l’hanno aiutata. Quelli della sua maturità erano i tempi delle grandi etologhe (“lo studio sul campo richiede qualità femminili: intuito, perseveranza, pazienza, curiosità, entusiasmo”), dei grandi temi ambientali (“la gente ha aperto gli occhi sul degrado ambientale”), delle rubriche dedicate agli animali, alla loro sessualità mozzafiato tale da far impallidire il kamasutra, alla tenerezza delle cure parentali, all’istinto della predazione, all’intelligenza delle soluzioni trovate e propagate nel branco: “E su altri comportamenti umani, ad esempio, l’uso degli utensili e la trasmissione di cultura, che una volta si pensavano esclusivi dell’uomo. Non sono umani, per esempio, il macaco giapponese, che si è accorto che la patata è più saporita se la si intinge nell’acqua salata del mare oppure lo scimpanzè che pesca nei fiumi usando ramoscelli appositamente predisposti con trappole e lenze?”.

Si spiegano così i numerosi  riconoscimenti ricevuti: uno per tutti, il premio Glaxo per la divulgazione scientifica (1999) con questa motivazione: “Per l’affascinante architettura divulgativa che ha saputo costruire su rigorose fondamenta scientifiche“. Perché la fantasia della natura supera di gran lunga l’immaginazione umana e le storie raccontate da Isabella potevano sembrare incredibili se non fossero state autenticate da precisi e rigorosi esperimenti di scienziati degni di fede. come lei stessa (o, per parità di genere, il compianto Danilo Mainardi, altra punta di diamante del mio Airone). Una vita intensa che più volte ho avuto la fortuna di ascoltare dalla sua viva voce a casa sua con vista sul Golfo di Napoli.

Un cenacolo di Nobel. Nei ricordi di Isabella c’era una ragazza nata a Milano, figlia di rifugiati russi, trasferitasi precocemente a Napoli. C’era il liceo classico e un’amica del cuore, più grandicella, una biologa che faceva anche la pittrice (le sue pareti domestiche erno piene di quadri di animali) che un giorno la invita a visitare l’istituto presso cui lavora: la Stazione zoologica Dohrn. “Rimasi affascinata. il meraviglioso acquario, i laboratori, gli studiosi. Gli incontri memorabili. Le presenta un professore svedese. ‘Studia la respirazione dei ricci di mare’, disse la mia amica sottovoce. Io manco sapevo che respirassero, i ricci di mare”. E lì dentro la scoperta di un vermiciattolo, grande come un’oliva, con un tentacolo retrattile lungo un metro. Era una Bonelia viridis. Generazione di ricercatori si erano rotti la testa per capire dove mai fosse il maschio, poi l’hanno trovato, piccolissimo, tre millimetri in tutto, rannicchiato nella proboscide della femmina. Sono rimasta incantata”.

Un bel ricordo della visita, qualche curiosità soddisfatta, ma niente di più. Dopo la maturità,  segnata dall’incontro con una insegnante brava (che le consiglia di leggere I ricordi di un entomologo di Fabre e i libri di Konrad Lorenz sull’imprinting e le trasmette il gusto della natura vivente) si iscrive a medicina. “Le autopsie, che tragedia. I cadaveri, quei teli bianchi, quell’odore… No, non ce la facevo. Mi chiusi la porta alle spalle. Il giorno dopo ero allo sportello iscrizioni di Scienze naturali”.

La ragazza curiosa arriva così all’istituto di Anatomia comparata come studentessa ricercatrice, sotto la guida del professore toscano Giuseppe Colosi. Siamo alla metà degli anni Trenta. Isabella macina esami e dimostra presto la sua vocazione alla scrittura. Su alcune pubblicazioni accademiche escono le sue prime osservazioni sugli anfibi, sulla loro metamorfosi e comportamento. Con il tempo, le prime soddisfazioni: i sempre più frequenti articoli, la laurea a pieni voti giovanissima (a soli 21 anni) e poi, come assistente, la scoperta di nuove specie di crostacei del mar Rosso (Misidacei) e molluschi brasiliani (Vaginulidi).

Ma libera docente di Anatomia comparata, Isabella non lo diventerà mai. Il suo brillante iter universitario è interrotto dalle leggi razziali contro gli ebrei del 1938: il regime fascista le toglie ogni possibilità di pubblicare, di insegnare, di far sentire la sua voce. E’ l’anno in cui parte la lettera verso l’Università americana. Ma la protettiva famiglia Dohrn le offre di lavorare clandestinamente. Siamo a Napoli, qui si aggiusta tutto, ferocia e stupidità comprese.  Lei accetta, ha il suo tavolo di ricerca, i  pesci-cavia comprati e portati freschi ogni giorno da Mergellina, l’ambiente internazionale. Continua a scrivere sotto lo pseudonimo di Biologus. “Potei farlo perché nel mondo accademico il pregiudizio razziale non ebbe alcuna presa”. [Nel riquadro in basso, un brano autobiografico di Isabella, rintracciato dal figlio Sergio, che parla proprio di quei giorni finali del regime. Ndr]

Nel ’45, dopo la Liberazione. il ritorno all’Università con un’amara constatazione: “Tutti i miei colleghi, che durante il fascismo avevano avuto la possibilità di pubblicare, erano molto più avanti di me nella corsa alla carriera accademica. Così decisi di lasciar perdere l’idea dell’insegnamento universitario e di dedicarmi solo alla divulgazione.  Cominciai a farmi conoscere dal grande pubblico grazie a Sapere, una rivista scientifica edita da Ulrico Hoepli che furoreggiava all’epoca”.

L’incontro con il giornalismo avviene alcuni anni più tardi, nel 1961, grazie a un viaggio in Brasile. Isabella visita l’allora neonata Brasilia, e Rio de Janeiro, San Paolo con il celebre Butantan, il più importante rettilario del mondo. Osserva anaconda e serpenti velenosi, si stupisce, prende appunti.

Al suo ritorno corre da Hoepli e propone il solito testo per Sapere. “Questa è roba per quotidiani, Isabella. Perché non fai un salto da Nino?”. Nino Nutrizio, direttore de La Notte. accetta la proposta e, qualche giorno dopo Isabella può vedere il reportage dal Brasile stampato in bella evidenza.

Da allora la “cronista” degli animali non si è mai fermata. Dopo La Notte, eccola a La Stampa di Torino sulle cui pagine (inserto scientifico e rubrica libraria) scrive nuove, avvincenti puntate del romanzo della natura. Dietro tante storie, una bella frase che vale anche per l’uomo: “I motori della vita sono due: la fame e l’amore. La fame induce a mangiare per sopravvivere come individui, l’amore si avvale del sesso per sopravvivere come specie”.

Il nuovo Atlante degli animali. Una sera del 1981 squilla il telefono di casa Lattes Coifmann. E’ il caporedattore dell’ Europeo, da Milano. Propone a Isabella la realizzazione di una serie di inserti scientifici sulle vite degli animali, caratterizzati da quella sua combinazione chimica virtuosa tra linguaggio popolare, conoscenza della materia, amore per i protagonisti degli articoli. Lui  insiste, li vuole a tutti i costi. La zoologa tentenna, il giornalista non demorde. “Quel signore mi tenne al telefono un’ora buona, poi mi invitò a Milano, si sentiva che a quegli articoli sulle nuove frontiere dell’etologia ci teneva proprio. Alla fine vinse lui,  Il nuovo Atlante degli animali uscì in cinque puntate  ed ebbe uno straordinario successo. “Quel giornalista era chi scrive queste righe, Salvatore Giannella, e non persi più di vista Isabella. Nemmeno cinque anni dopo, quando fui chiamato a dirigere Airone.”

A PROPOSITO

Isabella, una giornata particolare

con le sue parole e le paure svanite

Due anni dopo la scomparsa di sua madre, Sergio Lattes aveva trovato in un cassetto della casa a Napoli un brano dell’autobiografia di Isabella. L’amabilissima divulgatrice di etologia aveva raccontato con riluttanza la sua storia di ragazza ebrea emarginata dalle leggi razziali. Contava di pubblicare la sua storia postuma. Ecco il brano centrale di quelle difficili giornate di Napoli.

Suonano alla porta. Vado io ad aprire. E’ il portinaio che con un sorriso enigmatico, quasi beffardo, mi porge due cartoline rosa, una indirizzata a me, all’ebrea Isabella Coifmann, l’altra indirizzata a mia sorella, all’ebrea Vera Coifmann.

Le conosco bene quelle cartoline. Precettano gli ebrei per il lavoro obbligatorio sancito dalle leggi fasciste. Le hanno già ricevute molti dei nostri amici correligionari d’ambo i sessi. E alcuni di loro sono già partiti per le più varie destinazioni.

I portinai si sentono investiti di autorità come non mai in questo periodo. Devono rendere conto alla Questura di tutti i nostri movimenti. Siamo dei sorvegliati speciali. Guardo le cartoline. Ci dobbiamo presentare all’Ufficio del lavoro dopodomani, 25 luglio 1943, alle ore 9.30. E il 25 luglio, alle nove di mattina, ci avviamo tristemente verso quel famigerato Ufficio. Ma notiamo subito che c’è qualcosa di insolito.

Per le strade c’è un’agitazione sospetta. Gente che grida, capannelli di persone che discutono e vociferano ad alta voce. Come mai a quell’ora non sono tutti al lavoro? Dev’essere successo qualcosa di grosso. Ma noi ci avviamo ignare verso la nostra méta, come se tutto quel baccano non ci riguardasse. Abbiamo altri pensieri per la testa.

Ma quando arriviamo all’Ufficio, ci attende una sorpresa. Invece dei funzionari burocrati ci troviamo di fronte a una folla di ragazzi scalmanati che buttano per aria sedie e scrivanie, gettano dalla finestra carte e registri, strappano dal muro la foto gigante di Mussolini e la stracciano in mille pezzi. E a noi che li guardiamo attonite con la nostra cartolina rosa in mano, strillano a gran voce: “Ma non lo sapete che è finito il fascismo?”. Noi ci guardiamo in faccia. Non riusciamo a credere alle nostre orecchie. Abbiamo la radio guasta e ci siamo perse il grande annuncio. “Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III ha esonerato dal servizio il cavaliere Benito Mussolini”. E non ci par vero. Abbiamo scampato il pericolo per un pelo. Saremmo state precettate per il lavoro obbligatorio se non ci avessero convocato proprio per quella data fatidica, il 25 luglio. (Isabella Lattes Coifmann)

Il bello della memoria:

un link utile su GIANNELLA CHANNEL

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