NON È SOLTANTO LA RAI A CENSURARE GLI SCRITTORI: NEL LIBRO SUL CENTENARIO DI SCALFARI MANCA LA TESTIMONIANZA DI GIOVANNI VALENTINI. LA TROVATE QUI

testo di Giovanni Valentini

Non è soltanto la Rai a censurare gli scritti, com’è avvenuto con il caso Scurati.  C’è anche il Gruppo Gedi, editore di Repubblica e della Stampa, che censura scrittori e giornalisti come Giovanni Valentini, uno dei 27 fondatori del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, citato nel famoso libro scalfariano La sera andavamo in via Veneto, già direttore del settimanale L’Espresso e vice direttore del quotidiano. I lettori di questo blog hanno conosciuto più in profondità il valore di Valentini l’inverno scorso, quando ho pubblicato un brano del suo appassionato romanzo sul giornalismo italiano: libro che, scrivevo, “tutte le persone innamorate del pluralismo e della libertà d’informazione dovrebbero leggere”: (LINK:  https://www.giannellachannel.info/mezzo-secolo-nel-cuore-della-cronaca-giovanni-valentini-racconta-il-romanzo-del-giornalismo-italiano-e-ne-delinea-il-futuro).

La storia di questa nuova censura comincia (bene) nell’agosto 2023 e finisce (male) con vari colpi di scena il 6 aprile scorso, giorno in cui ricorrono cent’anni dalla nascita di Eugenio Scalfari. Ed è documentata da un fitto scambio di messaggi a distanza tra i due principali protagonisti: lo stesso Valentini (che aveva avanzato motivate critiche sulle operazioni editoriali “Stampubblica” e sul gruppo GEDI) e il curatore del libro sulle cento testimonianze di amici raccolte dal nipote di Scalfari, Simone Viola.  Trovate i particolari sul famoso sito Dagospia, a questo link: https://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/dagoreport-100-scalfari-meno-non-soltanto-tele-meloni-392473.htm, insieme al giudizio finale del giornalista condannato all’ostracismo e alla damnatio memoriae:

“Di tutto questo”,  commenta ora Valentini, “non mi meraviglio e non mi dispiaccio più di tanto. Mi offende, invece, il comportamento del giovane Viola e dei suoi familiari. Non solo hanno accettato e subìto la censura, ai danni dell’autore e miei, ma non mi hanno neppure avvertito dell’omissione prima che il libro uscisse. Una mancanza di stile e di correttezza che Eugenio non avrebbe mai commesso”.

Ecco qui di seguito il testo “scomparso” di Valentini. (s.g.)

Giovanni Valentini con Eugenio Scalfari, 1984

“Per me, Eugenio Scalfari è stato più di un secondo padre. Non solo per ragioni professionali, ma anche per motivi personali di amicizia e di affetto. Ho vissuto, lavorato, sofferto e gioito più con lui che con mio padre Oronzo, al quale pure mi legavano un rapporto affettivo profondo e la passione civile per il giornalismo.

  Nonostante una vita trascorsa insieme, non riuscivo a chiamarlo Eugenio – tranne qualche rara volta in privato – ma sempre direttore. Poi, negli ultimi tempi, lo chiamavamo ‘Maestro’ – con la M maiuscola – come lui chiedeva con quel suo humour che lo ha sempre contraddistinto. Chi ha lavorato con lui ricorderà le battute che dispensava quotidianamente.

  Durante la riunione redazionale del mattino, da noi denominata ‘la messa cantata’, riprendeva chi insisteva troppo e la tirava per le lunghe: ‘Ma tu vuoi polemizzare con le notizie?!’. O ancora, verso la fine della riunione, quando arrivava il turno degli Spettacoli, i colleghi che si occupavano di cinema – Orazio Gavioli, Irene Bignardi – che proponevano articoli o recensioni su film di nicchia in uscita, venivano rimbeccati così: ‘A voi piacciono i film che non piacciono alla gente!’

Un giorno Eugenio arrivò tutto fiero e impettito, in un elegante completo grigio di taglio sartoriale. E noi, ammirati e anche un po’ invidiosi, lo accoglieremo con un ‘Oooh!’ di meraviglia in coro. ‘È un abito di Caraceni, me ne sono fatti fare cinque…’, rispose provocatoriamente per prenderci in giro. E poi, in tono canzonatorio, aggiunse fra l’ilarità generale: ‘Impiegati! Voi dovete convincervi che siete impiegati’.

  Ho condiviso con Scalfari quasi cinquant’anni di vita, di cui buona parte a Piazza Indipendenza. A cominciare dai “numeri zero” di Repubblica nel 1975 fino al 1977, anno in cui passai all’Europeo. ‘Quando il gallo canterà, non sarai più con noi in Paradiso’, mi canzonava Eugenio ad alta voce passando alle mie spalle tra le scrivanie in redazione, manifestandomi in modo scherzoso il suo disappunto per la mia partenza.

  E poi, successivamente, quando andai nel 1981 alla redazione milanese di Repubblica e nel ’91 di nuovo a Roma, dopo la direzione dell’Espresso. Gli anni passati con Barbapapà, affiancato dal ‘Principe rosso’ Carlo Caracciolo, sono stati senz’altro i più intensi ed entusiasmanti della mia esperienza professionale.

Quando chiamai Eugenio il 6 aprile del 2019, per fargli – come sempre – gli auguri per il suo compleanno, lo trovai di ottimo umore. ‘Mi fa piacere sentirti, anche perché oggi per me è un giorno molto importante’, mi accolse al telefono con la voce appena arrochita dall’età avanzata.

Sulle prime, non riuscivo a capire a che cosa si riferisse. Per discrezione, non gliene domandai subito il motivo. Poi, girandoci un po’ attorno e approfittando di una pausa, lo interruppi: ‘Ma perché prima mi hai detto che questo per te è un giorno molto importante?’.

‘Vedi’, mi rispose, tutto compiaciuto per aver stuzzicato la mia curiosità, ‘io voglio diventare centenario. E oggi, a novantacinque anni, entro nella seconda metà dell’ultimo decennio’. Gliene sono mancati solo due, di anni, per raggiungere quel traguardo secolare. E ancor oggi, Barbapapà è rimasto nei nostri cuori e nelle nostre menti. Una presenza costante, quotidiana, insostituibile.  []

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