Dal sottomarino italiano invocavano:
“Fate presto, qui sotto moriamo”

Un anno fa sparì l’Ara San Juan, sottomarino argentino con 44 marinai.
Gli specialisti della statunitense Ocean Infinity l’hanno ritrovato sabato
17 novembre 2018, in un canyon abissale a 907 metri di profondità
nell’Oceano Atlantico, 430 chilometri dalla costa della Patagonia. È imploso
per un problema elettrico, squarciandosi in più parti. Non sarà recuperato.
La tragedia argentina mi ricorda una vicenda simile che, nel 1928, tenne
l’Italia con il fiato in sospeso. “I palombari arrivarono troppo tardi:
i marinai dell’F.14 erano già tutti soffocati”
. Nel taccuino di bordo del capitano
e nei messaggi del telegrafista, la cronaca di questa dimenticata tragedia in Adriatico

Il tempo della Storia – Reprint

testo di Salvatore Giannella / da Oggi*

È stato ritrovato dopo un anno di ricerche il sottomarino argentino Ara San Juan, sparito un anno fa con i suoi 44 uomini dell’equipaggio. Leggo i quotidiani con questo annuncio nella piazza del porto di Cesenatico dove una scultura commissionata dalla Cooperativa Lavoratori del Mare all’artista romagnolo Quinto Pagliarani (foto in apertura) mostra quello che è accaduto da un anno sul molo della base della Marina militare di Mar della Plata: la sposa di un marinaio con due bambini intenta a scrutare l’orizzonte, in attesa del ritorno sempre incerto del marito e del padre.

Quella tragedia del sottomarino argentino, come quella analoga nel 2000 del russo Kursk, e il dialogo con alcuni marinai che periodicamente mi trasmettono i loro racconti di mare, mi riportano alla memoria una vicenda simile che, nel 1928, tenne con il fiato sospeso l’Italia. La raccontai, da Padova, in un testo per il settimanale Oggi del 27 settembre 2000.

Isidoro-Wiel

Il comandante del sommergibile F.14, Isidoro Wiel.

Fate presto, fate presto!

Prima un drammatico appello ai soccorritori, poi quelle ultime parole scritte sul taccuino da Isidoro Wiel, padovano, comandante del sottomarino italiano F.14, speronato nell’agosto 1928 da un cacciatorpediniere amico durante un’esercitazione al largo di Pola in Istria: “Mamma, povera mamma, sii forte come le mamme dei…”. Mancò poi, all’eroico ufficiale, la forza di continuare.

Affiora in una bella casa nel cuore di Padova, nella via dedicata proprio a lui (la medaglia d’oro al valor militare Isidoro Wiel) e grazie a documenti che svelano dettagli inediti della tragedia del “Kursk italiano” la risposta sull’agonia oscura vissuta, come in un film già visto, ieri nel 2000 dai russi del sottomarino nucleare Kursk e oggi dai marinai argentini dell’Ara San Juan. Affiora nelle carte che Isidoro Wiel Marin (all’epoca 67enne, oggi non c’è traccia sugli elenchi telefonici, Ndr), geologo e insegnante di matematica, primo nipote di quell’ufficiale veneto di cui ha portato traccia indelebile nel nome, tira fuori con emozione sotto i nostri occhi dalla cassetta di sicurezza dove ha conservato i pochi segni di quell’antica tragedia che costò la vita a suo zio e ad altri 26 marinai. Fogli di taccuino conservati in una bacheca avvolta da nastri tricolori; l’orologio che aveva al polso corroso dall’acqua di mare; profili disegnati di porti mediterranei. Tutti i reperti consegnati ai familiari dopo il recupero delle salme portate in superficie 35 ore dopo l’incidente.

Una tragedia che commosse il mondo e che, da me ripescata a Padova e nelle carte ingiallite dell’archivio della Marina a Roma, rivela molte analogie con quella destinata a ripetersi sia con il Kursk che con l’Ara San Juan. L’F.14, come gli altri citati, erano impegnati in un’esercitazione in tempo di pace. Gli equipaggi, dopo un errore fatale, non hanno avuto vie di fuga e i soccorsi sono arrivati troppo tardi per salvare le vite dei marinai.

“Fin da piccolo papà Giovanni e mamma Adelina mi hanno parlato con dovizia di particolari della tragedia dell’F.14 e di chi lo comandava, zio Isidoro, dal quale avevo preso il nome come primo nipote maschio nato dopo la sua morte”, racconta Isidoro Wiel. “E confesso di aver vissuto con particolare emozione la tragedia del Kursk sia per i ricordi che riguardano loro sia perché alla Russia la nostra famiglia è stata molto legata: papà, ufficiale di artiglieria, alla fine degli anni Trenta fu mandato come addetto militare a Mosca e lì aveva lavorato per due anni portando con sé la moglie e noi figli”.

Ridisegnare come in un film la storia dell’F.14 ormai priva di quei segreti militari che invece impediscono di conoscere la vera storia del Kursk e dell’Ara San Juan aiuta a illuminare anche cosa può essere successo nel mare di Barents e in Oceano Atlantico e che cosa possa essere balenato nella mente dei marinai intrappolati in quegli scafi.

sommergibile-f14

Il sommergibile F.14 e alcuni membri dell’equipaggio. (Credit: associazione-venus.it)

Alba del 7 agosto 1928: una formazione navale della Regia Marina italiana si trova al largo dell’isola di San Giovanni in Pelago in rotta verso Pola e composta dagli esploratori Brindisi e Aquila scortati da otto cacciatorpediniere della 5° Flottiglia. Le navi provengono da Trieste e nella notte hanno svolto delle esercitazioni tattiche. Rimangono da compiere le manovre difensive contro due attacchi di sommergibili usciti nel frattempo da Pola.

Per prudenza i due sottomarini (F.14 e F.15) conoscono la rotta delle navi di superficie e queste conoscono la zona in cui saranno attaccate. Il lancio di siluri è simulato: nel punto in cui essi partiranno, i sommergibili affioreranno comunicando alle navi dati teorici, poi una volta in porto, si faranno i conti e si giudicherà se il lancio effettivo è stato efficace.

La svolta tragica dell’esercitazione è sintetizzata nel telegramma mandato al ministero dall’ammiraglio capo Antonio Foschini: “Ore 8.45, mentre l’F.14 attaccava la formazione, emergeva sotto la prora del Missori che lo investiva affondandolo Stop Ritengolo perduto Stop”.

Il sommergibile, per un errore di percezione, è fuoriuscito proprio sulla rotta dei cacciatorpediniere e uno di questi lo ha investito aprendogli uno squarcio sul fianco. In pochi secondi l’F.14 va a fondo, 40 metri sotto. Dalle navi in superficie scendono i palombari ma pare chiaro che non sarà facile il recupero senza mezzi speciali: il tempo è brutto, il mare agitato ostacola le manovre delle imbarcazioni, l’acqua del fondo è torbida.

Dal gemello F.15 partono i messaggi con il Fessenden, telegrafo acustico subacqueo. Dall’F.14 emergono deboli battute:

Per ora tutto bene. Siamo inclinati di 70 gradi. La poppa tocca il fondo. Siamo 23.

In quella cifra c’è la prima notizia: l’equipaggio dell’F.14 era di 27 uomini. Quattro, dunque, sono già morti annegati per l’acqua entrata per lo squarcio.

Il quadro appare subito disperato: i 23 superstiti sono chiusi nello scafo dalle 6 del mattino in uno spazio di circa 50 metri cubi (quello di una stanza di una casa) e l’aria interna può bastare per 10 ore. Bisogna rintracciare il sommergibile al più presto per rifornirlo d’aria attraverso le valvole per l’innesto delle manichette da palombaro.

L’F.14, superstite della Prima guerra mondiale, non ha i moderni mezzi di fuoriuscita dell’equipaggio e per salvare gli uomini rimasti intrappolati all’interno bisogna riportarlo in superficie.

Con il passar del tempo in ricerche vane, i marinai prigionieri sono sempre più allarmati. Alle 12.57 il radiotelegrafista dell’F.14 (il polesano Garibaldi Trolis, affiancato dal capitano Wiel che riporta il diario sul brogliaccio di bordo) batte: “Noi stiamo bene, ma fate presto. Ci avete individuati? Potrete rialzarci nella posizione in cui ci troviamo?”. Replica l’F.15: “Stiamo individuandovi. Coraggio e calma. Potremo alzarvi”. Ma le ricerche continuano a essere vane. Ore 14.45, altra domanda angosciosa: “Siamo stati individuati?”. Dall’altro capo del Fessenden non si ha il coraggio di dire la verità: “Sì, coraggio”. Una pietosa bugia. In quel momento arriva nella zona di Pola la prima spedizione di soccorso con quattro palombari che subito si immergono.

Alle 18 l’acqua vibra di un nuovo segnale che pare un grido di ribellione alla morte imminente: “Presto, qui si muore”. E alle 18.10: “Mollate un gavitello, proprio qui”. Già, i moribondi hanno sentito vicinissimi i rumori esterni e, con uno sforzo supremo, si sono scossi dal torpore dell’asfissia. Dall’F.15: “Coraggio, vi siamo sopra. Fra poco vi manderemo aria”. Quella gara tragica con la morte sta finendo. Da giù invocano sempre più lentamente: “Fate… presto…”. Poi battono alcuni colpi debolissimi, infine tutto tace. Sono le 18.30, poco più di 12 ore dopo la prima immersione.

Proprio in quell’istante un palombaro ha visto l’F.14. Finalmente. Subito l’F.15 segnala verso il fondo: “Un palombaro vi ha trovato. Ora avrete l’aria. Coraggio”. Dopo un’ora di silenzio, dall’F.14, forse rianimati ancora dai rumori fatti dai soccorritori per allacciare il tubo dell’aria sullo scafo, viene ripetuta la tragica invocazione: “Sì, siete qui, fate presto!”.

Ma, nella tragica gara, la morte ha un soffio di vantaggio: alle 19.50 il Fessenden batte quasi impercettibilmente: “Ci facciamo… coraggio… ma non ne possiamo più… Sentiamo colpi palombari su noi”. È la voce estrema di un agonizzante.

Scriverà poi, a corredo di una ricostruzione apparsa su Oggi (n.31/1951) un ufficiale dell’F.15 Corrado Giglio:

La fine fu qualcosa di straziante. Mi sembrava di vedere il radiotelegrafista col capo già abbandonato muovere il tasto con lentezza, direi per abitudine, nello spasimo della morte.

L’ultima pausa, come se fosse addormentato, infine un “fate – presto – MUO…” e la linea si prolungò all’infinito dando la sensazione che il suo corpo si fosse abbattuto in avanti. La mano, asserragliata sul tasto, fu staccata quando la salma venne recuperata il giorno dopo, alle 18, con gli altri 26 corpi grazie a due pontoni-gru fatti arrivare da Venezia.

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La Sposa dei Marinai, scultura di Quinto Pagliarani installata in Piazza del Porto a Cesenatico.

Gli uomini dell’equipaggio sono morti asfissiati dall’assenza di ossigeno e dai vapori tossici. Tutti in atteggiamento rassegnato. Nessuno ha tentato di suicidarsi o si è abbandonato al furore della disperazione. Il comandante Wiel viene trovato accasciato sotto i periscopi. Il suo orologio è fermo alle 18.50, pochi minuti dopo che il palombaro ha individuato lo scafo. La morte ha vinto davvero per un soffio. Sul brogliaccio di bordo, il comandante Wiel ha scritto nell’ultima pagina: “Serenità a bordo. Si pensa a Dio, alla famiglia, alla patria”.

Infine, con caratteri sempre più incerti:

Mamma, povera mamma, sii forte come le mamme dei…

Segue un segno lieve e incompleto, che certamente voleva significare “marinai”.

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A PROPOSITO

L’inventore canadese che ha fatto

parlare tra loro sommergibili e navi

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L’inventore canadese Reginald Fessenden.

Reginald Aubrey Fessenden (Québec, 6 ottobre 1866 – Bermuda, 22 luglio 1932) è stato un inventore canadese. Insegnò per lungo tempo elettrotecnica alla Western University in Pennsylvania. A lui si devono molti studi di elettrologia e la costruzione di uno strumento detto, appunto, fessenden, utilizzato nelle comunicazioni tra sommergibili e navi.

Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

Author: admin

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1 Comment

  1. molto ,veramente molto interessante ,tutto ciò che è storia strettamente legata all’uomo e le sue ricerche scientifiche …

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