Con sdegno e coraggio
don Antonio rianima
il ventre di Napoli

di Luca Mattiucci* per Giannella Channel

Don Antonio Loffredo

Don Antonio Loffredo

Il futuro dell’Italia riparte dal Sud. «Perché quello che abbiamo sedimentato nei secoli ha fatto di noi delle persone particolari, ci ha resi più forti e ci permette di sognare ancora». L’accento partenopeo rivela subito la sua provenienza. Don Antonio Loffredo, nato a Napoli 54 anni fa, non ha dubbi: «Il sogno è un elemento pericoloso». Un elemento che ricorda il proverbio di Sant’Agostino che ha ormai fatto suo: “La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose come sono, il coraggio per cambiarle”. Nulla di più ovvio per il sacerdote che ha avviato una rivoluzione culturale all’ombra del Vesuvio.

Don Antonio arriva al Rione Sanità nel 2001. Degrado e disoccupazione lo accolgono nella sua missione. «Ma ovunque si è mandati per lavorare c’è solo un modo per fare il prete: ascoltando le persone». E don Antonio ascolta. In particolare, ascolta i ragazzi, i loro bisogni; ma capta anche i bisbigli di quei luoghi inanimati. Per lui la ricetta è semplice: recuperare persone e luoghi: «L’idea è arrivata guardandoci attorno». Nasce la cooperativa “La Paranza”. Un sogno, un progetto, il desiderio di «tutelare il patrimonio storico del Rione Sanità riaprendo le catacombe con l’obiettivo di dare lavoro ai ragazzi».

Scommessa vinta: “In media, alle catacombe”, raccontano i ragazzi del progetto, “registriamo 40mila visitatori l’anno”. Il bilancio? 200 giovani sottratti alla strada in meno di cinque anni, 40 nuovi posti di lavoro oltre a uno studio di registrazione, un laboratorio teatrale, un Bed&Breakfast e un laboratorio artigianale. È questo uno dei tanti progetti finanziati da Fondazione Con il Sud che pochi giorni fa ha chiuso a Bari le celebrazioni del suo settimo anno di attività: un percorso costellato di numerose “buone notizie” rese possibili grazie alla dedizione di associazioni e cittadini “straordinari” come don Antonio.

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Luca Mattiucci nel 2009 ha fondato, e dirige, il mensile “Comunicare il Sociale” distribuito nel Sud Italia con il magazine del Corriere della Sera, Sette. Si occupa della comunicazione del Centro di Servizio per il Volontariato di Napoli e cura seminari sulla comunicazione sociale per l’università di Roma “La Sapienza”. Nel tempo libero scrive per “Corriere Economia”, è volontario di Protezione Civile. Con Marco Gasperetti coordina il blog multiautori “Buone Notizie” su Corriere.it.

A PROPOSITO

Al Sud aumentano gli ‘eroi civili’ che contrastano le mafie e ricreano un tessuto sociale sano. Parola di Pino Aprile, nel suo nuovo libro

il sud puzza pino aprileIl Sud puzza. Storia di vergogna e di orgoglio (Piemme, 250 pagine, 16 eruro): il nuovo libro di Pino Aprile, dopo il best seller del 2010 Terroni, racconta la storia di un risveglio, anzi di molti risvegli. Di occhi che si sono aperti su realtà inaccettabili, di persone che hanno potuto guardarsi le une con le altre, che si sono riconosciute e hanno deciso di fondersi in comunità. Sono persone che agiscono, si spendono, rischiano, indifferenti al pericolo. Questo libro è dedicato a loro e a tutti quelli che hanno deciso di liberarsi dal giogo dei ricatti e delle minacce per affermare il diritto di esistere. Pino Aprile ci racconta un Sud attivo e coraggioso, con una grande voglia di riscatto. Da non perdere. Qui di seguito un brano tratto dalla visita a Scampia, terra di malavita, ma anche l’area urbana a più alta densità d’associazionismo d’Italia. (s,g.)

Mai come a Scampia, in questo mio viaggio fra la vergogna e l’orgoglio del Sud, ho trovato un percorso così esplicito e breve, il che non vuol dire facile, fra la vergogna e l’orgoglio. Il lavoro delle associazioni fornisce molte storie che smentiscono la leggenda nera di Scampia. Ma la leggenda è vera, anche se sembra essere tutto quello che c’è da sapere, perché è la sola a essere raccontata, tranne eccezioni. Le storie della Scampia che rinasce e si risana sono lo scalpello che allarga la crepa nel muro. Il muro è ancora alto e forte e sembra tutto come prima, ma prima la crepa non c’era e gli scalpelli diventano sempre più numerosi. «Ma la crescita è lenta, anche della disponibilità a lavorare insieme, parlo delle associazioni», dice padre Sergio Sala, gesuita. Gli avevo chiesto se la fioritura di tante risorgive di buona società preludano alla trasformazione di molte isole in un arcipelago e quindi in una rete unica, in una comunità risanata; a sua volta connessa con analoghi fenomeni in tutto il Sud. «Certo, l’informazione, oggi, via web, arriva; poi vai a verificare. Ma è di nicchia, per chi è interessato; la massa resta ancora passiva. Crescono la consapevolezza individuale (è più facile sapere e far sapere); e quella collettiva, con l’associazionismo, la Chiesa, mentre le istituzioni sono la parte più debole di questo processo (un problema di tutto il Paese, ma qui siamo messi male, senza voler generalizzare)».

Pino Aprile (Gioia del Colle, 1950)

Pino Aprile (Gioia del Colle, 1950)

Un esempio di quella difficoltà ad agire insieme? Me la spiegano, ma la domanda doveva farla un altro più intelligente di me, perché ci metto un po’ a capirlo. A Scampia la difficoltà è incontrarsi. I luoghi ci sarebbero: la villa comunale, per esempio. Ora, per favorirne la frequentazione, hanno deciso di aprire un altro cancello. I soldi li dà la Fondazione Con il Sud, presieduta dall’appassionato meridionalista Carlo Borgomeo, che ha proposto: invece di fare un bando di gara, rischiare di porre le associazioni l’una contro l’altra, mettetevi insieme e il lavoro viene assegnato al gruppo così fatto. Chiaro, no? Sì, ma non capisco: «Scusate, ma tutto ‘sto casino per costruire un altro cancello per entrare in una villa comunale?». «Non lo si deve costruire, c’è già. Solo aprire». Io continuavo a guardare imbarazzato l’imbarazzo degli altri verso di me. Non c’era bisogno che lo dicessero, era chiarissimo cosa pensavano, affettuosamente, spero: «Ma è scemo?». E ne sono sicuro, perché lo pensavo anch’io: «Ma sono diventato ancora più scemo?». Così, ho confessato: «Vi dispiace se ricominciamo daccapo? La villa è recintata, si entra da un cancello; ce n’è anche un altro, ma è chiuso e bisogna aprirlo…». «… non ce n’è un altro, ce ne sono altri cinque. Quello che si progetta di aprire dà su piazza Giovanni Paolo II». «E perché ci vogliono dei soldi che deve dare la Fondazione Con il Sud, e non li si aprono tutti e cinque e la si fa finita?». I soldi di Con Il Sud servono per l’arredo urbano della villa, che poi dev’essere tutelato. «E i cancelli vanno controllati, se no ci entrano i tossici e la villa diviene un’altra piazza di spaccio. Il personale che controlla un cancello, non può controllare anche l’altro». I responsabili delle associazioni, invece, pensano di sì; e che basterebbe organizzarsi un po’ meglio. Ecco, era così semplice. Recupero qualche grammo di amor proprio; per capire mancava un dato così banale, per i miei interlocutori (non per me) che lo davano per scontato: ci sono stati momenti in cui, ogni metro incustodito, a Scampia, diventava piazza di spaccio; e la prima cosa da fare era proprio contendere lo spazio al male, metro per metro. Ma ora, la depressione si fa sentire anche nel mercato della droga. E, quando cadono degli alibi, emergono le volontà (e la scarsità di volontà…). Per attrezzare Piazza Grandi Eventi, orti comunitari, sistemare l’auditorium, la Fondazione Con il Sud ha messo a disposizione 500mila euro, che le associazioni gestiranno.

Pino Aprile

Author: admin

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