A Berlino per un posto, senza stage o partita Iva e il modello portoghese per attrarre i denari degli stranieri

Ecco le due missive scelte questa settimana per la consueta sezione dedicata alle migliori lettere al direttore.

  • La cultura del lavoro: un abisso tra Germania e Italia

    “Mi sono trasferito a Berlino nel 1995, quando ancora non era la città del turismo di massa che è ora. La gente che veniva cercava un’alternativa al modello delle città europee. Non viaggiava su voli Easyjet, non girava in bicicletta con i tour organizzati, non veniva per gli addii al celibato. Era una città dura, con le ferite molto visibili della Seconda guerra mondiale: gli intonaci scrostati e i segni delle schegge delle bombe erano presenti su tutti gli edifici. Le case si riscaldavano a carbone come 50 anni prima. Era un momento irripetibile per la storia della grandi città europee. Quando in tutta Europa le città avevano subito un processo di ristrutturazione che le aveva uniformate in modo evidente, Berlino era reale e unica. Negli interstizi della transizione, prima che la Repubblica Federale si appropriasse di tutte le strutture burocratiche che fanno funzionare una società, penetrò uno spirito anarchico. Chiunque si trovò a Berlino in quel periodo ne fu contagiato e conserva un ricordo vivo di quell’esperienza. Lasciavo Milano, una città dove si pensava di essere veramente internazionali, ma che, nei fatti, era ed è rimasta una realtà bigotta e conservatrice.

    Berlino non aveva allora nessuna velleità di essere grande metropoli mondiale, ma era aperta e tollerante. A distanza di anni Berlino è un’altra città. Quella della cupola di Norman Foster del Bundestag e dei ministeri. Ma le ragioni che mi trattengono continuano a essere le stesse. Da sette anni circa ho fondato uno studio di architettura con un collega tedesco (www.heimbalp.com). Con noi, lavorano dieci persone. Le loro età vanno dai 24 ai 35 anni. Nessuno è stagista, nè ha mai lavorato gratis. Nessuno di loro ha dovuto aprire una partita Iva per poter lavorare. Sono sempre stato un architetto libero professionista e lavorando in Italia ho sempre avuto a che fare con persone molto valide, ma dal punto di vista della cultura del lavoro tra Italia e Germania c’è un abisso, indipendentemente dalla crisi.

    La mia compagna non ha dovuto sacrificare la sua carriera per nostra figlia Nina, che da quando ha dieci mesi frequenta un asilo nido pubblico. Lo Stato versa per la sua educazione, e quella di qualsiasi altro bambino, un contributo di 180 euro al mese per più di vent’anni. Nè Berlino nè la Germania rappresentano un mondo ideale. Chi vive qui da tempo sa che le differenze sociali aumentano e che, in particolare nelle città, il costo della vita rischia di lasciare indietro i più disagiati. In alcuni settori, la iper precarizzazione dei contratti di lavoro (i tristemente famosi minijobs) sta mietendo vittime, si tratta di persone che rimangono incastrate nel limbo della precarietà e dei sussidi minimi di sussistenza. La Germania è però un modello reale e vivibile. Le persone pagano le tasse perché si fidano dello Stato. Le elezioni politiche producono governi che agiscono, nel bene e nel male. C’è un senso del bene comune e del rispetto tra le persone che a volte può sembrare rigido per chi viene dal Sud Europa ma che alla fine rende più vivibile la società. Ci sono sindaci e ministri gay. Il machismo è un male praticamente sconosciuto. Quella di far crescere una figlia lontano dal tuo Paese di origine è una scelta molto difficile, ma che abbiamo preso in modo cosciente, con la speranza che possa assimilare valori più vicini alla nostra sensibilità.(Pietro Balp, Berlino, Corriere della Sera)

  • Quel che fa Lisbona (e non fa Roma)

    “Ho 22 anni e vivo a Shanghai dove mi trovo per il primo anno di specialistica in scambio tra la Bocconi e la Fudan University. “Dov’è finita l’Italia?”, mi sono chiesto visitando una delle fiere dell’immobiliare più importanti della Cina: “The 7th Sganghai Overseas Property Show”. Cercavo qualche foto delle nostre città, dei nostri piatti, delle vette dolomitiche o dei paesi incantati della Valle d’Orcia. Nulla. Tra i 300 espositori solo bandiere di Portogallo, Francia, Spagna, Cipro, Usa e Australia.

    Mi ha detto un developer portoghese: “Noi stiamo facendo di tutto per attrarre investitori stranieri, soprattutto cinesi. Da febbraio 2013 offriamo il permesso di soggiorno permanente agli stranieri che decidono di comprarsi casa in Portogallo per un valore minimo di 500 mila euro. Qui in Cina stiamo già riscontrando un interesse incredibile”.

    E’ ora che noi italiani ci rimbocchiamo le maniche per attrarre la fila interminabile di stranieri che sognano di venire a investire nel nostro Paese. (Giovanni Maria Mazzacani, Shanghai, Il Sole 24 Ore)

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