Un eroe d’Africa
e la corruzione
che uccide

La storia del doganiere Floribert Bwana Chui, congolese di Goma,
assassinato per non aver ceduto ai corruttori, aiuta a capire
le nuove forme di martirio: si tratta di un sacrificio silenzioso
e lontano dagli interessi dei media, che però scuote la vita sociale e politica
di quegli Stati in cui la corruzione è ormai diventata consuetudine

LO SGABELLO DEL CITTADINO (IL NOSTRO SPEAKER’S CORNER)

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Chi era Floribert? La sua è una storia breve e piena di fede, che si è incarnata in una terra umanamente ricca e paesaggisticamente bella, ma politicamente complessa e travagliata. Floribert nasce il 13 giugno 1981 a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, ai confini con il Rwanda, e cresce in un tempo che non conosce la pace, a causa di due recenti guerre sanguinose.

Estroverso e intelligente, proviene da esperienze forti in ambito cattolico. Come tanti altri giovani è idealista, sognatore, convinto di cambiare il mondo, e per questo si butta anche in politica, più che mai convinto che il Congo abbia bisogno di lui per rinnovarsi. Forse anche per questo, al momento di scegliere, punta su Giurisprudenza, studiando Diritto con passione, quel Diritto che può garantire la giustizia sociale senza la quale non c’è libertà.

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Floribert Bwana Chui (1981 – 2007). Il 26 novembre 2016 il vescovo di Goma, Théophile Kaboy, ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione del giovane martire della corruzione.

Insieme alla laurea gli arriva l’opportunità di conoscere da vicino la Comunità di Sant’Egidio e resta affascinato da quanto questo movimento internazionale di laici (creato da Andrea Riccardi nel 1968, si fonda sulla preghiera, solidarietà, ecumenismo e dialogo) sta compiendo a favore dei più poveri nel vicino Rwanda. Vi entra a farne parte, aiuta gli emarginati, secondo il carisma specifico della Comunità. Si prende cura dei “maibobo”, i ragazzi di strada che tutti temono e che nessuno vuole avvicinare: di alcuni diventa amico, di altri fratello maggiore, girando nei quartieri più malfamati e pericolosi. “Non appena aveva qualche soldo in tasca, lo usava per loro”, ricorda il padre.

Con la laurea in tasca trova subito lavoro come direttore dell’ufficio della dogana per la verifica della qualità delle merci: un posto importante in una città di frontiera come Goma, che gli consente anche di fare progetti per il futuro e di pensare al matrimonio. Svolge con grande scrupolo e senso del dovere il suo lavoro, che consiste nel verificare la qualità degli alimenti in transito sulla frontiera e certificarne la buona qualità. A Goma è opinione comune che mai nessuno dei direttori di questo ufficio sia stato esente dalla corruzione, come ben dimostra la facilità con cui si trova qualsiasi tipo di prodotto avariato sui mercati della città, tutti naturalmente con il timbro di certificazione dell’ufficio: la tangente è diventata norma in un Paese al 160˚ posto su 176 nell’Indice sulla corruzione. Nel clima di povertà diffusa del Congo si è fatta strada l’idea che ci si può arricchire in fretta e per farlo tutti i metodi sono leciti.

L’arrivo di Floribert segna per l’ufficio un cambio di rotta improvviso, che nessun operatore economico della zona si aspetta. Il mese prima della sua morte, il suo ufficio stila un rapporto molto dettagliato su un’importante partita di riso avariato, per la quale riceve telefonate e pressioni, anche da parte di autorità pubbliche, per chiudere un occhio e prendere il suo compenso come avevano sempre fatto tutti. Si parla di 4-5 tonnellate di riso avariato, per la cui certificazione gli viene offerta una tangente di 3 mila dollari: una somma ingente, se si pensa che all’epoca la paga media mensile di un militare non supera i 5-6 dollari. Un rapido consulto telefonico con una dottoressa amica gli dà la certezza che quel riso, qualora immesso sul mercato, nuocerebbe gravemente alla salute dei suoi concittadini. “Come cristiano non posso permettermelo. Meglio morire che mettere a rischio la vita della gente”, è la sua risposta, che accompagna il verbale di distruzione della merce avariata. La reazione degli imprenditori non si fa attendere: il 7 luglio 2007 sparisce improvvisamente da casa, dopo una telefonata con cui è stato invitato a un appuntamento. Lo ritrovano cadavere due giorni dopo e sul suo corpo ci sono i segni evidenti delle torture cui è stato sottoposto prima di essere strangolato: i denti rotti, un braccio spezzato, gravi ustioni un po’ ovunque. Tutto perché aveva creduto fino all’ultimo che “se non distruggessi ciò che è dannoso per la salute di tanta gente, se accettassi di farmi corrompere, sarebbe come se accettassi la mia, di distruzione”.

Il coraggio Floribert, morto a soli 26 anni, lo trova nella fede. Nella sua Bibbia è evidenziato un brano che lo provoca:

Ai soldati che lo interrogano – E noi, che cosa dobbiamo fare? – Gesù rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”

(Lc 3,12-14)

Per Floribert questo è un imperativo morale: non esigere nulla di più di quanto è stato fissato. Ne è convinto non in forza, ma a causa della fede. Tutto è così semplice da sembrare scontato: è il ritorno dell’onestà.

La silenziosa rivoluzione degli onesti parte da qui. La vita di Floribert insegna che se qualcuno non inizia a insorgere contro la corruzione, la storia comune non si salverà. In Africa e in molti altri angoli del mondo.

Di corruzione si muore. Avviene ogni volta che la forza del corrumpere, che significa «rompere in tante parti», eclissa il bene comune. Se, da una parte, la corruzione seduce e attrae, dall’altra, come ricorda papa Francesco, costringe gli uomini a sporcarsi il cuore, impedisce alla coscienza di compiere scelte generose verso gli altri, toglie la libertà di ascoltare la voce di Dio. Per questo gli uomini corrotti, invece di distinguere il bene dal male, si limitano ad autogiustificare il male.

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P.S. Il 26 novembre 2016 il vescovo di Goma, Théophile Kaboy, ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione di Floribert, giovane martire della corruzione (in apertura: mons. Kaboy rende omaggio alla tomba di Floribert).
Fonte: il testo ha avuto come base l’abstract di Francesco Occhetta (foto): da La Civiltà Cattolica n. 4003, la più antica di tutte le riviste italiane ancora attive. Il testo è stato integrato con informazioni fornite da Gianpiero Pettiti della Comunità di Sant’Egidio. La Civiltà Cattolica è stata fondata a Napoli da un gruppo di gesuiti italiani e il primo numero è stato stampato il 6 aprile 1850. Info: laciviltacattolica.it. La rivista è diretta da Antonio Spadaro (Messina, 1966), gesuita, che più volte incontra papa Francesco: sue conversazioni con il pontefice sono nei libri che vi consiglio: Nei tuoi occhi è la mia parola e La mia porta è sempre aperta (Rizzoli). Per approfondire la conoscenza della Comunità di Sant’Egidio: santegidio.org

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