Televisione, cinema e creativi: siamo un Paese ‘ingessato’

di Marco Visalberghi*

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Marco Visalberghi (a sinistra) con Gianfranco Rosi, rispettivamente produttore e regista del Sacro GRA, film vincitore del Leone d’oro al Festival del cinema di Venezia 2013.

Sono contento di esser stato presentato, in questi giorni, come “la parte buona della televisione”. Non accade spesso. Quel che faccio, in realtà, è essere la cinghia di trasmissione tra un mondo ‘autoriale’ di giovani e meno giovani che vengono con delle idee e i canali distributivi, che normalmente sono stati e sono, soprattutto, la televisione e, in certi casi, il cinema. Il mio lavoro è cioè quello di facilitare alcune situazioni e aiutarle a diventare un lavoro visibile. E, devo dire, si tratta di un ‘lavoraccio’, di enorme difficoltà, poiché il nostro Paese è totalmente ingessato.

Senza mercato. L’Italia è un Paese in cui il mercato, come tale, sostanzialmente non esiste. Noi abbiamo una televisione molto vicina a una forma di monopolio in cui il gioco tra televisione pubblica e Mediaset ha omologato le scelte in modo spaventoso. Abbiamo parlato anche di pubblicità. Indubbiamente, essa rappresenta una gavetta meravigliosa per gli attori che la fanno: un pozzo di pura creatività. Ma da parecchio tempo la pubblicità italiana ‘batte la fiacca’. Non ce la fa perché gli autori non sono bravi? Sì, forse. Perché l’industria non ha le idee chiare? Può darsi. Ma, in realtà, è l’intero Paese a risultare ingessato: non inventa, non ha coraggio, o va avanti perché qualcuno fa sapere che “c’è un Tizio, amico del cognato di un amico, che potrebbe fare il regista in quel caso”. Oppure in cui tutto si restringe a quel numero di persone che, ormai, sono sempre le stesse e fanno sempre le stesse cose. Tutto questo è vero per la pubblicità. Ma è ancor più vero per la televisione.

Raggiungere più pubblico. Non parliamo, poi, del cinema: l’Italia è un Paese che si autoriproduce in modo stanco. E ciò, secondo me, ha una pessima ricaduta sui cosiddetti ‘giovani autori’. Perché molti giovani creativi arrivano affermando: “Questo è il mio film, questo rappresenta ciò che voglio fare”. Ma che ci sia un pubblico che li ascolterà o che li vedrà importa loro pochissimo o nulla. L’idea è di essere il più ‘autoriali’ possibili, intendendo per autoriale la cosa più deleteria del mondo: l’autorappresentazione delle proprie viscere, del proprio se stesso. Senza rendersi conto che quello dell’autore è un mestiere di trasmissione culturale tra una storia e il suo pubblico potenziale. Per cui, si dovrebbe raccontarla cercando di raggiungere il pubblico più ampio possibile. Più pubblico si raggiunge e più, tutto sommato, si riesce a trasmettere un contenuto importante. Ciò, purtroppo, nelle nuove generazioni non c’è, o c’è molto poco. Noi andiamo verso l’idea di un prodotto che dev’essere autoriale ma, in genere, si tratta di un prodotto che si ‘autocastra’ dalla possibilità di avere un pubblico. Questa, secondo me, è una questione spaventosa.

Ingegneria monetaria. Certamente, per fare l’autore occorre un po’ di ‘arroganza giovanile’. Tuttavia, questa arroganza dovrebbe essere compensata anche da una certa logica, al fine di creare un certo tipo di circolazione, che sia tv, internet o cinema, ormai esattamente sullo stesso piano. In tale contesto, qualsiasi tipo di iniziativa, anche pubblicitaria, che smuova le cose può diventare importante, perché una delle cose che manca all’Italia è proprio l’affluenza delle possibilità. Fino a sette, otto anni fa, noi trovavamo risorse con molta facilità, rivolgendoci alle televisioni, italiane o straniere, per poi mettere insieme due o tre co-produzioni. In questo momento non si trovano più soldi. E per riuscire a trovare le risorse economiche necessarie si deve innescare una sorta di ‘caccia al tesoro’ in cui si mettono insieme il Mibac, la televisione, qualche coproduzione e qualche multinazionale che, per puro caso, nutre interesse nei confronti del progetto. Operazioni di ‘ingegneria monetaria’ incredibili, in un Paese che questa ingegneria neanche la possiede.

Mentalità iperpubblicitaria. Noi non abbiamo fondazioni tipo quelle americane che, qualunque cosa si intenda fare, ne trovi almeno due o tre pronte a guardare dentro al tuo progetto per investirci i soldi che servono. Allo stesso modo, non abbiamo industrie a cui rivolgerci, tranne qualche rara eccezione. E quando ce l’abbiamo, esse dimostrano una mentalità iperpubblicitaria nel senso peggiore della cosa, sul tipo: “Dove fai vedere la nostra nuova macchina”? Non esiste minimamente l’idea di dire: “Questo progetto rientra nella nostra filosofia aziendale”. Noi abbiamo assolutamente bisogno che in Italia vi sia una crescita in questo senso, poiché siamo un Paese veramente ingessato.

Televisione formativa. In ultimo, voglio sottolineare anche qualche considerazione sul servizio pubblico. Esso deve concedere qualcosa agli utenti, ma non necessariamente ciò che il pubblico vuole. Lo abbiamo visto con Mediaset e i suoi canali, che hanno dato al pubblico ciò che esso voleva, trascinandolo in un baratro di peggioramento antropologico. Fare servizio pubblico non significa assecondare il mercato. Per riuscire a svolgere veramente una funzione di questo tipo dobbiamo avere molto chiaro in mente cosa al servizio pubblico stesso dobbiamo affidare. Ovvero, una televisione più intelligente e formativa che, a parità di comunicazione, riesca a creare dei cittadini migliori per il domani. In tal senso, l’equilibrio tra l’andare incontro al pubblico e cercare di aggregarlo attorno a discorsi e ragionamenti di una certa serietà, vuol dire creare un nuovo pubblico: questa è la questione fondamentale. Perché l’offerta, oggi, è piuttosto banale.

Pluralità nelle sale cinematografiche. E sotto questo profilo, il cinema non fa molta differenza: le sale cinematografiche sono ormai in fortissima crisi, anche se siamo arrivati a un momento di svolta in cui la digitalizzazione delle sale sta permettendo la circolazione di prodotti diversi e si comincia a vedere, da parte di alcuni esercenti illuminati, una ricerca di produzioni che possano funzionare bene per il loro pubblico di riferimento. Inoltre, ci sono sale che stanno creando un’offerta alternativa veramente interessante: un’evoluzione che ritengo importantissima, poiché può creare quella pluralità di cui abbiamo assolutamente bisogno.

mercato-televisione-cinema* Fonte: Laici.it. Marco Visalberghi, romano, che ho avuto come bravo collaboratore ai tempi della mia direzione di Airone per i documentari naturalistici, è documentarista e produttore di Sacro Gra, Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2013. Il suo intervento è tratto dalla tavola rotonda: ‘Cupidity lancia la sfida ai giovani registi italiani’, tenutasi presso il Festival del Cinema di Roma – Spazio Auditorium Arte – Rai Movie.

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