Sotto la Marmolada
la casa per non dimenticare
la grande guerra
che sconvolse il mondo

Dal 2002 un ex ristorante alle porte di Canazei ha ceduto il passo
a una vasta collezione di strumenti di armi e oggetti di uso
quotidiano di poveri soldati che hanno vissuto nelle trincee scavate
nella roccia e nei ghiacci delle Dolomiti nel conflitto 1914-1918

PICCOLI MUSEI, GRANDI STORIE

testo di Sonia Orlandi* per Giannella Channel

Un cartiglio accanto a una bomba austriaca, con la data 18 luglio 2017, pungola il pensiero della escursionista messasi alla prova con il ghiacciaio della Marmolada e in visita al Museo della guerra 1914-1918 di Passo Fedaia a Canazei.

È un ospitale museo privato attivo dal 2002, sorto negli spazi un tempo adibiti al ristorante. Dell’antica destinazione conserva un sotteso senso di accoglienza. Fa parte della Rete dei Musei della Grande Guerra in Trentino, che raggruppa 19 siti. Andrea de Bernardin, un esperto di Grande Guerra, ha iniziato a raccogliere e collezionare cimeli di guerra sin dagli anni Novanta, disponendoli nei depositi del ristorante familiare. Nel 2002 la sua scelta di chiudere il ristorante e allestire gli spazi per un’esposizione permanente affiancata a un bar e a una libreria bilingue ben assortita sulla guerra.

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La sede del Museo della Grande Guerra 1914-1918 di Passo Fedaia, in Marmolada.

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Un cappello di alpino ritrovato nel 2015 e oggi visibile nel Museo della Grande Guerra.

Con dovizia di dettagli si susseguono nelle stanze armi, divise, 700 oggetti provenienti dalla montagna della Marmolada, luogo di confine e dure dispute belliche tra le truppe italiane e austroungariche durante il primo conflitto mondiale.

Il progressivo scioglimento del ghiacciaio, soprattutto durante l’ultima estate, regala continuamente testimonianze sorprendenti. L’allestimento propone una vivida alternanza tra imponente oggetti bellici e segni minuti di vita quotidiana: è questo il focus del museo di de Bernardin.

La rara e potente bombarda italiana, alta quasi 2 metri con peso di circa 2 quintali (la più grossa usata dall’esercito italiano) si intercala al fucile italiano del formato dal ghiaccio con colpo in canna e baionetta innestata e succede al cappello d’alpino perfettamente conservato e ritrovato nel 2015.

Andrea de Bernardin racconta nascita e sviluppo del progetto “Museo della Grande Guerra” a Canazei.

Oggetti liturgici per la celebrazione della santa messa, medicamenti, perfette ricostruzioni di scenari bellici, addirittura una rumorosa trincea sulla Marmolada, e ancora un libro di favole, un barattolo di carne e una gavetta contenente in origine la minestra di un soldato: De Bernardin evoca con trasporto la profumazione della pietanza dopo l’immediato scongelamento.

Un paio di soprascarpe di paglia con suole lignee usate dalle sentinelle per le turnazioni a tremila metri con temperature anche di 30° sottozero riconducono non solamente all’evento bellico ma alle abitudini degli abitanti alpini per contrastare gli eccessi di freddo invernale. Simili, e non troppo lontani da Canazei, le soprascarpe esposte al Museo ladino della Val di Fassa (a Pozza di Fassa), accessori per il ghiaccio sin dal neolitico.

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A partire dal 1916 l’esercito austro-ungarico realizzò nel gruppo della Marmolada, a firma dell’ingegnere-tenente Leo Handl, la “città di ghiaccio”, un complesso di gallerie e caverne scavate nella roccia e nei ghiacci che si snodava per 12 km a oltre 3.000 metri di quota.

Alla Prima Guerra e al freddo alpino riconduce altresì il libro scritto da De Bernardin con Michael Wachtler, storico delle Dolomiti. La città di ghiaccio (edito Athesia Druck di Bolzano) è libro di punta della libreria del Museo di Passo Finale. Il volume narra le vicende inerenti una città estesa per 12 chilometri sulla Marmolada, ideata dall’ingegner Leo Handl. Cunicoli, stanze, reticoli illuminati per una struttura militare organizzata all’interno del ghiacciaio, la quale consentiva di raggiungere la prima linea austriaca rimanendo fuori dal raggio d’azione dei tiratori italiani.

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All’interno della “città di ghiaccio” vennero scavati depositi e gallerie e realizzati baracche per gli ufficiali, ricoveri per le truppe, un centralino telefonico e persino una chiesa. Il tutto fu abbandonato a partire dal novembre 1917, quando il fronte si spostò dalle Dolomiti alla pianura.

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All’interno della “città di ghiaccio” vennero scavati depositi e gallerie e realizzati baracche per gli ufficiali, ricoveri per le truppe, un centralino telefonico e persino una chiesa. Il tutto fu abbandonato a partire dal novembre 1917, quando il fronte si spostò dalle Dolomiti alla pianura.

Le immagini della città di ghiaccio smorzano in apparenza con i loro toni lirici le brutalità belliche e sembrano quasi evocare il sublime guizzo delle avventure tra i ghiacci degli esploratori del primo Novecento; i militari persi tra il biancore delle montagne innevate rievocano altresì la fotografia dei film del regista Arnold Fank, ideatore di brillanti set in contesti alpini tra gli anni Venti e Trenta.

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INFO UTILI

MUSEO DELLA GRANDE GUERRA 1914 – 1918

APT VAL DI FASSA

Sonia Orlandi è archivista presso l’Archivio Rizzoli dal 2001. Laureata in Lettere Moderne con specializzazione in Storia dell’Arte Medioevale e Moderna. Nata a Merate, vive tra le colline della provincia di Lecco.

A PROPOSITO

Dalla Romagna alla Marmolada

per un ideale repubblicano:

il diario di un volontario di Forlì

Alfredo Ortali (Forlì, 1880-1962), soldato volontario romagnolo, dopo il periodo di addestramento a Perugia parte per il fronte e tiene con costanza un diario quasi giornaliero riportando le sue impressioni da uomo di pianura che si viene ben presto a scontrare con l’ostico paesaggio montano e poi con la Guerra vera e propria. Le sue parole sono state raccolte dal curatore del Museo della Grande Guerra, Andrea de Bernardin, e stampate in un interessante libro: Dalla Romagna alla Marmolada per un ideale repubblicano (Gaspari editore, euro 12,80). Così scrive Ortali in alcuni pezzi riportati senza minimamente correggere nulla “considerato che scriveva davvero bene in virtù del suo lavoro di segretario comunale”.

  • 15 luglio 1915.

    È il giorno della nostra partenza per il fronte. Finalmente tutti i volontari tirano un sospiro di sollievo. La partenza era attesa con impazienza e nella mattinata fervono i preparativi. La cittadinanza perugina si mostra degna della sua tradizione patriottica e ci fa festose accoglienze. La musica ci accompagna alla stazione, dalle finestre ci gettano i fiori.
  • 17 luglio

    A notte inoltrata arriviamo a Belluno, riposiamo un paio d’ore nei vagoni e poi verso le 5:30, senza mangiare e senza caffè, si marcia alla volta di Agordo, col zaino in spalla, prima tappa in zona di guerra. La marcia è massacrante e dura esattamente 13 ore. Il paesaggio è meraviglioso.
  • 19 luglio

    Si parte da Agordo di buona ora, si dice che meta delle nostre tappe sarà Caprile. Il paesaggio è grandioso, pittoresco al sommo grado e tutti ne godono. Si attraversa Alleghe, grazioso paesello. La veduta del lago è superba e si arriva finalmente a Caprile e crediamo di aver finalmente compiuta la nostra fatica giornaliera. È un’illusione. Breve riposo e poi si prosegue per Sottoguda. Anche Sottoguda non è la fine della nostra tappa. Attraversiamo una gola strettissima e fredda. La strada fatta dal nostro Genio sul fondo del fiume è un capolavoro. Arriviamo finalmente a Malga Ciapela, chiusa da altissimi monti, ove troviamo il nostro battaglione già accampato.

Nei giorni successivi il diario prosegue sempre più imperniato sulle battaglie…

  • 31 luglio

    Dimenticavo di annotare che il 29 sono stati fucilati a poche centinaia di metri da noi due soldati del 52ª fanteria rei di aver disertato il loro posto di fronte al nemico. Chi ha assistito alla fucilazione assicura che non tremavano. Erano pallidi ma impassibili. La scena è stata macabra. Alla prima scarica dei 12 moschetti uno è morto subito, ma l’altro sono occorsi ben altri 12 colpi per finirlo. Due soldati incaricati all’esecuzione, appena sparato, sono caduti svenuti. L’esecuzione ha prodotto in tutta la nostra Compagnia viva impressione di rimpianto, specie per uno che si asserisce abbia tre figli… Oggi ho da registrare al mio attivo un’altra fatica terribile, un ricordo che si dimentica difficilmente. La mia Compagnia e una del 52ª sono state incaricate di portare al Col di Lana dei proiettili per i cannoni da 210 che pesano ben 130 chili, compresa la cassa. Per ogni classe sono adibiti quattro uomini. Maledetto Col di Lana, costa già più di 1700 uomini al 52º, caduti in tre assalti e chissà quanti ne costerà al 60º che è incaricato di completare l’espugnazione.
  • 1 agosto

    … Oggi il mio piccolo Elvezio compie il suo primo anno. Ho un solo rammarico: quello di non poterlo festeggiare in seno alla mia famiglia. Se la fortuna mi assiste, spero di poter festeggiare il suo secondo, l’anno venturo.
  • 9 agosto

    Dappertutto si trovano buche profonde prodotte dalle nostre granate che proteggevano l’avanzata e dagli obici austriaci che l’osteggiavano. Vi sono ancora qua e là alcuni cadaveri di nostri soldati in stato di avanzata putrefazione.

Il diario prosegue con un’alternanza di serenità nei momenti tranquilli e di deprimente rassegnazione in attesa della morte durante gli assalti.

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La copertina del libro Dalla Romagna alla Marmolada per un ideale repubblicano (Gaspari editore, euro 12,80). Ortali fin da giovanissimo aderì al partito repubblicano, partecipando alla divulgazione dei princìpi repubblicani nel circondario forlivese. Interventista, a 35 anni lasciò la moglie e tre figli per arruolarsi come volontario nella Brigata Alpi comandata da Peppino Garibaldi e combatté come caporale sul Col di Lana e sulla Marmolada. Nel 1918 seguì il suo battaglione in Francia dove partecipò alle cruente battaglie di Bligny, Bois des Eclisses e Bois de Courton. Il 15 luglio 1918 nella battaglia di Bligny fu dato per morto, era invece stato fatto prigioniero dai tedeschi e trasferito in Germania. Il 3 ottobre 1918 riuscì a fuggire ma fu ripreso. Proposto per il conferimento della medaglia d’argento al valor militare, l’onorificenza gli fu negata per non aver aderito al fascismo, regime che sempre avversò come il suo concittadino Aldo Spallicci repubblicano anch’egli.

Author: admin

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