Ciao nonna Manu, hai visto?
Sono tornati gli arcobaleni

La gioiosa pagina di diario di una nonna
che riabbraccia i suoi nipotini (foto)
dopo quattro mesi di chiacchiere
da remoto, nell’anno primo
dopo il coronavirus. A seguire,
la psicoterapeuta Maria Rita Parsi:
si scrive nonni, si legge
maestri di vita per i nipoti

DA DOVE ANDREMO A RICOMINCIARE CON I BAMBINI

testi di Manuela Cuoghi¹ e Maria Rita Parsi²

Le nonne e i nonni che seguono assiduamente i nipoti tra gli zero e i quattordici anni sono, in Italia, oltre dieci milioni di “anziani attivi”. Il loro fatturato “virtuale” è di 24 miliardi di euro annui. Attori silenziosi di un welfare familiare che integra e spesso sostituisce i servizi per l’infanzia

Ci siamo riabbracciati dopo quattro mesi, noi eravamo chiusi in Romagna loro a Milano. Quattro mesi in cui ho capito che cos’è la mancanza. Si apre l’ascensore. Rimangono schiacciati contro la parete di alluminio. Alzano la manina in cenno di saluto. Il dubbio: “Possiamo abbracciare i nonni?”. Vado loro incontro, li tocco, prendo le loro mani, i nostri corpi ancora rigidi si avvicinano e poi l’abbraccio. L’amore vince la paura del virus. Questa sera è festa. Tutti insieme a casa della nonna, si cena sul terrazzo. Le piante hanno risentito della mancata attenzione, oltre il bisogno vitale dell’acqua comunque garantita da Janet.

Giulio e Guido si siedono composti sul divano del terrazzo. Non hanno tolto i calzini. I loro piedi, infilati nelle ciabatte, raccontano dell’immobilità da appartamento degli ultimi quattro mesi di clausura forzata per via del virus. Le mani intrecciate in grembo, lo sguardo con un’unica domanda: “Si può?”.

Prendo la canna dell’acqua e comincio a lavare le piante, un po’ di spruzzi arrivano sui loro visi. “Facciamo gli arcobaleni? Togliete le calze, le bagnate”. Gli spruzzi si alzano e con loro i bambini.

“Eccoli, nonna!”. Gli occhi cercano l’apparire e lo scomparire degli arcobaleni di luce che attraversano le goccioline d’acqua.
“Ora provate voi”.

Giulio prende la canna dell’acqua, la mano è incerta e l’acqua, senza spinta, penzola. E gli arcobaleni scompaiono. “Avvicina la mano allo spruzzo, schiaccia con forza, fai un ventaglio di gocce, bravo, così… Stringi forte”.

“Eccoli, nonna. Sono tornati”.

Ricominciano i giochi. Sono scalzi, si spruzzano, corrono per schivare le goccioline che li inseguono. Sono ritornati i miei arcobaleni.

Abbracciamoci ancora, dobbiamo recuperare quattro mesi.

“Ciao nonna” e finalmente torniamo a salutarci come sempre. Sul tavolo ricompaiono i lego, i mostri nascosti nel pongo, le figurine degli Artonauti. Raccogliamo i semi di fiori viola infestanti che hanno riempito tutte le fessure del pavimento del terrazzo e li mettiamo in un barattolino per le prossime semine.

“È ora di apparecchiare, portate piatti e bicchieri”.

“Hai cucinato pollo al limone?”

Sììììì, la tavola è un brulicare di parole. Cibo, mani che attraversano la tavola apparecchiata per cercare la manina di chi sta di fronte. E poi, stesi sugli sdrai, Giulio e Guido guardano il cielo. “Volete giocare con l’iPad?”, “No, ci sono i nonni”. Grandi gli amori della mia vita. Io ricomincio da qui, dai loro arcobaleni.

Dal NO al POSSIBILE

Dopo il nostro incontro capisco che in questa dissolvenza continua di scenari, a pagare il prezzo più alto sono i bambini. Ascoltarli, seguirli nella ricerca dei loro sentieri interrotti da questo isolamento, sostituire il NO con il POSSIBILE facendo in modo che le nuove regole garantiscano il diritto allo spazio, all’esperienza, alla condivisione, alla costante sperimentazione. Mi affiora alla mente il ricordo di un incontro con una mamma svedese che, alla mia domanda, “Ma d’inverno con la mancanza di sole e il freddo, i bambini rimangono in casa?”, mi rispose:

Non è un problema di caldo o di freddo, semmai di abito adatto o non adatto. Ma i bambini escono.

Infatti anche da noi, quando fa freddo o piove, non li chiudiamo in casa. Li vestiamo con giacca a vento pesante, una sciarpa, un cappello, dei guanti o un impermeabile, e la loro vita continua nonostante… La normalità è prevedere nuovi comportamenti, senza limitare il diritto a vivere.

Nuovo comportamento è, rispetto al passato, lavare meglio le mani (quelle mani che hanno sempre lavato prima della merenda o dopo un gioco in cortile) e lasciare le scarpe, che comunque si toglievano prima di entrare in casa, fuori dalla porta o igienizzate sullo straccio con del cloro. In fondo cambiare comportamento ha sempre fatto parte della nostra vita. Quando io ero piccola, camminavo liberamente sulla strada che mi portava a scuola, nel mio borgo sulle rive del Po. In seguito il traffico automobilistico si è intensificato e noi ragazzi abbiamo tutti imparato a camminare sui più sicuri marciapiedi. Oggi chiediamo più spazio per pedoni e biciclette per ri-appropriarci della strada e tornare a una mobilità più naturale. Cambiare si può, se la paura non ci immobilizza, facendoci perdere la capacità di adattarci in libertà. (m.c.)

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¹ Manuela Cuoghi ha insegnato per 35 anni educazione artistica nelle scuole italiane. Alla passione per figli (due) e nipoti (quattro) e per l’arte associa quella dei viaggi.

A PROPOSITO/ Un intervento di MARIA RITA PARSI

Si scrive nonni, si legge

maestri di vita per i nipoti

Dieci milioni di “anziani attivi” seguono assiduamente i nipoti tra gli zero e 14 anni e spesso salvano dalle difficoltà 7,4 famiglie italiane. Una nota psicoterapeuta esplora il rapporto tra i piccoli e gli attori silenziosi di un welfare familiare

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Maria Rita Parsi (Roma, 1947) è psicoterapeuta e scrittrice. Dal 2005 presiede la Fondazione Movimento Bambino onlus che opera per la diffusione della cultura dell’infanzia e dell’adolescenza e si batte contro gli abusi e i maltrattamenti dei bambini e dei ragazzi, e per la loro tutela giuridica e sociale (contatti: movimentobambino.it). Ha al suo attivo oltre 100 libri: nel 2019 è uscito il Manifesto contro il potere distruttivo (Chiarelettere), con Salvatore Giannella. A questo link la sua biografia e bibliografia.

(CREDIT Giacomo Giannella / Streamcolors)

Uno stretto rapporto tra anziani e giovani è quello che, sin dall’infanzia, si stabilisce tra i nonni e i nipoti. Sia che vivano insieme in famiglia, sia che – come testimoniano le statistiche – proprio i nonni costituiscano, per i ragazzini e per gli adolescenti, un “bene rifugio”, relativamente alle assenze dei genitori che lavorano. (Secondo l’ultima indagine dell’Istat, relativa all’anno 2018, i nonni pensionati salvano dalle difficoltà, non solo finanziarie, 7,4 milioni di famiglie italiane. E le nonne e i nonni che seguono assiduamente i nipoti tra gli zero e 14 anni sono oltre dieci milioni di “anziani attivi”. Ndr).

E, ancora, di genitori che non soltanto lavorano e sono fuori casa per la stragrande maggioranza del tempo e, anzitutto e soprattutto, nel pomeriggio ma che sono anche separati (se non in conflitto tra loro). La convivenza tra bambini, adolescenti e anziani diventa, allora, un’esperienza quotidiana che contribuisce non solo a compensare assenze, vuoti, solitudini ma consente quel “passaggio del testimone” tra anziani e giovani fatto di ricordi, testimonianze, esperienze, tradizioni familiari, sociali, culturali. E, ancora, fatto di riflessioni e, assai spesso, del recupero, proprio attraverso il rapporto con i nipoti, ovvero con i figli dei figli! di gravi errori, assenze, incomprensioni avute dai nonni con i propri figli.

Stare con i nonni, allora, costituisce, per i nipotini e i nipoti adolescenti (in modo particolare dopo l’isolamento forzato causato dal coronavirus che ha messo a dura prova in modo particolare anziani bambini) un “buon rifugio”, una possibilità, quando non una garanzia, soprattutto per i giovani, di poter contare, sul tempo, sull’ascolto, sull’accoglienza (in casa dei nonni), quando non su un sostegno economico alle proprie trasformazioni o ribellioni. E, per gli anziani, nonni ed educatori, rappresenta, poi, una sorta di “seconda chance”, per verificare quel che dalla vita hanno appreso, quel che li ha motivati o, al contrario delusi e/o bloccati; quel che possono ancora verificare e far circuitare delle loro esperienze. Quasi a “tirare i conti” dei percorsi fatti ma non in compagnia della critica e/o degli apprezzamenti e/o dell’invadenza di persone della loro stessa età ma insieme ai giovani che, ancora, non sanno ma possono imparare, sperimentando in modo innovativo quel che tanti anziani, hanno intuito, indagato, ipotizzato, iniziato a verificare relativamente a comportamenti, impostazioni lavorative, sociali, culturali. E che, magari, oggi, richiede approfondimenti, prove e sforzi che proprio i nuovi mezzi tecnici, le conoscenze scientifiche e le trasformazioni sociali a uso dei giovani, consentono di vagliare definitivamente.

Un altro aspetto della convivenza tra giovani e anziani è, poi, quella legata al mondo del volontariato e dell’assistenza sanitaria e sociale. Sia laddove giovani e anziani collaborano insieme per aiutare persone e collettività in difficoltà (poveri, bambini, carcerati, comunità emarginate e/o comunità che hanno subìto danni dovuti a calamità naturali o a eventi tragici, ecc.), sia laddove i giovani assistono gli anziani in casa e/o in comunità.

E, infine, c’è una “convivenza culturale” che riguarda giovani e anziani laddove sono i giovani a contribuire all’ulteriore crescita degli anziani nel senso della conoscenza, della formazione e dell’utilizzo pratico dei nuovi mezzi di comunicazione e di integrazione sociale (vedi web e suoi possibili usi). Non è questa una “condizione-realtà” su cui riflettere mentre riaprono le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali per gli anziani)? (m.r.p.)

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Author: admin

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