Gli industriali italiani hanno scelto Enzo Boccia, 52 anni, salernitano, una laurea in Economia e commercio, come nuovo presidente di Confindustria e il mio pensiero è corso a un incontro proprio con lui nell’ottobre 2010 (amministratore delegato delle Arti Grafiche Boccia, un’azienda che opera nel settore della stampa di quotidiani e periodici, da un anno era presidente della Piccola Industria, 160 mila imprese, il 90% con meno di 100 dipendenti). In quell’occasione, nel pieno della crisi economica, raccolsi e pubblicai parole e idee, su lavoro e politica, banche e fisco, giornali e Tv spazzatura) che ritrovate a questo link di “Giannella Channel”. Data l’attualità di molti concetti espressi allora, vi invito a rileggere quel manifesto programmatico riaffiorato dal pozzo della memoria. Lo raccolsi e lo lanciai sul web il 28 ottobre 2010 con il titolo: Il grido dei piccoli imprenditori: cari giornalisti, non parlate solo di Marchionne e dei dossier della Marcegaglia. Il sommario era: “Bisogna tagliare le unghie alla mafia bianca della burocrazia, Ecco l’appello di 160 mila operatori del settore i cui problemi vengono trascurati dai media. In silenzio e solitudine provano a resistere alla crisi e alla diffidenza delle banche, ma il sistema Italia non li aiuta”. E questo era il testo:

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Enzo Boccia, nuovo presidente della Confindustria. Salernitano, 52 anni, una laurea in Economia e commercio, amministratore delegato delle Arti Grafiche Boccia, un’azienda che opera principalmente nel settore della stampa di quotidiani, periodici e tabloid.

Domenica d’ottobre, una festa di compleanno nella cascina di un editore milanese: capito nel tavolo a fianco di Enzo Boccia, presidente della Piccola Industria dal 2009 (160 mila imprese, il 90% con meno di 100 dipendenti). Salernitano, 46 anni, una laurea in Economia e commercio, è amministratore delegato delle Arti Grafiche Boccia, un’azienda che opera principalmente nel settore della stampa di quotidiani, periodici e tabloid. Il discorso cade sul fisco e racconto due casi di mia conoscenza: un giorno di ritardo nella dichiarazione dei redditi è costato il 10 per cento in più da pagare, penalizzazione che sarebbe salita al 30 per cento in caso di un ritardo superiore ai 30 giorni. E invece, gli dico, senta cosa capita a un laboratorio di restauro della provincia di Asti, visitato qualche giorno prima con i soci della Cooperativa La Speranza di Cassina de’ Pecchi (Milano). Il laboratorio è quello della famiglia Nicola, restauratori in Aramengo, borgo leggendario a 50 chilometri da Torino, dove i severi giudici sabaudi mandavano al confino i falliti (da qui la dizione popolare “andare a ramengo”, cioè fallire, andare in malora). Artigianale di fatto, il laboratorio va considerato una piccola industria per i 37 dipendenti a tempo indeterminato (in una terra che di abitanti ne ha poche centinaia). Ai Nicola capita, con gravi rischi, di dover aspettare, da varie istituzioni pubbliche, pagamenti che ammontano ormai a quasi 600 mila euro per lavori conclusi da parecchi mesi, talvolta da oltre un anno e per i quali l’azienda ha già versato l’Iva sulle fatture emesse ma ancora non pagate. (Per inciso, a “I Nicola” è dedicato un libro da me appena scritto per l’editore del Giornale dell’Arte, Umberto Allemandi di Torino. Disponibile anche in versione inglese).

“Lei ha messo il dito sul primo punto della rivoluzione culturale, sociale ed economica che ho invocato a Prato, al forum della Piccola Industria del 15 e 16 ottobre scorso, davanti a una delegazione dei 160 mila piccoli industriali e alla presenza del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, mi sorprende Boccia. “Quello della lealtà reciproca tra Stato e cittadini in campo fiscale. Nella campo della burocrazia pubblica, bisogna tagliare le unghie alla mafia bianca”.

Rivoluzione culturale? Tagliare le unghie alla mafia bianca che si annida nei meandri della burocrazia pubblica? La reciproca lealtà fiscale tra Stato e cittadini, il primo dei punti elencati? E gli altri quali sono? E che c’entrano giornali e Tv spazzatura? E come mai si è saputo poco o niente di questo nuovo manifesto politico-culturale dei “grandi imprenditori della piccola impresa” che rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana? Perché c’è questa disattenzione verso di loro, che sono segnati dalla rabbia e dall’orgoglio (“Rabbia per la disattenzione della politica, orgoglio verso le nostre imprese, i nostri prodotti e per il forte legame che abbiamo con le persone che lavorano con noi”)?

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Emma Marcegaglia (Mantova, 1965), prima donna a ricoprire il ruolo di presidente di Confindustria e presidente dell’università LUISS Guido Carli. Dall’8 maggio 2014 è presidente dell’Eni.

“L’attenzione dei cronisti è stata catturata dalla polemica sullo scontro tra Marcegaglia e Il Giornale e così solo in pochi hanno potuto dedicare attenzione a questa nostra proposta”. Vale la pena di far conoscere, qui di seguito, i passi centrali dell’intervento inascoltato e ancora attuale di Boccia, fatto come una sorta di lettera aperta al presidente di Confindustria.

PENSARE IN PICCOLO E INNOVARE, CI DICE L’EUROPA. “Le nostre imprese si trovano ad agire in un contesto globale in cui senza incertezza occorre saper compiere le scelte giuste. Un contesto in cui il cambiamento è drammaticamente veloce e i nostri competitor sono animati da una determinazione e da risorse spesso superiori alle nostre. Ma c’è un fattore comune che emerge dagli studi presentati per noi quest’anno da Federalimentare, Sistema Moda Italia, Ucimu, Anie, Anes, Farmindustria e Federexport, che ringrazio: le piccole imprese che hanno meglio reagito alla grande crisi del 2008-2009 sono quelle che si sono fatte ‘catalizzatori di innovazione’. Quelle che hanno saputo innovare processi e prodotti e al tempo stesso ripensare modelli organizzativi, gestionali, di formazione e finanziari: un’innovazione a 360 gradi. Da produttori a imprese e cittadini moderni. In questa difficile ‘battaglia’ internazionale è sempre più evidente la ‘solitudine della piccola impresa’. E ancora, è sempre più intollerabile il potenziale di crescita inespresso. Di fatto, quella parte dell’industria italiana che sta garantendo la tenuta del sistema è proprio quella che meno beneficia delle attenzioni delle politiche pubbliche. Di fronte a questa situazione Piccola Industria intende lavorare per una rivoluzione culturale, che dia alle piccole e medie imprese il giusto peso e che rappresenti la spia di un passaggio dalla condizione di meri produttori a quella di imprese e cittadini moderni. La Piccola e Media Impresa di Confindustria vuole e può avere un ruolo chiave in questa rivoluzione culturale, sociale ed economica del Paese.

L’esempio deve venire dall’alto (e basta con la Tv spazzatura). Noi chiederemo alle istituzioni e ai media di recuperare, valorizzare e diffondere seriamente in Italia una nuova cultura incentrata sul rispetto del lavoro, sul merito, sull’efficienza e sulla responsabilità. L’esempio “in primis” deve venire dall’alto.

  1. Le istituzioni devono tornare a pagare puntualmente i propri fornitori così come queste esigono che vengano pagate puntualmente le imposte.
  2. La giustizia civile deve dirimere celermente le controversie
  3. Il lavoro deve tornare a essere considerato dallo Stato e dai media una pratica dal valore sociale prioritario e imprescindibile.
  4. La voglia di fare, l’impegno e il sacrificio vanno riconosciuti e posti alla ribalta più dei “gossip”, dei giochi a premio, delle lotterie e dei “pacchi” televisivi.
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Fondata il 5 maggio 1910, con sede a Torino e dal 1919 a Roma (nella foto), Confindustria nasce per tutelare gli interessi delle aziende industriali nei confronti dei sindacati dei lavoratori.

Durante gli anni trascorsi in Confindustria, anni preziosi per la nostra formazione, abbiamo imparato infatti che la prima regola è “non delegittimare” l’altro. Farlo significa delegittimare sé stessi, la propria storia. Significa compromettere il futuro e i valori profondi di un Paese che rispetta i suoi corpi intermedi. Ma troppe volte abbiamo visto un Paese che vive di confronti ma muore di conflitti.

Sì all’economia, sì anche alla politica. In questi giorni qualcuno ci ha invitato a occuparci solo di economia. Noi, Presidente Marcegaglia, ti chiediamo una promessa: quella di continuare a occuparti di politica per una Confindustria equidistante dai partiti in grado di contribuire a una visione di futuro del Paese. Politica economica, politica fiscale, politica industriale: questo chiediamo alla Presidente dell’Istituzione Confindustria, questo è il nostro pane quotidiano. La politica è una cosa troppo importante per lasciarla solo ai politici. E poi noi siamo contro ogni forma di monopolio.

In una Confindustria che non è bipartisan ma “no partisan”, è inutile che qualcuno si chieda con chi stiamo. È chiaro. Stiamo a fianco dei nostri azionisti di riferimento: gli imprenditori e le imprese italiane. Perché senza imprese non c’è futuro.

Salari e produttività possono crescere insieme. Salari e produttività non sono in antitesi, anzi solo insieme possono crescere, come del resto insegna l’esempio della Germania. Piccola Industria ritiene l’esperienza tedesca positiva, ma pensa altresì che nelle nostre fabbriche il dialogo sia più avanti di quanto si creda. Il conflitto non è all’interno della fabbrica. Prato oggi è la nostra piazza.

Una piazza piena di “rivoluzionari silenziosi” che non si eccitano durante le crisi per fare in modo che le cose vadano peggio, ma lavorano insieme ai propri collaboratori, ogni giorno, per costruire il futuro. Il segno di questa rivoluzione silenziosa, di questo spirito unitario tra l’imprenditore e i suoi collaboratori, è dimostrato dai numerosi accordi, locali e nazionali, sottoscritti con la CGIL, la CISL e la UIL, nonostante i media preferiscano puntare i loro riflettori altrove.

E quando l’attenzione mediatica si concentra spasmodicamente sul conflitto, dimenticando di narrare “quell’altrove” che va bene e funziona, rischiamo di essere percepiti all’esterno come un Paese distratto, un Paese che non è attento ai propri fondamentali. Tra le cose che chiediamo alla politica.

  1. FONDI PENSIONE. Uno strumento per rafforzare le piccole e medie imprese sono i fondi pensione. Se essi destinassero il 5% del risparmio da loro gestito alle PMI potremmo contare su un surplus di risorse di oltre 3 miliardi di euro.
  2. TFR. Nel caso di imprese con più di 50 dipendenti si potrebbe consentire ai lavoratori di lasciare il proprio TFR inoptato in azienda. Si tratta di una modifica legislativa che, si è calcolato, porterebbe almeno 5 miliardi di euro in più all’anno, migliorando la situazione finanziaria delle imprese, invece di finanziare con queste risorse la spesa corrente, in particolare quella sanitaria. Non solo un fatto economico a supporto delle imprese, ma anche un elemento di tutela e garanzia della piena libertà di scelta dei lavoratori.
  3. PREMIO DI PRODUZIONE. Il valore del lavoro va riportato al centro
    dell’attenzione collettiva. E questo va fatto con azioni concrete. Il governo ha cominciato alzando il tetto della detassazione dei premi di produzione. Spingiamoci oltre, arrivando a una totale detassazione e decontribuzione degli stessi, a prescindere dai tetti e dall’ammontare dei salari. Questo permetterebbe di spingere il Paese e le imprese verso attività capital intensive e non labour intensive che saranno sempre più dominio dei Paesi con costi di manodopera molto bassi.
  4. FISCO. Un maggior sostegno a imprese e lavoratori deve partire da una riduzione del prelievo fiscale che dia fiato e rafforzi la competitività delle imprese italiane rispetto ai concorrenti esteri. Il report annuale ‘Doing Business in the world’ elaborato dalla Banca Mondiale registra un dato allarmante: in Italia, considerando tutte le imposte e contributi obbligatori a carico dell’impresa, il tax rate raggiunge il 68,4% del risultato operativo lordo. Il valore medio dell’Ocse è pari al 44,5%. Questo dato ci spinge a dire “NO” allo sfruttamento delle imprese e a chiedere “SUBITO” un intervento fiscale che, a parità di gettito, sposti la composizione del prelievo dalle imposte dirette a quelle indirette. Lavoriamo, inoltre, per accrescere la qualità e la forza delle nostre imprese, mettendo a frutto quella che è la loro storia e la loro evoluzione: consentiamo, quindi, la rivalutazione agevolata delle attività intangibili, in analogia con quanto fatto per gli immobili. Nel futuro, infatti, a fare la differenza saranno le idee innovative e per una piccola impresa poter rivalutare nel proprio bilancio asset quali il valore di un brevetto, di un marchio, di una testata – solo per fare qualche esempio – potrà costituire un fattore vincente. La stessa lungimiranza deve animare un altro provvedimento. Stiamo parlando del credito d’imposta per gli investimenti in Ricerca e Innovazione. Diamo la possibilità di detrarre per i prossimi 5 anni una quota degli investimenti e delle commesse al sistema della ricerca.
  5. BUROCRAZIA. La “cattiva burocrazia” rallenta la crescita, ostacola gli investimenti. Una burocrazia malata, fatta di lungaggini e opacità, che si trasforma in una vera e propria “mafia bianca”. Abbiamo apprezzato pertanto i progressi compiuti in questa direzione con l’approvazione di alcune misure di semplificazione. Una per tutte è l’introduzione del danno da ritardo, che oltre a rappresentare un principio di civiltà, stimolerà – ci auguriamo – l’assunzione di responsabilità da parte della Pubblica amministrazione. Pubblica amministrazione però significa anche pagamenti in ritardo, come troppo spesso constatiamo noi piccoli imprenditori che rischiamo di venire soffocati, nonostante prodotti e servizi erogati con puntualità. Siamo dunque soddisfatti dei progressi compiuti con la Proposta di Direttiva europea contro i ritardi dei pagamenti nelle transazioni commerciali. Una direttiva che sarà approvata fra pochi giorni dal Parlamento di Strasburgo e poi in via definitiva dal Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea.
  6. GIUSTIZIA. Dobbiamo lavorare per rendere la giustizia civile efficiente e in grado di risolvere le controversie in tempi rapidi, riducendo così il costo economico per il sistema. In questo modo sarebbe davvero premiata e tutelata l’onestà dei singoli. Una giustizia inefficiente è terreno di coltura dell’illegalità, per fenomeni come la contraffazione, l’evasione e il sommerso. Noi ci battiamo perché tutti rispettino le regole del gioco. Per questo proponiamo una legge costituzionale che dica “NO” ai condoni fiscali, una legge che sia a favore delle persone perbene. Perché l’evasione, la contraffazione, il sommerso è concorrenza sleale. E chi fa concorrenza sleale mette in ginocchio il Paese. Appuntamento al 20 novembre. Abbiamo parlato di una rivoluzione culturale che dia il giusto peso alla Piccola e Media Impresa. Questo cambiamento è già iniziato e va sostenuto. A livello europeo va sottolineato il lavoro cominciato con lo Small Business Act, cui il vice presidente della Commissione Europea Antonio Tajani si è dedicato con particolare impegno e che pertanto ringraziamo.

“Pensare anzitutto in piccolo”, dice l’Europa. Un invito e un principio analoghi si colgono nella proposta di legge Vignali sullo Statuto delle Imprese. E poiché questi provvedimenti avranno tanto più successo quanto più le priorità indicate si tradurranno in misure concrete, Piccola Industria darà il suo sprint affinché l’attenzione resti alta. Lo faremo già dal prossimo mese, il 20 novembre, con la Giornata Nazionale della Piccola e Media Impresa, in cui metteremo al centro della discussione le quattro P che noi scriviamo con lettera maiuscola: Paese, Politica, Persone, Piccola Industria. Alla Politica chiediamo di fare dello sviluppo la propria bussola perché lo sviluppo non è né di destra, né di sinistra.

Dobbiamo aprire un dibattito serio nel quale le migliori forze e professionalità del Paese mettano a punto un grande progetto, comune e condiviso. Per fare questo la politica deve recuperare la capacità di essere “visione e soluzione”. Guardo gli occhi dei miei colleghi, le loro facce ed è come guardarmi allo specchio: gli stessi sogni, le stesse aspettative, lo stesso progetto di vita. E, soprattutto, la stessa convinzione che fare bene impresa significa attrarre ricchezza, condizione fondamentale per la difesa della libertà e della dignità di un Popolo.

Anche questo scritto con la P maiuscola, perché noi siamo stati e siamo l’orgoglio del Paese e del nostro Paese vogliamo continuare a essere orgogliosi.

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UN PATTO PER L’ITALIA, PER L’EUROPA, PER L’EURO. A quelle parole in gran parte inascoltate di ieri e alla crisi “aggravatasi per la mancanza di coraggio e per il persistere di egoismi nazionalistici”, si aggiunge il progetto di oggi chiamato “Patto per l’Italia, per l’Europa, per l’Euro”, datato 1° agosto 2012 ed elaborato da Confindustria e Imprese Italiane con l’Associazione delle banche italiane (ABI), l’Associazione tra le imprese assicuratrici (ANIA) e le Cooperative italiane. “Occorre una scossa e chi ha a cuore la sorte del nostro continente (perché si esce dalla crisi con più Europa), delle sue famiglie, delle sue imprese e del suo modello di democrazia, deve agire ora. Con quale bussola lo indica il documento che proponiamo nella sua versione integrale (“Le proposte delle imprese”), contenente le proposte delle imprese italiane, non solo piccole”.

Alle quali va l’augurio di cuore di nuovi successi individuali e collettivi nel rispetto di un lavoro, tornato sereno, sicuro e produttivo. Magari attingendo anche risorse preziose da quei miliardi di euro che l’Unione Europea destina all’Italia, e fino a ieri in gran parte dispersi, come ricorda il nostro cronometro con il conto alla rovescia aggiornato dei giorni ancora utili per intercettarli (link).

Salvatore Giannella