Per la vicina Carta di Milano teniamo conto di questa lettera a Papa Francesco

Cinquecento esperti su quaranta tavoli elaboreranno sabato 7 febbraio un documento finale
un atto d’impegno sul futuro dell’agricoltura e dell’alimentazione. Una sfida di inedite proporzioni
che richiede un urgente impegno culturale evocato dai principali scienziati agrari d’Italia
in un documento inedito indirizzato al Pontefice

introduzione di Salvatore Giannella

Si chiama “Expo delle idee” e vedrà riuniti sabato 7 febbraio, presso l’hangar Bicocca Pirelli di Milano, 500 esperti attraverso 40 tavoli suddivisi secondo 4 aree tematiche: le dimensioni dello sviluppo tra equità e sostenibilità; cultura del cibo; agricoltura, alimenti e salute per un futuro sostenibile; la città umana, futuri possibili tra smart e slow city. Alla fine della giornata dovrà essere vergata la Carta di Milano, definita dal ministro delle Politiche agricole e forestali Maurizio Martina “un atto di impegno che vedrà protagonisti, per la prima volta, cittadini, istituzioni, imprese, associazioni e l’intero sistema delle organizzazioni internazionali. È questa la prima eredità di Expo”. Sono stati preannunciati contributi straordinari, oltre quello del presidente del Consiglio, Matteo Renzi: da Ermanno Olmi a Federica Mogherini, al Direttore generale della Fao Graziano da Silva. Infine, ci sarà il contributo straordinario di Papa Francesco, con le sue riflessioni sul diritto al cibo.

Proprio al Pontefice, che nomina i componenti dell’Accademia Pontificia delle Scienze (che, ricordiamolo, dovrebbe essere un faro anche per le scienze della terra e dell’ambiente e per le scienze della vita come botanica, agronomia, zoologia, genetica, biologia molecolare e biochimica) è stata indirizzata una lettera da parte di competenti e illustri biologi e genetisti, primi firmatari i nostri collaboratori Antonio Saltini e Francesco Salamini. Una lettera che precisa i termini capitali della posta in gioco: il futuro dell’agricoltura, che ha costituito un fattore fondamentale dello sviluppo economico di tutta l’umanità. Scienza primaria alla quale tocca, guardando al 2050, la sfida alimentare e universale di 9 miliardi di persone, che vorranno mangiare meglio. Un compito di inedite proporzioni, cui l’agricoltura dovrà affiancare la migliore gestione possibile del territorio e la creazione di nuovi posti di lavoro. Ci sarà bisogno di un urgente impegno culturale che recuperi nell’opinione pubblica, nonché nelle istituzioni politiche, economiche e sociali, i valori culturali del mondo agricolo. Ecco perché questa lettera a Papa Francesco coinvolge tutti noi cittadini. (s.g.).

A Sua Santità Francesco

Santità,

ha suscitato stupore e preoccupazione, tra chi si preoccupa con scienza e coscienza delle produzioni agrarie necessarie all’alimentazione di una famiglia umana diretta, in tempi alquanto brevi, agli otto miliardi di membri, la Sua precisa, inequivoca adesione alle opzioni di chi pretende il ritorno dell’agricoltura alle pratiche del passato rigettando quanto la scienza ha introdotto nelle opere dei campi negli ultimi due secoli.

All’alba dell’Ottocento il Pianeta nutriva, notoriamente, un miliardo di esseri umani, di cui oltre due terzi non godevano delle disponibilità caloriche necessarie ogni giorno, consumavano cibi che, date le modalità di conservazione, erano fonti di malattie endemiche, conoscevano, quindi, una durata della vita corrispondente alla metà di quella attuale. Le scoperte della microbiologia, della fisiologia vegetale, della parassitologia, in parte preminente frutto della scienza europea della prima metà dell’Ottocento, hanno maturato i propri frutti, mentre la popolazione in un secolo raddoppiava, fino a comporsi nel contesto sinergico che, completatosi nel 1950, ha reso possibile il triplicamento delle produzioni alimentari e il raddoppio della popolazione umana in circa quarant’anni (da 2,5 miliardi a 6).

Non crediamo che le scienze umane, l’economia e la biologia abbiano ancora penetrato in profondità le cause e le conseguenze di un fenomeno verificatosi una sola volta nei 70.000 anni dalla comparsa dell’Homo Sapiens, un evento che, per la propria valenza unica, imporrebbe, reputiamo, anche una riflessione teologica che non ci pare sia mai stata adeguatamente affrontata. Almeno metà dei cittadini della terra sono cresciuti e vivono con i frumenti e i risi selezionati dal premio Nobel Norman Borlaug e dai continuatori, le cui costituzioni genetiche hanno sostituito le varietà tradizionali triplicando i raccolti ed evitando, in Asia, stante l’impetuosa crescita demografica, carestie che avrebbero provocato, dopo gli anni Sessanta, centinaia di milioni di decessi per fame.

Eppure sappiamo, Santità, che un miliardo di uomini vive nella più squallida penuria alimentare, e, dati i cento indizi che inducono a dubitare di alcune statistiche internazionali, è legittimo sospettare che almeno altri due miliardi vivano in condizioni di insufficiente o inadeguata nutrizione.

Constatando la tragicità del quadro non possiamo dimenticare, però, che in 200 anni un miliardo di uomini si è convertito in una folla di sette miliardi, sottoponendo le risorse terrestri a uno sfruttamento di intensità senza precedenti. Studiosi autorevoli notano che crescita demografica e uso industriale e abitativo dei suoli ha condotto la superficie arabile a disposizione di ogni giapponese a 1/30 di ettaro, un’entità insufficiente, qualsiasi input tecnologici si impieghino, a produrre la dieta variata necessaria a un essere umano (pane, verdure, latte, uova, formaggio). Gli stessi osservatori ritengono che la Cina, che oggi dispone di 1/10 di ettaro di superficie arabile pro capite, contrarrà, aumentando la popolazione e costruendo, sulle antiche risaie, strade, industrie e aeroporti, le disponibilità di suolo coltivabile alle dimensioni giapponesi (non consideri, Santità, le immense distese del Gobi, dove freddo e aridità consentono il pascolo di dieci cammelli e venti capre in dieci chilometri quadrati). Quel giorno tutti gli equilibri alimentari del Pianeta saranno sconvolti, con conseguenze che la fantasia più perspicace è incapace di prevedere. Quanti esempi propone, Santità, la storia delle società umane, di grandi popoli che, per l’insufficienza delle risorse agrarie a disposizione, sottrassero ad altri le pianure feconde di bionde spighe, tutto, sul proprio cammino, travolgendo e distruggendo!
Sua Santità ha compiuto una scelta: non manchi, per additare un futuro a un’umanità incerta del proprio destino, di ascoltare i geografi, biologi, pedologi e genetisti che, dopo studi di autentica levatura galileiana, dimostrano che i sette miliardi di uomini che pretendono il proprio cibo dalla Terra ne stanno imponendo uno sfruttamento di intensità senza precedenti, che solo un uso intensificato della scienza può consentire di razionalizzare l’uso delle risorse. Quell’uso della scienza che, consentito dalle scoperte ottocentesche, ha alimentato il prodigio di sette miliardi di abitanti del Globo, e che solo l’impiego più penetrante del primo dei doni dell’Onnipotente alla propria creatura, la capacità di conoscere per governare i boschi, i campi e gli animali, può permettere di protrarre il prodigio, possibilmente di accrescere le produzioni per assicurare un pane anche ai miliardi cui oggi è negato.

  • Antonio Saltini, Università Agraria – Milano
  • Francesco Salamini, Presidente Edmund Mach- Trento
  • Roberto Tuberosa, Università Agraria- Bologna
  • Paolo Ranalli, Università Agraria -Modena Reggio Emilia
  • Amedeo Alpi, Università Agraria- Pisa
  • Luigi Mariani, Università Agraria-Milano
  • Gaetano Forni, Università Agraria-Milano
  • Alessandro Bozzini, Università Agraria-Pisa
  • Gabriele Milanesi, Università Medicina- Milano
  • Norberto Pogna , CRA -Roma

A PROPOSITO

Tredici Paesi si avvicinano all’obiettivo di sradicare la fame

La FAO celebra i successi di Brasile, Camerun, Etiopia, Gabon, Gambia, Iran, Kiribati, Malesia, Mauritania, Mauritius, Messico, Filippine e Uruguay

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Una donna vende verdura in Gambia, uno dei paesi premiati dalla FAO per i progressi fatti nella lotta alla fame.

Tredici paesi hanno guadagnato il riconoscimento della FAO per il progresso eccezionale fatto nella lotta contro la fame, un risultato che implica il raggiungimento degli obiettivi internazionali in anticipo rispetto della scadenza stabilita del 2015.

Brasile, Camerun, Etiopia, Gabon, Gambia, Iran, Kiribati, Malesia, Mauritania, Mauritius, Messico, Filippine e Uruguay sono gli ultimi di una lista crescente di paesi che hanno fatto grandi passi avanti nella lotta contro la denutrizione.

Questo risultato include il raggiungimento anzitempo del primo Obiettivo di sviluppo del Millennio di dimezzare la percentuale delle persone che soffrono la fame entro il 2015 – o dell’obiettivo più rigoroso stabilito al Vertice mondiale sull’alimentazione del 1996 di dimezzare entro 2015 il numero assoluto delle persone che soffrono la fame.

Nel corso di una cerimonia presso la sede della FAO, il Direttore generale dell’agenzia ONU, José Graziano da Silva, ha consegnato dei diplomi di riconoscimento ai rappresentanti governativi dei 13 paesi.

Avete superato importanti sfide in condizioni economiche globali e politiche difficili. Avete dimostrato una forte la volontà e mobilitato i mezzi“, ha affermato Graziano da Silva rivolgendosi ai destinatari del riconoscimento.

I progressi nello sradicamento della fame nel mondo nel corso dei prossimi dieci anni “stanno sempre più aumentando”, ma molto resta ancora da fare – 805 milioni di persone soffrono ancora di denutrizione cronica – ha continuato il Direttore Generale della FAO, invitando i paesi ad accelerare il cammino in questa direzione.

Per raggiungere questi obiettivi, occorre “migliorare la qualità e l’efficienza dei sistemi alimentari, promuovere lo sviluppo rurale, aumentare la produttività, incrementare i redditi rurali, migliorare l’accesso al cibo e rafforzare la protezione sociale“, ha affermato Graziano da Silva.

Secondo le stime della FAO, Etiopia, Gabon, Gambia, Iran, Kiribati, Malesia, Mauritania, Mauritius, Messico e Filippine hanno ormai raggiunto il primo obiettivo di sviluppo del Millennio, mentre il Brasile, il Camerun e l’Uruguay hanno anche raggiunto l’obiettivo più ambizioso del Vertice del 1996 di dimezzare entro il 2015 il numero complessivo delle persone che soffrono la fame.

Sinora sono 63 i paesi in via di sviluppo che hanno raggiunto il primo obiettivo di Sviluppo del millennio, mentre altri sei sono sulla buona strada per raggiungerlo entro il 2015. Dei 63 paesi che hanno raggiunto l’obiettivo MDG, 25 hanno anche raggiunto l’obiettivo più ambizioso del Vertice mondiale sull’alimentazione di dimezzare il numero complessivo delle persone denutrite entro il 2015.

I fattori chiave del successo nella riduzione della fame

Il rapporto delle Nazioni Unite “Lo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2014” (SOFI 2014) ha identificato diversi fattori critici che guidano il successo ottenuto dai paesi nella riduzione della fame, primo fra questi riuscire a trasformare l’impegno politico in azioni efficaci.

Il Brasile, osserva il rapporto, ha messo la necessità di combattere la denutrizione al centro della sua agenda politica, con il lancio nel 2003 del programma Fame Zero che ha introdotto misure di protezione sociale, come ad esempio i trasferimenti in denaro ai poveri e i pasti nelle scuole, in combinazione con programmi innovativi per l’agricoltura familiare. Il collegare la protezione sociale al sostegno produttivo ha contribuito alla creazione di posti di lavoro e di salari reali più alti, oltre che a una significativa diminuzione della fame e a una maggiore uguaglianza dei redditi.

In molti paesi – tra cui l’Etiopia, il Gabon, il Gambia, la Mauritania, le Mauritius, e le Filippine – il conseguimento degli obiettivi stabiliti a livello internazionale è attribuibile alla crescita economica e alle politiche messe in atto dai governi nel corso degli ultimi due decenni. Nella maggior parte dei paesi, gli interventi nel settore agricolo sono stati integrati da programmi di protezione sociale volti a fornire un aiuto immediato alle fasce deboli della popolazione.

Il Camerun è stato in grado di migliorare il suo livello di sicurezza alimentare – il paese ha raggiunto l’obiettivo di sviluppo del millennio già nel 2012, e ora ha anche raggiunto l’obiettivo del Vertice sull’alimentazione – nonostante i numerosi fattori che ne ostacolavano il raggiungimento. Tra questi fragili condizioni politiche e di sicurezza nei paesi vicini e frequenti calamità naturali, come ad esempio una serie di siccità e inondazioni tra il 2009 e il 2012.

Le statistiche utilizzate per determinare il raggiungimento degli obiettivi del Millennio o del Vertice mondiale sull’alimentazione sono prodotte dalla FAO utilizzando i dati ufficiali forniti dai paesi membri e da altri organismi internazionali.

L’obiettivo del Vertice mondiale sull’alimentazione è stato stabilito nel 1996, quando 180 nazioni si sono incontrate a Roma per discutere i modi per sconfiggere la fame. Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio sono stati stabiliti dalla comunità internazionale dopo l’adozione della Dichiarazione del Millennio da parte dell’assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre 2000.

Fonte: fao.org/news

Author: admin

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